SPINETOLI – “Parecchi si chiedono se il mondo finirà il 21 dicembre 2012, ma nessuno si chiede il perché debba finire”. È questo l’interrogativo che ha spinto Mario Polia, antropologo e presidente del “Centro Studi Tradizioni Picene”, ad effettuare un serio ed approfondito studio delle visioni escatologiche nelle varie religioni del mondo, sia storiche che arcaiche. “Alla base delle tante profezie e leggende che sostengono la cosiddetta fine del mondo c’è una grande ipocrisia, figlia dell’ignoranza che permea un certo modo di pensare e vivere”, ha dichiarato lo storico che tra l’altro è docente presso l’università Gregoriana di Roma e direttore del Museo Demo-antropologico di Leonessa.

Questi temi sono stati discussi ieri sera a Pagliare nel corso della presentazione dell’ultima opera di Polia “Apocalissi”. All’incontro – uno simile si era svolto nel pomeriggio a Cupra Marittima – hanno partecipato gli iscritti della sezione locale dell’Uteap, insieme al vicepreside Quintino Lucianetti, l’assessore comunale alla Cultura Carlo Damiani e l’assessore provinciale alla Cultura Andrea Maria Antonini.

Lasciando dunque “agli occultisti e ai profetisti la disquisizione sul quando finirà il mondo”, Polia ne ha indagato le ragioni e le modalità. “Analizzando le antiche tradizioni e mettendole a confronto, è venuto fuori un quadro affascinante. Tutte le visioni hanno un elemento in comune: la responsabilità umana alla base della distruzione del mondo, che in ogni fonte è collegata ad una degenerazione etico-spirituale dell’umanità e ad una rottura degli equilibri esistenti nel Creato. È l’uomo il responsabile della lunga agonia della Madre Terra, devastata dall’incuria, dallo sfruttamento e dallo stravolgimento del suo ordine e delle sue leggi”.

Sono tanti e suggestivi i miti che trattano della fine del mondo, e Polia li passa velocemente in rassegna ripercorrendo i nodi salienti del suo libro: dalle millenarie culture indoeuropee (antica Persia ed antica India), passando per le grandi civiltà europee (greca, romana ed etrusca), senza dimenticare le tradizioni nordiche (Celti e Germanici), e quelle delle Americhe (Maya, Atzechi ed Inca) che insieme alla Bibbia e alla tradizione islamica, costituiscono gran parte dello scibile tramandato.

In tutte queste civiltà sono rintracciabili profezie, o meglio previsioni, sulla dissoluzione del cosmo (ekpyrosis, l’“estate senza fiori” dei druidi o, citando Seneca, la concussio mundi, causata da grandi sconvolgimenti e cataclismi). E sarebbero tanti gli elementi, secondo Polia, che farebbero pensare ai giorni nostri: nei testi si parla di “un’epoca in cui la nobiltà e il diritto saranno determinati solo dall’uso della forza, il matrimonio e il sesso solo dal piacere, un’epoca in cui il povero sarà considerato cattivo e privato del suo diritto, e gli uomini, avvinti dalla cupidigia e dall’ira, crederanno che questo mondo sia l’unica realtà”. Altri testi sono ricchi di simbolismo che collega elementi del mondo naturale con la degenerazione etica dell’uomo: “Espressioni come ‘il sole si sporca’ e ‘le stelle cadranno’, contenute nei testi germanici – spiega Polia -, indicano un offuscamento della legge morale, un disorientamento dell’uomo che ha perso la direzione del proprio andare avendo distrutto le memorie dei santi e le gesta degli antenati”.

“Sono testi che nel complesso lanciano un severo monito all’uomo a cambiare cultura, ad orientarsi verso un maggiore rispetto degli esseri viventi e della natura, e ad una maggiore gratitudine verso il Creatore, se non vuole andare incontro all’autodistruzione”.

Tuttavia ogni distruzione contiene una rinascita, un rinnovamento, così come ogni inverno lascia il posto alla primavera: “La terra sorgerà di nuovo dal mare, sulle creste delle montagne si apriranno nuove fragorose cascate, le aquile voleranno nei cieli sconfinati”, è il messaggio pieno di speranza della Sibilla germanica. “Lo stesso mito dei Maya – conclude Polia – fa riferimento alla fine di un ciclo, ossia di un mondo, dopo il quale ne inizia un altro”.

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