ROMA – L’onorevole Amedeo Ciccanti interviene in Parlamento sulla Spending Review (revisione della spesa pubblica). Per il politico ascolano lo Stato dovrebbe ridurre gli interventi sull’economia come nel caso di servizi pubblici. Il problema per il rappresentante dell’Udc rimarrebbe comunque una morsa fiscale troppo forte, pari al 46,5% che determina una bassa crescita. Tagli alle spese, dunque, anche a quelle politiche, nonostante le definisca ormai vicine agli standard europeri, “ma si può fare di più”, aggiunge. Lo Stato, per l’onorevole, dovrebbe soppesare bene tutte le proprietà che possiede e metterle sul mercato, aste online, in caso di inutilizzo.

“Bisogna evitare che le nuove generazioni paghino per quelle passate” dichiara e aggiunge la sua contrarietà all’aumento delle tasse universitarie per tutti. Poi analizza il riordino delle Province che definisce esaltante. Ciccanti sottolinea l’importanza di quello che definisce l’arretramento strategico dell’economia che mirerebbe a combattere la pressione fiscale e migliorerebbe la spesa pubblica, sostenendo di fatto l’azione del Governo Monti, anche se sottolinea “potrebbe essere fatta meglio”.

Ma ecco di seguito il testo completo dell’intervento dell’onorevole Ciccanti nella seduta numero 669
di giovedì 19 luglio 2012 (Discussione del disegno di legge (per la discussione sulle linee generali):
S. 3396 – Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, recante disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini (Approvato dal Senato).(C. 5389).

Amedeo Ciccanti: “Signor Presidente, onorevole sottosegretario, onorevoli colleghi, il 30 aprile scorso il Ministro Giarda ha presentato al Consiglio dei ministri un rapporto per la revisione della spesa pubblica. In esso si evidenzia una crescita dei costi di produzione dei servizi pubblici senza un corrispondente livello di qualità e forti carenze nell’organizzazione del lavoro con ingiustificate differenze retributive non collegate ai risultati. Un’ulteriore criticità riscontrata sono gli elevati costi per l’acquisto di beni e servizi rispetto al settore privato. Queste disfunzioni, inquadrate all’interno del Documento di economia e finanza del quale ho avuto l’onore di essere il relatore in quest’Aula, registrano nel quinquennio 2011-2015 una sostanziale stabilità di spesa sia per il personale e sia per i consumi intermedi, a fronte di una crescita di circa 6 miliardi di euro per le spese sanitarie che altera gli equilibri di bilancio.

Attenzione, queste dinamiche di spesa incrementano il debito pubblico che, invece, deve ridursi. Il Six pack, ossia i regolamenti comunitari sottoscritti dal Governo Berlusconi nel marzo 2011 e poi trasferiti nel Trattato europeo che va sotto il nome di fiscal compact, prevede che l’Italia dal 1o gennaio 2015 dovrà ridurre il proprio debito pubblico di un ventesimo del proprio Pil, ossia di una media pari a circa 30-40 miliardi di euro l’anno. Ciò significa mille miliardi di euro in vent’anni, posto che il debito ad oggi è di 2 mila miliardi.

È chiaro che ciò non si ottiene in una settimana, ma che fin da oggi dobbiamo cominciare a limare la prima fonte che alimenta il debito pubblico, cioè la spesa pubblica. Siamo ben consapevoli che il debito si alimenta con gli attuali alti tassi di interesse sui titoli di Stato, ma lo scudo anti spread, concordato nel Consiglio europeo del 28 e 29 giugno scorso, dovrebbe raffreddare la speculazione finanziaria sui nostri titoli di Stato. Siamo consapevoli che una parte della spesa è dovuta agli incentivi e ai fondi persi dati al sistema industriale, ma anche qui è già in atto un processo di revisione che il professor Giavazzi, a ciò incaricato dal Premier Monti, ha definito e sarà oggetto di valutazione delle Camere a settembre.

Siamo consapevoli che c’è una spesa che va sotto il nome di costi della politica, che riguarda partiti e sindacati e che può essere confusa con i costi della democrazia, ma anche in questo caso il professor Giuliano Amato, a ciò incaricato, ha definito una ricognizione per una proposta che sarà presentata il prossimo mese di settembre alle Camere. Siamo consapevoli che sui costi della politica molto è stato fatto per lo status dei parlamentari, allineandoli ai costi dei maggiori Paesi europei, degli amministratori locali, dell’editoria politica, ma sappiamo che molto c’è da fare e si farà.

