ASCOLI PICENO – L’appuntamento con Zè Migliori, noto agli ascolani anche come Zè lu Pollare, è nelle prime ore di un pomeriggio infuocato di metà settembre, nel suo negozio di gastronomia affacciato su Piazza Arringo da dove partono olive ascolane per mezzo mondo, dal Giappone al Nord America passando per l’Europa. Quando arrivo sta facendo qualche foto con dei giornalisti giapponesi dietro al banchetto dei fritti fuori dal negozio. Il tempo di parcheggiare la bici ed è sparito. “È andato alla polleria, torna subito” mi assicura la moglie Marinella, che sta parlando con tre turisti canadesi.

Zè arriva dopo qualche minuto: jeans e maglietta bianca, stretta di mano calorosa, sorriso aperto. Cerca di ricostruire al volo il mio albero genealogico e ci prende al secondo tentativo, individuando un legame di parentela tra la sua famiglia e quella di mia madre. Abbandoniamo la frescura artificiale del locale e ci sediamo a uno dei tavolini fuori: “Senti che bell’arietta”, e poi ci sono Piazza Arringo e il Duomo sullo sfondo.

Lei si sente un poco un “personaggio” di questa città?

“Veramente no, ma mi rendo conto che tanti mi danno più importanza di quanto mi meriti”, risponde con la modestia sincera di chi, pur consapevole di una notorietà che va ben oltre i confini cittadini, resta un uomo del popolo, fiero delle profonde radici ascolane: “Sono nato alla Bottegola, a Villa Sant’Antonio, ma già a sei, sette anni stavo a piazza dell’erba a vendere le uova”.

Quella che gli ascolani chiamano Piazza dell’Erba o della Verdura è il Chiostro Maggiore di San Francesco, incantevole angolo fra via d’Ancaria e via del Trivio. Zè c’è molto affezionato e vorrebbe vederla tornare ai fasti del passato: “Il mercato è il cuore della città. Una piazza dell’erba con tanti venditori singoli di ogni tipo sarebbe un volano enorme per far ripartire il centro. Si parla tanto di centri commerciali diffusi nei centri storici, ma bisogna ricreare i mercati con i piccoli commercianti. Invece i piccoli negozi sono costretti a chiudere”.

Zè Migliori nasce nel 1947 a Villa Sant’Antonio, “sottostrada, vicino alla chiesa”, in una famiglia che vanta già una lunga storia nel commercio alimentare: “Vendiamo polli e uova da metà dell’Ottocento, se mio figlio continua saranno otto o nove generazioni”.

Con gli anni l’attività si evolve: “Nel 1958 abbiamo aperto la polleria in centro, sulla costa dell’ospedale”, espressione questa che rivela l’ascolanità del personaggio: solo gli ascolani autentici chiamano così la salita di via Pretoriana, da cui si accedeva al vecchio ospedale.

“Le abitudini sono cambiate. Prima la gente comprava il pollo vivo e se lo pelava a casa. Nel 1965 abbiamo cominciato con i polli arrosto. Un pollo costava mille lire. Li vendevamo interi o a metà, poi abbiamo iniziato a fare petti, cosce e ali. Le famiglie meno abbienti compravano le ali, che costavano due soldi, e bastava aggiungerci due patate per fare companatico. Erano gli albori della gastronomia. Ora, dopo 53 anni, forse dovrò chiudere la polleria. Questo mi addolora”.

Come ha visto cambiare la città negli anni?

“In peggio. Dopo il terremoto del 1973 Ascoli si è spopolata. C’è stata una politica scellerata che ha fatto sviluppare la città non “in tondo” ma verso Monticelli e la vallata, e il centro si è svuotato”.

Si sono perse anche le tradizioni?

“Ci sono sempre meno artigiani, botteghe in cui un giovane possa imparare un mestiere che richiede pazienza e non dà grossi guadagni all’inizio. Per esempio, sono rimasti pochissimi barbieri: prima erano tanti e tutti artisti, un po’ personaggi, adesso ce ne saranno forse tre. I vecchi bottegai sono spariti. La chiusura al traffico di Piazza Arringo è un bel segnale, ma non basta. Auspico che chiudano anche via Trieste e Piazza Roma. In estate l’hanno fatto, la sera dalle 18. Il centro storico chiuso attira le persone e ai commercianti conviene”.

Ma ai primi tentativi di pedonalizzare il centro, tanti negozianti si sono ribellati.

“Il commerciante rischia in proprio, è comprensibile, ma poi i negozi si adeguano al cambiamento. Il mio, per esempio, resta una gastronomia da asporto, ma ora è più di servizio, la gente si può sedere, godersi il posto. Tutta un’altra cosa rispetto a quando passavano le macchine ad appuzzire l’aria. Il ristorante c’è da sempre e avevamo già provato con il banchetto dei cartocci, ma finché la piazza è rimasta aperta al traffico, la gente neanche lo vedeva. Ora funziona.”

I clienti del ristorante sono soprattutto turisti, spesso stranieri.

“È vero, infatti il personale parla le lingue perché arriva gente da tutte le nazioni. Gli ascolani invece ci vedono soprattutto come gastronomia.”

Quando ha cominciato a lavorare?

“A 15 anni, finita la terza commerciale, che poi è diventata terza media. Ci ho messo quattro anni perché ho ripetuto la seconda. Meglio, così ho iniziato a lavorare un anno più tardi”, dice con un sorriso.

Qualche rimpianto per non aver proseguito?

“Mi sarebbe piaciuto studiare Economia e Commercio, ma allora non veniva neanche in mente di chiederselo, dovevo lavorare e ci sono andato. Tanti altri della mia età hanno smesso in quinta elementare per fare i muratori o altri mestieri più pesanti. Mi considero fortunato”.

prima parte, continua

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