ASCOLI PICENO – L’assessore al commercio del comune di Ascoli Piceno Di Micco e i due consiglieri Matteucci e Fioravanti si sono visti recapitare nei giorni scorsi le lettere di licenziamento da parte della Manuli, presso cui erano assunti da diversi anni. Qualche giorno prima la stessa sorte era toccata al sindacalista Andrea Quaglietti e con lui ad altri 130 operai della multinazionale che ha un suo stabilimento ad Ascoli.

Insomma il processo di delocalizzazione e di conseguenza di smantellamento dei siti industriali ascolani da parte della Manuli pare non conosca ostacoli. Iniziato due anni fa con la notizia ‘choc’ che scosse tutto il territorio piceno, e cioè quella della prospettiva della chiusura totale dello stabilimento simbolo di un intera realtà industriale per oltre 30 anni  e dove erano impiegate oltre 400 persone (appena tre anni prima erano quasi il doppio), questo subì un ridimensionamento grazie anche alle fitte trattative portate avanti da operai, sindacati, istituzioni locali e proprietà. Trattative che si svolsero anche di fronte al tavolo del Ministero dello Sviluppo economico e che permisero, almeno, di ammortizzare (in tutti i sensi) la botta con un piano di cassa integrazione straordinaria e con il mantenimento in attività di alcuni reparti. Ma ora, tra mobilità varie e l’ultima stangata di licenziamenti iniziata quest’estate, a fine dicembre rimarranno soltanto 110 posti di lavoro al reparto idraulico della  Manuli. Poi ci sono altre 40 unità al reparto Oli Marine che però è rimasto meno toccato dalla vicenda.

Il licenziamento di un sindacalista e di tre politici, pur rientrando nella logica delle cose (almeno cosi’ dovrebbe essere) trattandosi comunque di lavoratori come gli altri, simbolicamente potrebbe essere visto come la rappresentazione della distanza che intercorre sempre di più tra l’ economia globale e quella dei singoli territori, tra le politiche delle multinazionali e quelle degli enti locali, mostrando l’impotenza di quest’ultimi di fronte alle logiche macroeconomiche e del libero mercato a tutelare gli interessi dei cittadini che sono chiamati a rappresentare. La proprietà è spesso lontana, anche geograficamente. Gli operai non conoscono più il loro padrone, i sindacati faticano a trovare interlocutori.

Tornando allo specifico del caso Manuli, “agli ultimi incontri ha partecipato soltanto il loro avvocato – ha spiegato Quaglietti dell’Usb – per discutere delle numerose vertenze che sono nate in questi ultimi tempi e che, voglio ricordare, sono solo la conseguenza e non una concausa dei licenziamenti, come loro invece vogliono far credere. Noi saremmo anche pronti a discutere di queste, qualora l’azienda però dimostri la volontà di voler investire ancora nel territorio.  Ma per il resto le organizzazioni sindacali non sono state messe al corrente di alcun piano industriale, nonostante lo avessero richiesto. La Manuli dovrebbe ricreare un rapporto con il territorio, parlando di industria e di sviluppo”.

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