Siamo consapevoli anche che il debito può essere ridotto con la vendita del patrimonio pubblico, soprattutto immobiliare, acquistato a debito a suo tempo, del quale però se ne può fare a meno perché non più utile ai fini istituzionali. Sappiamo, quindi, che non è solo immaginabile trasferire dalle tasche dello Stato alle tasche degli italiani mille miliardi di euro in vent’anni per adempiere agli impegni europei di ridurre il debito pubblico dall’attuale 120 per cento al 60 per cento del Pil, ma è anche immaginabile pensare ed ottenere che almeno 500 miliardi di euro potranno essere recuperati attraverso l’eliminazione di sprechi e spesa improduttiva, oltre alla vendita di immobili che costano e non rendono.

Attenzione, questa mission politica per i prossimi vent’anni non è solo perché c’è stata chiesta dalla Commissione europea, ma perché comunque avremmo dovuto farla sul piano etico e politico. Non è giusto, infatti, lasciare alle future generazioni, ai nostri figli e nipoti un debito così alto.

Compito dei politici e delle generazioni che si susseguono è di lasciare alla generazione che viene dopo, una società migliore di come l’hanno trovata. Lasciare debiti ai figli non mi sembra un grande regalo.

La riduzione del debito impegna la classe politica su tre scelte.

  • La prima è l’eliminazione degli sprechi e qui siamo tutti d’accordo.
  • La seconda è la riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni, rendendole più efficienti e meno costose. Vale il motto «spendere meglio per spendere meno», ma qui il discorso si fa più complicato perché bisogna vincere resistenze corporative e logiche conservative di interessi e culturali molto radicate. Però è quello che anche in questo decreto-legge si è cominciato a fare.
  • La terza è ridurre l’intervento dello Stato nell’economia, come nel caso dei servizi pubblici statali e locali.

Questo disegno è più complesso. È iniziato con la nuova legge sulla golden share, dove l’Italia ha rinunziato a ritenere un’impresa strategica per gli interessi nazionali in base al controllo societario, ma tale valutazione può essere fatta caso per caso per tutte le aziende private nazionali. Lo Stato, quindi, ha già iniziato un arretramento strategico nell’economia, anche privilegiando il project financing come strumento di implementazione infrastrutturale in coerenza con la strategia europea 2020, che prevede l’utilizzo dei project bond sulle grandi reti transeuropee. Lo Stato arretra anche quando esce dalla gestione della proprietà della rete Snam come ha fatto con il decreto-legge «libera Italia» e come viene fatto con l’articolo 4 di questo decreto-legge numero 95 del 2012 con le società in house a partecipazione totalitaria pubblica e a totale committenza pubblica.

Scopo della riduzione della spesa pubblica però non è solo riduzione del debito pubblico, ossia una manovra meramente finanziaria. Ci sono altri due obiettivi. Il primo è il miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione, che non diventa più un costo per l’economia italiana e un fattore di deterrenza per gli investimenti stranieri. Il secondo obiettivo è la riduzione della pressione fiscale. Oggi è al 46,5 per cento, ovvero il livello più alto raggiunto dal dopoguerra, che rappresenta un costo per lo sviluppo e determina l’attuale bassa crescita che dura da più di un decennio, dal momento che è ferma su una media dello 0,2 per cento nell’ultimo decennio.

Quindi, l’Italia dovrà marciare nel breve e medio periodo sul binario riduzione della spesa-riduzione della pressione fiscale, riduzione della spesa-riduzione del debito pubblico, perché debito e Pil sono un rapporto e, quindi, riducendo il primo e migliorando secondo, si soddisfano i due parametri che renderanno meno sacrificale il prossimo futuro degli italiani. Definito lo scenario di riferimento, va focalizzato il perimetro entro il quale si muove la strategia del Governo Monti. Il perimetro della spesa aggredibile – secondo il Ministro Giarda – è quantificabile in circa 100 miliardi tra Stato, enti previdenziali ed enti territoriali. La spesa per beni e servizi dello Stato ed enti territoriali ammonta a 136 miliardi. Riorganizzando in termini di economie di scala attraverso i contratti Consip questa tipologia di spesa, è ipotizzabile ottenere un risparmio del 2-3 per cento annuo, pari a circa 4-5 miliardi l’anno.

