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Tanta gavetta, prima delle meritate soddisfazioni. “E fortuna che l’ho fatta”, aggiunge Simona Forlini, giovane autrice televisiva di Ascoli Piceno. Molta radio e teatro, ma soprattutto una laurea in Filosofia Estetica. Prima della svolta: “Ero destinata a una carriera universitaria, poi improvvisamente ho scoperto questa strada. Un amico lavorava a RaiSat Arte (canale nel frattempo scomparso, ndr) e cominciai a scrivere dei testi”. L’amore per i game è arrivato un attimo dopo: “Mi incuriosiva l’intrattenimento, ho una predilezione per i fenomeni di massa. Mi affascina rintracciare i motivi per cui tante persone si avvicinano ad un prodotto. Da lì in pochi mesi ho scoperto l’universo dei giochi”. Nel giugno 2001 il banco di prova con “Call Game” sull’allora neonata La7: “Fu un’esperienza straordinaria grazie alla quale ho imparato tantissimo”.

In che senso?
“In quel programma l’autore stava in regia e durante la diretta comunicava col presentatore in auricolare; controllava attraverso un monitor l’andamento in tempo reale delle telefonate da casa. Avevo modo di analizzare cosa funzionava e cosa no, capivo se c’era appeal. In un certo senso fu un piccolo evento e fu anche l’apripista per l’ingresso del televoto nelle trasmissioni”.

Quali qualità deve possedere un autore tv?
“Serve una testa aperta e curiosa, che si muova sempre con il punto di domanda. Serve avere uno sguardo un po’ sghembo per intercettare, e umiltà intellettuale per capire. Poi, per quel che mi riguarda, c’è una grande passione per il linguaggio, in tutte le sue forme, e per l’uso delle parole”.

La tua specializzazione nei quiz è legata ad una predisposizione naturale o ad un particolare gusto nell’ideazione di questo genere?
“Mi stimola la ripetizione di uno stesso meccanismo di gioco, farlo vivere ogni giorno, e brillare per settimane, per mesi, per anni… sempre uguale e sempre diverso. Difficilissimo e fantastico”.

C’era un quiz o preserale televisivo che ti affascina particolarmente?
“Ogni game ha il suo fascino quando non si adagia su abitudini consolidate”.

Sei tra gli autori di “Avanti un altro” , programma tutto italiano. Prova che la televisione italiana può vivere, con successo, anche con risorse interne.
“Assolutamente. Il format è italianissimo. Ultimamente si iniziano a privilegiare i prodotti interni, e in questo senso è un momento ottimo per la creatività dei professionisti di casa nostra”.

Che lavoro c’è dietro al game di Bonolis?
“Una lavorazione puntigliosa e attenta, lasciata poi al genio e all’improvvisazione di Paolo”.

Lo spirito ricorda a tratti quello di “Tira e Molla”. Riconosci delle similitudini?
“Guardo sempre al presente o al futuro, non cerco mai similitudini col passato. Quindi non ci ho fatto caso. Avanti un altro è stato un gesto coraggioso. Ha sparigliato totalmente. Il quiz è stato per decenni legato a una liturgia precisa, inscatolato. Avanti un altro ha creato un precedente e sarà per qualche anno uno spartiacque, un punto di non ritorno, almeno per un po’”.

“Reazione a catena” è un’altra trasmissione che porta la tua firma. Quale contributo dà un autore nel caso di un prodotto importato dall’estero?
“Reazione a catena nasce dalla fusione di due format stranieri. Quando si importa bisogna capire se e quanto si può modificare e adattare ai gusti del nostro pubblico. Il format del Milionario ad esempio è molto rigido, perfino i cambi luce e la scenografia sono uguali in tutto il mondo. Mentre del format argentino El Legado, diventato da noi L’Eredità, è rimasto lo schema di gioco e nulla più. In quel caso il formato è stato rivoluzionato e il gioco finale, la Ghigliottina, fiore all’occhiello del programma, è tutto italiano”.
 
Noti differenze di stile e linguaggio al momento del concepimento di un programma per la Rai e per Mediaset?
“Sì. I pubblici sono diversi, così come i target. Devi assolutamente sapere e tener conto di chi hai dall’altra parte. Anche se l’abilità è sì quella di mantenere lo zoccolo duro della rete in quella fascia, ma è soprattutto e al contempo quella di catturare con argomenti e modi trasversali il restante bacino d’utenza, tirando dentro chi magari non ti guardava”.

Un discorso simile vale dunque anche per le fasce orarie.
“Certo. In base agli orari, i comportamenti in casa sono diversi. Nel preserale (ore 19-20, ndr) le persone sono intente a fare altro. Cucinano, apparecchiano, tornano a casa, insomma sono in movimento. Raramente sono in poltrona. Il linguaggio deve avere una fluidità quasi radiofonica e i giochi devi poterli seguire anche senza guardare”.

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