ASCOLI PICENO – Dopo la consistente mole di capi d’imputazione rivolti dalla Procura di Ascoli a carico di Salvatore Parolisi, accusato di aver ucciso la moglie Melania Rea, con una serie di indizi che hanno spinto prima il Gip di Ascoli, poi quello del Tribunale di Teramo (divenuto nel frattempo titolare dell’inchiesta), ad  accogliere la richiesta di carcerazione dell’uomo con l’accusa di omicidio aggravato, i legali difensori del caporal maggiore dell’esercito preparano  il contrattacco spulciando tra i faldoni dell’inchiesta e soprattutto tra le perizie e i riscontri tecnico-scientifici effettuati in questi tre mesi di indagine, per trovare elementi utili a scagionare il proprio assistito.

Così, come riportato dall’Ansa, i due legali Valter Biscotti e Nicodemo Gentile avrebbero affermato che nella perizia medico legale effettuata dall’anatomopatologo Adriano Tagliabracci, si sarebbe riscontrata la presenza di capelli femminili sul corpo di Melania Rea non appartenenti alla giovane mamma di Somma Vesuviana.

“La consulenza medico-legale della Procura – avrebbero detto – racconta che sul corpo della povera Melania sono stati ritrovati più capelli. I primi rilievi dicono che si tratta di capelli di donna ma che molto probabilmente, anche per la lunghezza, non appartengono a Melania. Ci chiediamo perché, prima di arrestare Parolisi, questa fondamentale traccia non sia stata analizzata ed esaminata con l’urgenza del caso, tenuto conto anche del Dna femminile ritrovato sotto l’unghia di Melania”. “Questa evidente lacuna – concludono i difensori di Parolisi – evidenzia un ulteriore macroscopico buco in un’indagine a senso unico sempre più fragile, sempre più ricca di palesi contraddizioni e di tanti, tantissimi dubbi”.

I magistrati abruzzesi stanno comunque portando avanti l’inchiesta, tutt’altro che conclusa, cercando di fare luce su alcuni punti. Si continuano infatti a cercare elementi che possano far chiarezza anche sull’eventuale complicità di una persona nell’omicidio, e soprattutto nel vilipendio di cadavere, dato per certo che l’assassino o chi per lui, sia tornato sul luogo del delitto nel Bosco delle Casermette di Civitella, nel tentativo di depistare le indagini. Le ferite post-mortem inflitte sul cadavere della giovane donna, infatti, assieme alla siringa conficcata nel petto, al laccio emostatico e agli sfregi riconducibili agli ambienti esoterici e neo nazisti, sono stati fin da subito considerati dagli inquirenti tentativi di ricostruire ad arte la scena del crimine, in un momento successivo all’assassinio.

Questo è avvenuto tra le 13.50 e le 15 circa del giorno 18 aprile. Un arco di tempo molto ristretto, che non gioca a favore di Parolisi, dato che testimonianze appurano che i due, assieme alla piccolo Vittoria, alle 14.10 erano ancora insieme a Folignano con la propria auto. Il tentativo di depistaggio sarebbe invece avvenuto diverse ore dopo, forse addirittura la mattina del giorno 20, quando il cadavere fu ritrovato grazie alla segnalazione fatta al 113 da una cabina nel centro di Teramo da un uomo che in tutto questo tempo è rimasto anonimo. La procura di Teramo ritiene molto importante la sua testimonianza. Dopo i molti appelli a farsi vivo rivolti dai magistrati ascolani allo sconosciuto, gli inquirenti abruzzesi hanno invece diffuso nei giorni scorsi l’audio della chiamata.

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