Va detto che l’ultima gara Consip che ci ha trattenuto dell’esame del decreto-legge numero 52 del 2012 in quest’Aula su un miliardo e mezzo di affidamento, aveva ottenuto ribassi di media pari al 15 per cento per circa 321 milioni di economie. È un buon segnale e si sollecita il Governo, signor sottosegretario Polillo, attraverso lei, a rendere operativo con la firma delle convenzioni che non risulta ancora avvenuto e non si sa perché.

La revisione della spesa non è un’operazione illuministica che si risolve a tavolino, ma richiede una riconversione culturale del dipendente pubblico. Non è neanche un provvedimento di tagli. È un programma, un processo di miglioramento continuo delle performance gestionali in termini di costi e benefici.

L’analisi della spesa voce per voce, attraverso un controllo di gestione tra previsioni e risultati, è il presupposto indispensabile per raggiungere gli obiettivi politici previsti. Come il settore privato, in cui le aziende private hanno ridotto i costi di produzione di beni e servizi ricorrendo alle nuove tecnologie, così devono fare anche i segmenti operativi della pubblica amministrazione. Qualità, produttività, affidabilità, reingegnerizzazione dei processi e riduzione dei costi, senza tagliare prestazioni ancora attuali e utili al cittadino, sono gli ingredienti della sfida che abbiamo di fronte.

Bisogna creare valore nell’erogazione dei servizi, prefigurando il cittadino utente come cliente, ossia non un fastidio davanti allo sportello, ma una fonte di ricchezza nazionale. Questa cultura significa non organizzare la sanità per i medici, ma per i malati, la scuola non per i docenti, ma per gli studenti, gli uffici non per i dipendenti pubblici ma per i cittadini. Vi sono esperienze di revisione della spesa in atto, che stanno diventando buone pratiche da valutare ed imitare. Penso ad alcune esperienze maturate all’interno dell’Inps, del comune di Torino, del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, della provincia di Trento, ossia di un campione di enti a cui si può chiedere come, perché e con quali risultati.

La partita è cominciata. Dai tagli lineare ai tagli selettivi, ragionati, dove la medicina non ammazza il malato. È con questo spirito che oggi affrontiamo la discussione e il voto dei due decreti-legge, il n. 87 e il n. 95 del 2012. Essi vanno nella direzione di quell’orizzonte che ho descritto, così come in piena sintonia di intenti si è espresso anche l’ottimo relatore Nannicini, al quale esprimo e rinnovo i più convinti sentimenti di stima e gratitudine per l’ottima relazione.

Il decreto-legge n. 95 del 2012 realizza i tagli lineari del Governo Berlusconi, che hanno avuto un effetto cumulato sui tre anni di 200 miliardi di euro. Esso riduce la spesa per l’acquisto di beni e servizi attraverso la centralizzazione delle gare, migliora le procedure delle gare per la dismissione dei beni mobili attraverso la rete Internet, riduce le dotazioni organiche delle pubbliche amministrazioni, Stato, regioni ed enti locali, attraverso mobilità e pensionamenti nel caso di personale in soprannumero. Inoltre, si sciolgono o si privatizzano società in house che svolgono servizi per il 90 per cento del fatturato solo per la pubblica amministrazione, si riducono ulteriormente la auto di servizio, le cosiddette auto blu, e si riducono i buoni pasto per i dipendenti pubblici, uniformandone i prezzi e rendendoli effettivamente necessari. Si pone fine alla monetizzazione delle ferie, rendendole effettive anche per la Banca d’Italia.

Vi è poi l’accorpamento di enti, agenzie e organismi che esercitano funzioni fondamentali o funzioni amministrative per gli enti locali; la riduzione di due miliardi al servizio sanitario nazionale, con l’introduzione di misure di risparmio per la spesa farmaceutica; infine, la ricetta medica non potrà più indicare il marchio del farmaco, ma solo il principio attivo della molecola. Finisce così la promozione, presso i medici, di farmaci da parte delle case farmaceutiche. La farmacia dovrà, poi, dare il farmaco a minor costo e con la stessa efficacia.

Su alcune misure, però, va detto qualcosa in più. Sono state aumentate le tasse universitarie agli studenti fuori corso, con particolare riguardo agli studenti lavoratori. Sono d’accordo su questa misura, perché premia il merito. Tuttavia, non condivido l’aumento delle tasse anche agli studenti in regola con il calendario degli esami, introdotto dal Governo con il maxiemendamento, ma senza l’avallo della Commissione bilancio del Senato e che saremo costretti ad approvare con il voto di fiducia. Questa azione – lo dico con amarezza – il Governo poteva evitarla. Forzature sui principi, al di là del merito che regolano i rapporti tra Parlamento e Governo, è bene evitarle.

