Non trovo le parole Pippo Mio. Che poi dovrebbe essere il mio mestiere: raccontare emozioni. Ma con te non ci riesco. Forse è un mio limite o forse la colpa è solo tua. Mi hai dato tanto, troppo. Un troppo che non si può definire. Non esistono termini per spiegare ciò che mi hai donato in questi undici anni.

Quanti flash, quanti fotogrammi nel mio cervello. E soprattutto quanta tristezza oggi. Per me, che ti avevo soprannominato Immortale – sopravvissuto a tegole e infortuni – vederti sfiorire è stato un calvario. Oltre che un’assurdità. Perché tu, diciottenne nel corpo di un trentanovenne, lo sai meglio di me: i miti non invecchiano. James Dean, Marilyn Monroe sono lì a ricordarcelo.

Il calcio però è storia diversa, non perdona. E tra le tante battaglie combattute e vinte, ce n’è una che puntualmente perderemo: quella contro l’anagrafe. Fermeremmo volentieri il tempo se potessimo. Magari al 23 maggio 2007. Apice di una carriera inimitabile.

Atene è stato il nostro viaggio di nozze. Due gol, di rapina, come piaceva a te. Per prenderci con i denti ciò che Istanbul ci aveva sottratto due anni prima ed un processo sommario ci avrebbe voluto soffiare nell’estate 2006. Già, l’estate 2006. Chi se la dimentica. Forse fu proprio lì che capii quanto fossimo fatti l’uno per l’altro. Tu, il primo a presentarti a Milanello – nonostante le ferie post Mondiale – in seguito alla telefonata di Galliani, che vi informava di un preliminare da disputare, imprevisto ed ingiusto. I mesi di Calciopoli, della sofferenza, delle ingiurie, delle penalizzazioni. Qualcuno fuggì, annunciando il bizzarro desiderio di imparare l’inglese; tu rimanesti, segnando la rete più bella. Quella che non penetra una porta, ma il cuore.

C’è squadra che non hai purgato? C’è terra che non hai conquistato? Bayern e Lione. Montecarlo e Tokyo. E pensare che il tuo gol più importante, fenomenale ed incredibile non porta la tua firma. Quel pallonetto all’Ajax, all’ultimo respiro, con lo stadio che venne giù nell’anno della Champions. L’episodio spartiacque di un ciclo che, senza quella magia, non sarebbe mai nato. E chi avrebbe potuto inaugurarlo, se non Inzaghi.

La tua essenza è tutta in quel cucchiaio a Lobont, in quella gamba aperta a 95 gradi. In barba all’impossibile, alle difficoltà, alla razionalità. Per due lustri abbiamo volato, domenica ritoccheremo il suolo. “Vi lascio solo perché è la vita, perché è il momento”, ci hai confessato. Lo sappiamo, lo sappiamo bene. Ma almeno consentici di piangere. A dirotto.

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