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ASCOLI PICENO – Se il “metodo Falcone”, che ha rivoluzionato l’azione della magistratura contro la mafia, si basava sul binomio centralizzazione-specializzazione, il “metodo Caselli” punta su chiarezza e semplicità per raccontare e spiegare la mafia a chi la conosce poco o è troppo giovane per avere una memoria diretta di quelle stragi di cui proprio quest’anno ricorre il ventennale.

Gian Carlo Caselli è un uomo e un professionista straordinario: lo dice la sua esperienza, che attraversa più di quarant’anni di storia recente, dall’antiterrorismo negli anni Settanta all’antimafia del dopo-stragi fino alle inchieste di oggi alla procura di Torino. Ne parla con orgoglio, ma senza alcuna supponenza, con un linguaggio ricco eppure semplice, diretto, accessibile all’uomo di legge quanto all’uomo “della strada”. Quello stesso uomo comune che, rispondendo a una domanda, Caselli ha indicato come cruciale nel contrasto della mentalità mafiosa, perché “la legalità ci riguarda tutti” e tutti abbiamo la responsabilità di informarci e conoscere le sentenze di mafia (per esempio, quelle dei processi Andreotti e Dell’Utri), di partecipare attivamente alla vita civile ed essere “cittadini presenti”.

Il magistrato forse più noto d’Italia arriva per tenere il suo intervento, nell’ambito della rassegna Storia della mafia: dalla coppola ai colletti bianchi, accompagnato dalla moglie Laura e dalla scorta, che lo protegge ormai da quarant’anni. Risponde a qualche domanda dei giornalisti e poi entra nella sala gremita della parrocchia di SS. Simone e Giuda, a Monticelli, accolto da un applauso affettuoso.

Parlando per oltre due ore, fra il suo intervento e le articolate risposte alle domande del pubblico, Caselli ripercorre le diverse fasi della lotta alla mafia, a cominciare dalla lunga stagione in cui l’esistenza stessa della mafia veniva ufficialmente negata dalle autorità civili e religiose, fino alla svolta dell’introduzione nel Codice Penale del reato di associazione mafiosa nel 1982. Una conquista che avrà un costo altissimo – gli omicidi di Pio La Torre e di Dalla Chiesa – ma spianerà la strada alla creazione del pool antimafia e, quindi, al maxi-processo: “un capolavoro investigativo-giudiziario” che interrompe la lunga serie di assoluzioni per insufficienza di prove – “la supremazia della mafia e l’impotenza dello stato sancite su carta bollata” – e infligge condanne durissime a esponenti mafiosi di alto livello, per la prima volta confermate dalla Corte di Cassazione, fino ad allora tristemente nota come “ammazzasentenze”.

Ma la storia della lotta alla mafia attraversa anche quello che Caselli definisce “un capitolo vergognoso, di cui anzi non ci si vergogna abbastanza”, quando il pool antimafia viene smantellato e quei magistrati “che stanno rendendo un servizio enorme al Paese intero, non solo alla Sicilia o a una parte d’Italia, ma alla nostra democrazia”, subiscono pesantissime umiliazioni professionali e personali. È il periodo in cui Falcone viene accusato senza mezzi termini di fare un “uso spregiudicato dei pentiti e un uso politico della giustizia” e Borsellino viene tacciato di carrierismo nientemeno che dal grande Leonardo Sciascia.

Con l’esperienza del pool ormai conclusa e il clima di sospetti che isola i suoi magistrati di punta, la mafia compie le stragi di Capaci e di via d’Amelio in cui muoiono Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo, e Paolo Borsellino, insieme ai loro agenti di scorta. Il Paese, inizialmente sconvolto e disorientato, reagisce però mostrando unità, sia sul piano politico (i partiti approvano all’unanimità la legge sul 41bis) sia su quello popolare, con la grande partecipazione dei giovani al “movimento dei lenzuoli bianchi” che si ribella alla mafia.

L’intervento di Caselli si chiude con una nota di speranza: “L’Italia non è solo il paese della mafia, ma anche, orgogliosamente, il paese dell’antimafia.”  Le strutture investigative centralizzate, come la Procura nazionale antimafia, le Procure distrettuali a livello provinciale e la Direzione Investigativa Antimafia con competenze senza confini, nate su iniziativa di Falcone, così come le leggi sui collaboratori di giustizia e sul regime speciale per i detenuti per reati di mafia (il cosiddetto 41bis), rappresentano un modello ammirato e imitato all’estero.

E l’Italia è anche il paese che, con associazioni come Libera, ha dato vita all’antimafia sociale, dei diritti e della cultura, riuscendo a dimostrare una tesi ardita e per tanto tempo considerata del tutto irrealistica: la legalità paga.

L’antimafia dei diritti è quell’azione che sottrae alla mafia consenso e manovalanza assicurando ai cittadini quei diritti di base, per esempio al lavoro e alla salute, che la mafia usa come armi di reclutamento. L’antimafia sociale è l’attività di sensibilizzazione alla legalità e di opera concreta nel territorio, per esempio con le numerose cooperative che gestiscono terre e beni confiscati alle mafie restituendo alla comunità ciò che la mafia le aveva sottratto. E l’antimafia della cultura significa parlare del fenomeno mafioso non solo quando uccide, ossia quando si manifesta come problema di ordine pubblico, ma anche quando cerca di non fare notizia operando sottotraccia, per intessere relazioni esterne con il mondo politico ed economico.

Caselli ha seguito direttamente alcune inchieste eccellenti sui legami fra mafia e politica, primo fra tutti il processo Andreotti, pagandone le conseguenze: l’esclusione, a bando già aperto, dal concorso per la direzione della Procura nazionale antimafia attraverso l’approvazione di una legge contra personas poi giudicata incostituzionale.

Ed è stato etichettato nelle maniere più disparate: fascista ai tempi dell’attività antiterroristica a Torino negli anni Settanta, comunista a Palermo per bocca del mafioso Riina durante il processo del 1994, ma poi ripetutamente anche dall’ex presidente del Consiglio Berlusconi, e di recente addirittura mafioso dalle frange violente del movimento No-Tav (che Caselli non esita a definire squadristi, ben distinti dal movimento in sé).

Ma proprio questi giudizi confermano Caselli come un esempio di quella indipendenza della magistratura dal potere politico che è uno dei cardini della Costituzione italiana. “La famosa riforma ‘epocale’ della giustizia promessa dal governo precedente, puntava a sottoporre la magistratura al controllo politico”, una sciagura da evitare a prescindere dal colore del governo in carica.

Molte, alla fine del suo intervento, le domande poste dal pubblico, e Caselli non si è sottratto neanche a quelle più spinose. Parlando della prescrizione, per esempio, ha specificato che questo istituto esiste in tutti i paesi, ma solo in Italia non si interrompe al momento del rinvio a giudizio o, come in altri ordinamenti, al momento della condanna in primo grado o in appello. “Questo fa di noi un paese estremamente arretrato e spinge le difese a fare di tutto per allungare i processi all’infinito. L’allineamento agli altri paesi sviluppati del mondo su questo fronte sarebbe una riforma a costo zero”.
E infine, sulla possibilità di vedere la fine della collusione tra mafia e politica, Caselli si è mostrato fiducioso: “Vent’anni fa la contiguità fra i due mondi era molto più diffusa e anzi era la regola in alcune aree. Oggi è un fenomeno più circoscritto e se recuperiamo la questione morale, possiamo arrivare a debellarlo”.

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