ha collaborato Oliver Panichi

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ASCOLI PICENO – I più fortunati fra i detenuti sono coloro che sanno fare un lavoro indispensabile anche nel microcosmo che sarà tutto il loro mondo per il periodo della detenzione (che nelle Case Circondariali come quella di Ascoli può durare al massimo cinque anni): il cuoco, prima di tutto, ma anche l’idraulico o altri mestieri di cui c’è sempre bisogno e che assicurano un’occupazione quasi costante. Per gli altri, vale il principio della rotazione: si lavora un mese ciascuno. “Non facciamo distinzioni in base alla durata della pena o alla condotta, diamo a tutti la stessa opportunità di lavorare”, ci dice la direttrice del carcere Lucia Di Feliciantonio.
Sì, perché il lavoro dà diritto a una piccola retribuzione che la maggioranza dei detenuti, sia italiani che stranieri, mette da parte e invia alla famiglia, a ulteriore testimonianza delle condizioni disagiate dell’ambiente di origine.
Ma soprattutto, perché lavorare significa trascorrere più tempo fuori da uno spazio angusto e opprimente e attenua il rischio di depressione, sempre incombente.
Il sovraffollamento è uno degli aspetti più tragici della vita da reclusi. Ad Ascoli, che non è una delle realtà peggiori, raggiunge il 100%: i detenuti sono il doppio di quelli previsti dalla capienza regolamentare. Significa che vivono in quattro nelle celle da due, in otto in quelle da quattro, con uno spazio individuale ben al di sotto della soglia di tre metri quadri raccomandata dall’Unione europea.
Paradossalmente, le condizioni di vivibilità in cella sono migliori nella sezione di massima sicurezza, quella che ospita i detenuti in regime di 41 bis, il cosiddetto carcere duro introdotto nel 1986 ed esteso dal 1992 ai soggetti (anche in attesa di giudizio) incarcerati per reati di criminalità organizzata, terrorismo o eversione. Ascoli ha avuto anche ospiti tristemente illustri, come Totò Riina e attualmente Pippo Calò, noto come il cassiere di Cosa nostra.
Per questi detenuti il problema del sovraffollamento non esiste: sono reclusi in celle singole, dentro le quali trascorrono l’intera giornata, tranne che durante l’ora d’aria. Per ovvi motivi, nella sezione che li accoglie prevale l’aspetto restrittivo: a loro è precluso qualsiasi contatto con l’esterno, fatta eccezione per l’unico colloquio al mese con i familiari (contro i sei previsti per i detenuti in regime normale), dai quali restano comunque separati da una vetrata a tutta altezza.
Nella sezione ordinaria, invece, si cerca di privilegiare la componente trattamentale, ossia lo svolgimento di tutte le attività volte al recupero del detenuto in vista di un suo reinserimento nella società civile. Del resto, l’articolo 27 della nostra Costituzione prevede espressamente che la detenzione debba avere una funzione rieducativa del condannato, una misura dettata non solo da motivi di ordine etico, ma soprattutto dal pragmatismo: è dimostrato che il tasso di recidiva ha una relazione inversa all’entità e alla qualità del trattamento riabilitativo di cui i detenuti usufruiscono in carcere.
Ad Ascoli vengono offerti corsi di studio per il conseguimento della licenza elementare e media, attraverso la collaborazione con la scuola Luciani di Ascoli, la cui dirigenza ha dato un apporto fondamentale alla realizzazione del progetto.
Poi ci sono le iniziative portate avanti da educatori e volontari: il giornalino interno, il cineforum una volta al mese, attività fisica e musica. Inoltre, in cella è consentito cucinare: per molti è un’occasione per tenersi impegnati e condividere le proprie tradizioni con gli altri detenuti, un momento di socializzazione che spesso diventa un incontro fra culture diverse.
Nel carcere di Ascoli, infatti, gli stranieri sono il 40%. Vengono da tutti i paesi del mondo, con una prevalenza di magrebini e albanesi.
Nel periodo del ramadan, i detenuti di religione islamica in genere vengono messi in cella insieme in modo da poter rispettare i ritmi dettati dalle preghiere e dal digiuno diurno, fino all’unico pasto consentito che infatti ricevono di sera. Il diritto di praticare la propria religione, quale che sia, viene assicurato a tutti, anche con momenti di preghiera interculturale.
Le opportunità di varcare il cancello di uscita però sono rare.

2. continua

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