ASCOLI PICENO – Distinto e disponibile lo psichiatra, sociologo e scrittore Paolo Crepet, ad Ascoli mercoledì 6 giugno per l’ultimo dei suoi incontri con il pubblico al teatro Ventidio Basso.

Promossi nell’ambito della “Settimana della Famiglia” lo scorso 23 maggio, questi “talk show” dedicati a genitori, figli e insegnanti, di cui solo il primo gratuito, sono stati incentrati sull’importanza del dialogo con i figli, sui conflitti familiari e sulla sessualità nell’adolescenza.
Laureato a pieni voti sia in Medicina e Chirurgia, con successiva specializzazione in psichiatria, sia in Sociologia, Crepet è autore di diversi testi e volto noto della tv, spesso ospite al programma di Bruno Vespa Porta a Porta.

Che riscontro hanno avuto le sue due conferenze ad Ascoli?

Ottimo: È andato tutto nel migliore dei modi: nella prima serata c’erano 850 persone, un numero considerevole per una città come Ascoli, che sono rimaste ad ascoltarmi fino alla fine della conferenza per cui evidentemente non erano lì per una questione di notorietà mia ma per necessità vere; comunque personalmente sono stato sempre più confidente nella provincia, più “sana” e con bisogni reali, che nella grande città in cui è difficile raggiungere persone autentiche perché c’è molta fuffa. Certo alla prima serata l’affluenza di pubblico è stata maggiore in quanto ad ingresso libero mentre la successiva era a pagamento e la gente è abituata, malamente, a fruire della cultura soltanto gratuitamente; tuttavia anche il risultato della seconda serata è stato molto buono, di circa 150/200 persone.

La crisi della famiglia, fra i temi base di queste conferenze,è sempre più d’attualità. Quali sono le cause della disgregazione familiare e quanto ha influito in questo senso l’indipendenza, in primis economica, della donna?

Intanto ritengo che una comunità contemporanea sia tale se ci sono pari opportunità tra uomo e donn; sono figlio di una femminista ante litteram per cui mia madre si rivolterebbe nella tomba se sapesse che io penso delle cose diverse da queste; ciò premesso, credo che l’indipendenza della donna abbia influenzato la crisi della famiglia in termini, forse, di minore tasso di ipocrisia oggi: le litigate ed i delitti intrafamiliari ci sono sempre stati, prima, durante e dopo la legge sul divorzio; gli uomini fanno fatica a perdere potere, a confrontarsi con la frustrazione perché vengono da secoli di dominio maschilista. Spero che nel medio – lungo termine ciò insegni alle future generazioni a scegliersi, cosa che ancora non abbiamo imparato a fare; credo che ancora oggi ci si scelga in base al censo, alla classe sociale, all’auto costosa o allo sguardo maliardo, per poi accorgersi che dietro tutto ciò non c’è niente.

In casi di alta conflittualità, è favorevole o meno alla mediazione familiare, intesa come strumento finalizzato a responsabilizzare le parti e ristabilire la comunicazione fra entrambe?

Se c’è qualcuno in grado di dare una mano ben venga ma è necessaria una certa maturità dell’uomo e della donna in questione altrimenti finita la seduta, tornati a casa, si rischia di vanificare tutto; è un po’ ingenuo, in questo senso, pensare che la comunicazione fra le parti possa essere ristabilita solo grazie al mediatore. Poi c’è da sottolineare l’indiscussa opera meritoria della mediazione nei casi di società multietniche in cui la coppia è formata da persone diverse.

Restando in tema di responsabilità, bisognerebbe focalizzarsi sull’educazione dei figli o su quella dei genitori?

Nei miei decennali impegni professionali sono partito dai ragazzi per poi dar vita ad una scuola per genitori, che ormai ha nove anni, di grande rilevanza nei luoghi in cui abbiamo potuto operare, soprattutto nel Nordest e un po’ nel Sud; credo sia importante parlare con entrambi perché sia i ragazzi sia i genitori condividono al 50% una responsabilità; non credo ce ne sia mai una totalmente dei genitori o una totalmente dei figli, a meno che non si parli di bambini nei primi anni di vita; già nell’adolescenza i ragazzi dovrebbero assumersi degli obblighi e sarebbe bene che anche nelle scuole si parlasse di educazione, materia abolita dal ministero dell’Istruzione.

Oggi è più corretto parlare di ignoranza o indifferenza educativa?

Dipende dai casi. C’è chi, da genitore o da insegnante, non ritiene di avere un ruolo educativo: molti genitori pensano che l’educazione sia fatta di “paghette” e della sufficienza minima in tutte le materie a scuola; penso si debba cambiare questa situazione disastrosa e anche i ragazzi dovrebbero imparare ad assumersi delle responsabilità; ho una visione di un’Italia in parte invertebrata, di giovani privi di idee, e non credo che questo ci farà andare da qualche parte; la mia preoccupazione in questo paese è che non c’è un ricambio e questo non dipende dalla politica, che andrebbe riportata al suo mestiere perché l’educazione non può essere la politica, ma dai ragazzi: le cose cambiano quando la gente ha delle idee che evidentemente nel nostro paese mancano.

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