L’altra questione è il taglio dei trasferimenti agli enti locali. Agli enti locali vengono tagliati, nel triennio 2012-2014, ben 7,6 miliardi di euro, mentre l’amministrazione centrale, lo Stato, taglia, nello stesso triennio, solo 4,4 miliardi di euro.Non va bene, non ci siamo!

In primo luogo, i sacrifici delle pubbliche amministrazioni devono essere proporzionati. In secondo luogo, se un trattamento di favore vi deve essere, esso deve riguardare i comuni che erogano servizi più vicini al cittadino, a cominciare dai servizi sociali che sono cresciuti di importanza e di volume in una fase di grave crisi sociale.

Siccome ci saranno futuri interventi di riequilibrio di finanza pubblica, si dovrà ripristinare l’equità violata, signor sottosegretario.

Una riforma in particolare da esaltare è quella del riordino delle province. La determinazione dei requisiti minimi di superficie – 2.500 chilometri quadri – e di popolazione – 350 mila abitanti – cancella 64 province su 110, determinandone l’accorpamento. Noi dell’Unione di Centro per il Terzo Polo eravamo per l’abrogazione, con la cancellazione dell’articolo 133 della Costituzione. Meglio così che niente, comunque, viste le resistenze ed i condizionamenti del Partito Democratico e del Popolo della Libertà, che abbiamo visto anche in quest’Aula.

Per quanto mi riguarda, questo accorpamento avrebbe dovuto essere più coraggioso, avrebbe dovuto essere di 500 mila abitanti, in un quadro di riforma costituzionale di macro regioni non inferiore a quattro o cinque milioni di abitanti. Non ha senso tenere in vita regioni al di sotto dei due milioni di abitanti, quando ci sono province con altrettanta popolazione. Troppa la burocrazia, troppi i costi della politica, troppi i costi di funzionamento, che il Paese non si può più permettere.

Le procedure di riordino delle province sono discutibili e potevano essere migliori: sono esposte a rischi di ricorso alla Corte Costituzionale. Quello che conta, comunque, è il dato politico generale rispetto agli aspetti particolari. Siamo soddisfatti per come si è composto il sistema di interventi a sostegno delle popolazioni terremotate dell’Emilia Romagna e a favore di 55 mila esodati, oltre ai 65 mila già previsti, ma tutti gli altri – si sa – come ha detto il Ministro Fornero, non rimarranno fuori. Si poteva fare di più e meglio, ma con le condizioni finanziarie esistenti, si è dato il meglio che si poteva dare.

Sul decreto-legge n. 87 esprimiamo soddisfazione per due motivi. Il primo perché c’è un rafforzamento patrimoniale di SACE e SIMEST, attraverso l’acquisto di quote azionarie da parte della Cassa depositi e prestiti. Il secondo perché la SACE, che dà copertura finanziaria alle società italiane che operano all’estero e la SIMEST, che invece compartecipa alle iniziative imprenditoriali all’estero per la conquista di quote di mercato, complessivamente potenziano l’attivo della bilancia commerciale italiana.

La forza economica della Germania e della Cina è determinata dall’attivo dell’export rispetto all’import. Per il nostro Paese, il rafforzamento della competitività a livello globale è condizione di crescita e benessere delle future generazioni. Quindi, non c’è solo l’aspetto finanziario di una riduzione della spesa pubblica, ma anche quello di un rafforzamento degli asset competitivi del nostro Paese. Va sottolineato di questo decreto-legge anchel’incorporazione dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato nell’Agenzia delle dogane e l’incorporazione dell’Agenzia del territorio nell’Agenzia delle entrate. Si tratta di una semplificazione e razionalizzazione delle agenzie fiscali, già decisa dalle manovre estive del Governo Berlusconi. Posto che le funzioni di ciascuna agenzia rimangono intatte, non ho capito le valutazioni critiche della Lega Nord Padania e di qualche esponente del PdL espresse nella V Commissione (Bilancio), così come non capisco come la soppressione dell’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico desti tanto scalpore, quando le risorse, le finanze e le funzioni esercitate, rimangono in vita attraverso un riparto di competenze tra la nuova Agenzia delle dogane e dei monopoli, che si occuperà di giochi e scommesse, ed il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali.

