ha collaborato Oliver Panichi

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ASCOLI PICENO – Le opportunità di varcare il cancello di uscita però sono rare. Per il momento solo un detenuto del carcere di Ascoli usufruisce della possibilità di lavoro extramurario, prevista dall’articolo 21 della legge sull’ordinamento penitenziario: svolge lavori di pulizia del paese a Civitella del Tronto, nell’ambito di un progetto realizzato in collaborazione con il Comune della cittadina abruzzese. Il lavoro è volontario, una sorta di riparazione sociale del reato.
Inoltre, dopo il buon esito dell’iniziativa partita nel 2010, anche quest’anno alcuni detenuti del carcere del Marino parteciperanno alla Giornata ecologica al santuario della Madonna dell’Ambro, su invito dei frati cappuccini di Montefortino.
L’incontro si avvia al termine e la direttrice ci accompagna allo “spaccio” degli agenti penitenziari per un caffè. Ci arriviamo attraversando un altro sbarramento che dà su un ampio cortile interno. In un angolo un detenuto è chinato ad armeggiare con un tubo di gomma accanto a un contenitore cilindrico di metallo. Sembra un ragazzino e quando passiamo solleva lo sguardo e ci saluta sorridente: forse dalla sua prospettiva siamo un diversivo gradito, un minuscolo frammento di mondo esterno arrivato a sorpresa a pochi passi da lui.
L’ambiente dello spaccio ci riporta indietro di una quarantina d’anni: l’arredo è quello essenziale di un vecchio bar di periferia. Il grosso televisore a tubo catodico poggiato su uno scaffale sembra ormai un pezzo di modernariato, le sedie e i tavolini sono di fòrmica marroncina. La carta lucida colorata di due grandi uova di pasqua stride con lo squallore generale. L’unico altro avventore è un agente dall’aria affaticata.
Lo spaccio è quasi sempre chiuso: l’organico della polizia penitenziaria è sottodimensionato rispetto alle esigenze e chi va in pensione non viene sostituito. In compenso però, il livello di professionalità è molto alto: gli agenti, quanto se non più degli educatori (che sono soltanto tre per tutti i detenuti), devono essere adeguatamente formati per garantire il buon funzionamento del carcere. Sono loro che essendo a contatto più diretto con i reclusi, si accorgono per primi quando c’è qualcosa che non va. E se nel supercarcere del Marino non ci sono stati casi di suicidio, negli ultimi dieci anni, molto dipende anche dal fatto che in una realtà di piccole dimensioni è più facile cogliere i segnali di disagio e intervenire tempestivamente.
Ora si avvicina la stagione calda, la più difficile insieme ai periodi di festa. In estate nelle celle sovraffollate si sta ancora peggio, ma i detenuti si ingegnano come possono: un lenzuolo bagnato messo davanti alla finestra a quanto pare è utile. Non sarà come l’aria condizionata e neanche come un ventilatore, ma può fare la differenza tra impazzire di caldo e tirare avanti fino ai primi acquazzoni: quelli che per i coetanei fuori annunciano il ritorno all’università o al lavoro dopo le ferie.
Intendiamoci, nella maggior parte dei casi, si finisce in galera per aver commesso un reato, e nessuno mette in dubbio la necessità di una giusta pena, ma nel nostro paese si trascurano le misure alternative alla detenzione, la cui adozione tanto potrebbe fare per porre rimedio al sovraffollamento delle carceri e offrire una seconda occasione a chi non rappresenta un vero pericolo per la società.
Si potrebbero dire tante cose anche su come funziona la giustizia in Italia, sul motivo per cui a livello politico si chiede più carcere pur sapendo che non è quella la soluzione al problema della criminalità, e si alimenta la paura fra la popolazione “anche con l’aiuto di voi giornalisti, che calcate sempre la mano”, veniamo rimproverati.

O sul perché la popolazione carceraria è costituita in prevalenza da poveracci – “E chi li ha mai visti i colletti bianchi?” – finiti dentro perché non hanno di che pagare un buon avvocato o che scontano in attesa di giudizio una pena anche superiore a quella che alla fine viene loro comminata.
Ci avviamo all’uscita. Fra le due cancellate che separano il blocco degli uffici da quello delle celle, incrociamo un gruppetto di persone: sono i familiari venuti per i colloqui. La sala per gli incontri a quanto pare è molto bella: dopo l’ultima riforma delle regole, non ci sono più i banconi divisori, ma dei tavoli ai quali i detenuti possono sedersi con chi va a trovarli. E fra i visitatori ci sono anche bambini. L’assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune di Ascoli ha collaborato con l’amministrazione penitenziaria a un progetto singolare: hanno invitato i bambini della città a donare un loro giocattolo per abbellire la sala colloqui del carcere, in modo che i figli dei detenuti abbiano qualcosa con cui giocare quando vengono in visita.
Salutiamo la dottoressa di Feliciantonio, recuperiamo i documenti e usciamo approfittando dell’ingresso di una camionetta della polizia penitenziaria. Il cancello si richiude con quel rumore sordo. Siamo fuori, ma suona comunque inquietante.

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