MONSAMPOLO DEL TRONTO – I più giovani non erano ancora nati, ma i più adulti li ricordano con affetto ed un pizzico di nostalgia. Gli splendidi carnevali monsampolesi degli anni Settanta affollavano le piazze del borgo di maschere e carri allegorici, richiamando frotte di gente dai paesi vicini. La manifestazione coinvolgeva tutto il paese e animò gli inverni e le estati dal ‘72 fino al ’79, per poi scomparire sotto l’effetto dello spopolamento del centro storico e della scarsità di mezzi a disposizione: Monsampolo non poteva più reggere la concorrenza rispetto ad altri carnevali più scenografici, come quello offerto da San Benedetto. Fu proprio in questo periodo d’oro, rispolverato da Paolo Schiavi nel suo libro “Quarant’anni di Pro Loco a Monsampolo del Tronto 1971-2011”, che il piccolo borgo ebbe l’onore di ospitare i volti più celebri della televisione, chiamati a presentare gli eventi in maschera. Il 1975 fu l’anno di Pippo Baudo e del gruppo di “Brancaleone”; il ’76 di Mike Bongiorno (più di 10mila persone esplosero al suo ‘Allegria’) e l’anno successivo di Corrado, che salì sul palco insieme ai Ricchi e Poveri ed altri artisti allora in voga.

Ai carnevali seguirono, negli anni Ottanta e Novanta, rassegne di poesia, fumetti, cineforum  e teatro per ragazzi. Nel ’92 fece la sua prima comparsa la Sagra degli gnocchi, detti allora “serrecìtte”, termine dialettiale che proviene dal latino “sorex”, topolini. Nel ’93 si tenne la rappresentazione teatrale “Il bacio della vergine”, il cui testo scritto da Giuseppe Binni, giornalista e scrittore napoletano di origini monsampolesi, è liberamente tratto dal 2° libro degli “Statuti del Monte San Polo”, edito nel 1576. Nel 2000 uscirono due numeri di “Monsamproloco”, rivista diretta dallo stesso Binni, finché nel 2002 ebbe luogo la prima edizione della “Contesa della Semola”, rievocazione storica tuttora riproposta nel mese di agosto, promossa dall’allora presidente Enrico Ulissi. La manifestazione trae spunto da un furto della semola, evento realmente accaduto nel 1558 durante la guerra del Tronto tra spagnoli e ascolani.

Questo spaccato di vita paesana è stato richiamato in occasione del quarantennale della Pro Loco di Monsampolo, nata il 31 agosto 1971 per volere di alcuni soci fondatori, che elessero presidente Benedetto Mochi. L’evento è stato celebrato il 29 luglio con un convegno presso il teatro comunale, cui hanno partecipato, in veste di relatori, Gesidia Michelangeli, attuale presidente della Pro Loco, lo stesso Paolo Schiavi (medico appassionato di storia monsampolese), la docente di marketing turistico Maria Pia Spurio, il sindaco Nazzareno Tacconi e il presidente della Provincia Piero Celani. Intento dell’incontro, presentato da Luca Sestili dinanzi a un centinaio di presenti, non era solo quello di commemorare i fasti passati dell’associazione, la cui storia inevitabilmente si intreccia con quella del paese, ma anche di progettare il futuro in termini di promozione turistica, per un territorio che si prepara a nuove sfide avendo di fronte nuovi scenari.

Per rendere più attrattivo e competitivo il territorio piceno e in particolare il suo entroterra, occorre muoversi su tre binari fondamentali, secondo il presidente della Provincia: “quello della memoria ritrovata (riscoprire e valorizzare le radici, la storia, le tradizioni), quello della salute e benessere (saper trasmettere ai turisti la qualità della vita) e, non da ultimo, quello dell’accoglienza (mettere in rete i territori piceni attraverso il sistema dell’accoglienza extra-alberghiera)”. Di quest’ultimo punto ha trattato Maria Pia Spurio nel suo intervento, incentrato sul tema dell’ospitalità diffusa, “ossia di quel tipo di accoglienza basata su rapporti di autenticità, che rappresenta un’alternativa all’ospitalità formale delle strutture alberghiere”. Questo tipo di accoglienza è offerta, oltre che da bed and breakfast, agriturismi e country house, dai cosiddetti alberghi diffusi, una sorta di alberghi orizzontali con strutture ricettive dislocate in un unico centro abitato. Questa soluzione, che coinvolge un intero territorio tramite la creazione di una rete di case ospitali, è stata adottata da due sole località nelle Marche, Smerillo e San Leo, e rappresenta, secondo la Spurio, la forma che meglio si adatta al centro storico di Monsampolo. Ma, se è vero che “il Comune può autorizzare questo tipo di accoglienza, l’iniziativa deve partire dai privati”, ha aggiunto Tacconi.

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