ASCOLI PICENO – Strano ma vero, una trasferta difficile come quella di Brescia potrebbe rappresentare un’importante soluzione di continuità per i bianconeri di Massimo Silva. Anche se la situazione è peggiore del passato, sono proprio i trascorsi campionati a dare la prova: sia nell’anno di Pillon che in quello di Castori, l’Ascoli partì da una bella prestazione contro una ‘grande’ del campionato per rincorrere la tanto sperata salvezza.

Con il ‘Bepi’ trevigiano, infatti, la scalata iniziò dallo 0-0 al ‘Via del Mare’ di Lecce (poi salito in A), dopo che il suo ritorno sulla panchina del Picchio portò a due sconfitte in due gare. Da Lecce, poi, i cinque successi consecutivi, fondamentali per ottenere il prezioso obiettivo. Con Castori, lo scorso anno, il copione si ripete: il tecnico di Tolentino già all’esordio aveva di fronte il prepotente Novara, anch’esso, poi, finito in massima serie. Fu 1-1, ma soprattutto fu una bella iniezione di autostima per proseguire il resto della stagione con la consapevolezza dei propri mezzi. Ora Brescia. Conti alla mano, la squadra di Scienza sembra in difficoltà, ma sulla carta è tranquillamente tra le più attrezzate per arrivare tra le prime sei della classe. Dunque, se davvero a questa squadra manca coscienza di ciò che può fare, se la mente dei giocatori è bloccata in attesa di un segnale, fortuito o meritato che sia, il momento migliore per accendere la miccia dell’autostima potrebbe arrivare proprio domenica pomeriggio.

Che l’Ascoli giochi fuori casa, poi, come detto anche da Di Donato qualche giorno fa, potrebbe rappresentare un vantaggio: lontano dal clima (giustamente) aspro e bollente del Del Duca, i giocatori avranno poca pressione e la palla scotterà meno tra i loro piedi. A proposito della contestazione. E’ superfluo essere d’accordo con chi fino a domenica scorsa non ha rinunciato ad inveire contro gli undici in campo: i risultati, ma soprattutto le prestazioni imbarazzanti degli ultimi due mesi portano a questo. Ma ora continuare con questo spirito nei confronti della squadra non ha nessun senso. Lo sanno i giocatori, lo sa mister Silva e lo sa chiunque ha giocato a calcio. I motivi sono tanti, tutti incontrovertibili. Primo: la squadra ha dei limiti mostrati e rimostrati, e scagliarsi ancora è solo una perdita di tempo, oltre che un accumulo di pressione. Secondo: se un calciatore, con tutti i suoi deficit e mettendoci impegno, sbaglia una giocata, riempirlo di fischi e di urla ha un solo risultato, mettere in lui ancora più peso nella giocata successiva che, all’80 % nasce già sbagliata.

Terzo e più importante motivo: in qualsiasi problema che la vita ci pone davanti, dal più serio al più leggero, guardare il passato e lamentarsi degli errori non ha mai portato ad un risultato. E, nonostante il feeling tra squadra e tifosi sia oggi al minimo storico, se una piccola fiammella di speranza è rimasta la si può alimentare solo restando compatti, evitando di ripetersi negli atteggiamenti elencati sopra (anche se, lo so, è difficile) e spingere la nostra squadra del cuore ad uscire da questo blocco, mentale quindi fisico, che la sta attanagliando da troppe giornate.

Fa da paradigma, in questo senso, la lettera del tifoso della Reggina, giunta in redazione e pubblicata la settimana scorsa. Anche in quel caso gli amaranto partirono con una penalizzazione, e solo una simbiosi tra squadra e pubblico aiutò a raggiungere la salvezza.  Ogni tanto, poi, è bene ricordarsi che l’Ascoli è dei suoi tifosi, della gente, di chi sostiene i colori bianconeri e ricorda, quella sì, la sua storia. I giocatori, i tecnici, più o meno amati, passano. Ma la storia no, la storia continua. Ora c’è di mezzo la il futuro dell’Ascoli Calcio, non quella di chi indossa la sua maglia.

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