ASCOLI PICENO – Le arie di Giuseppe Verdi vincono le correnti gelide di Piazza del Popolo. Gli applausi del pubblico infreddolito ringraziano con calore gli artefici di uno spettacolo che verrà ricordato a lungo.

Si è conclusa felicemente la rappresentazione dell’Otello di Giuseppe Verdi, dramma lirico in quattro atti su libretto di Boito, messo in scena Venerdì sera alle 21,30 in una Piazza del Popolo gremita e raccolta.

Protagonista della tragedia la maestosità plastica del Palazzo dei Capitani del Popolo, impianto scenico congeniale ai vizi guerrieri dell’ambientazione militare e mai come in questa occasione a servizio di una narrazione corretta per le soluzioni sceniche e ricca per le suggestioni visive, sonore e tattili proposte da Luigi Scoglio.

Personale ed omogenea la fluidità narrativa guidata dalla regia di Michal Znaniecki, organica nella gestione delle masse e attenta all’esaltazione dei momenti principali del dramma fino alla castrofe finale: le scene dei fazzoletti, del sogno e il tema centrale del disprezzo della diversità.

Energica la direzione di Marco Guidarini alla guida dell’Orchestra dell’Accademia Musicale Stanislaw Moniuszko di Danzica, un gruppo di elementi giovani e maturi, non certo sovrani ma sempre attenti alle transizioni e alle irregolarità prescritte dal dramma.

Di grande spessore la prova canora degli interpreti sia negli a solo, sia nei duetti, sia nei grandi concertati del primo e del terzo atto con il Coro Ventidio Basso sempre affiatato sotto la direzione di Carlo Morganti.

L’attesissimo baritono ascolano Vittorio Vitelli – finalmente a casa sua! – propone uno Jago subdolo, maligno e demoniaco. Un architetto satanico dal fraseggio non tanto rabbioso e mellifluo, quanto piuttosto fresco negli ariosi per agilità di voce e di grande carattere nel “Credo”. Un demiurgo sottile affabulatore e sadico, pieno della meschinità del “villain” shakesperiano.

Il tenore Antonello Palombi è un Otello padrone assoluto del declamato e sicuro nell’affrontare l’urto con la mole dei registri e degli incisi del ruolo, sempre espressi con sentimento e interiorità. Impetuoso nell'”Esultate!”, accecato e posseduto nel terzo atto, struggente nei duetti con Desdemona pieni di eros intimistico di distruzione.

La soprano Iano Tamar, incarna una Desdemona che è l’unica figura di idealità. Una voce chiara e sonora con un’estensione che percorre con mestizia ma con solidità ampissimi intervalli. Languida e cristallina nella “Canzone del salice”, flebile e piena di impotente timore nell'”Ave Maria” prima del sacrificio.

Applauditissimo anche l’altro grande ascolano, il tenore Cesare Catani nelle vesti di un Cassio sicuro ed espressivo.

Convincenti l’appassionato mezzosoprano Giovanna Lanza, nei panni di Emilia, del tenore Carlo Assogna in quelli di Roderigo e dei bassi Raffaele Costantini, Alessio De Vecchis e Davide Filipponi nelle vesti, rispettivamente, di Lodovico, di Montano e dell’araldo.

Uno spettacolo di grande fascino che tolte le incertezze causate dal brutto tempo, resterà nella memoria di tutti i presenti.

Jago, Otello e Desdemona hanno raccontato la corruzione morale, la miseria e le debolezze dell’animo umano. Ascoli è loro grata: può sentirsi più ricca e consapevole

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