Non si può chiedere di ridurre la spesa pubblica e poi tenere in vita agenzie, enti, società e carrozzoni vari a carico del contribuente, lamentandosi, nel contempo, che si è gravati dalle tasse. Qualche collega in cerca di fortune elettorali deve mettersi in pace con la coerenza tra desideri e mezzi. Perplessità desta il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena. L’opinione pubblica si interroga non tanto sul salvataggio – perché a pagare sarebbero centinaia di imprese e risparmiatori, se l’istituto fallisse – quanto per le responsabilità di gestione che ne hanno determinato la crisi.

A tutti è rimasto impresso il servizio di Report sull’operazione discutibile tra Monte dei Paschi di Siena e la banca Santander, relativa all’operazione di acquisto e vendita della Banca Antonveneta. È vero che le procedure di patrimonializzazione delle banche europee stabilite dall’EBA sono forse la causa del dissesto del Monte dei Paschi di Siena, ma a tali regole sono riuscite a sottostare tutte le banche italiane, rafforzando così il loro profilo di solidità, sicurezza solvibilità.

Credo che faccia bene lo Stato a salvare il Monte dei Paschi di Siena con un’operazione che costa ben 3 miliardi e mezzo, e ha fatto bene il Senato a chiedere limiti e condizionamenti ai benefici di amministratori e dirigenti, però qualche azione di responsabilità sugli errori passati andrebbe sollecitata e la sollecito al Governo con questo intervento per quanto possa pesare e condizionare. Spero che si sollevi la protesta degli azionisti e dei risparmiatori contro chi ha sbagliato senza pagare pegno.

Concludo l’esame del decreto-legge con alcune considerazioni di carattere generale sulle dismissioni immobiliari alla luce delle considerazioni iniziali. L’Italia ha un patrimonio pubblico di valore inestimabile, palazzi storici, opere d’arte, uffici, scuole, caserme, ospedali, terreni, aree ferroviarie, portuali e aeroportuali. Dobbiamo capire quello che serve ancora e quello che è inutilizzato ed inutilizzabile e se è il caso di dismettere alcuni beni ed altri valorizzarli per ribaltare il rapporto costi-benefici.

Il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, con l’articolo 58, aveva provato a definire un piano delle alienazioni che la Corte costituzionale ha ritenuto lesivo delle prerogative regionali in materia di gestione del territorio; si tratta di mettere insieme strategie comuni tra Stato ed enti locali, che sappiano quantizzati in termini finanziari immediatamente le operazioni di dismissione in quanto valutabili ai fini delle poste di bilancio computate nei saldi di finanza pubblica.

Dalla ricognizione del patrimonio immobiliare di proprietà e in locazione, sono state rilevate oltre 543 mila unità immobiliari di proprietà dello Stato e 776 mila terreni per oltre 13 miliardi di metri quadri; secondo il Ministero dell’economia e delle finanze di questo patrimonio sarebbe dismissibile solo il 40 per cento. La destinazione d’uso delle unità immobiliari è per il 72 per cento per attività istituzionali e per il 10 per cento per uso abitazione; sia l’uso abitazione sia il 28 per cento delle unità immobiliari è per tanto da mettere sul mercato.

La stima del Ministero dell’economia e delle finanze delle unità immobiliari oscilla tra 239 e 319 miliardi, mentre per i terreni oscilla tra 11 e 49 miliardi. Si tratta di metterci mano prima possibile, l’Agenzia del demanio si sta già muovendo in questa direzione, incontrando il sistema delle autonomie locali e delle organizzazioni imprenditoriali per definire procedure e limiti nelle attività di dismissione, che sappiano coniugarsi con l’economia e gli assetti urbanistici e con gli attuali mercati finanziari che soffrono il ristagno degli investimenti immobiliari. Da una parte non si può svendere e dall’altra non si può sostenere il peso dei costi di immobili inutili; l’urgenza di collocare sul mercato 15 miliardi di beni pubblici nel triennio 2012-2014 programmati dal Governo Berlusconi, e recepiti da questo Governo per garantire il pareggio di bilancio, deve trovare subito, da parte del Ministro Grilli, già nel prossimo mese di settembre, una strategia realizzativa al fine di evitare la svendita di altri asset mobiliari in una fase di crisi della borsa, ovvero di speculazione da parte dei fondi sovrani stranieri.

Le aste on line per velocizzare le dismissioni di proprietà immobiliari e dei terreni in lingua inglese e tedesca, per attrarre investitori stranieri, ci fa piacere da una parte, ma ci preoccupa dall’altra, perché ciò avviene in una logica meramente di profitto di Stato e non di valorizzazione urbana o ambientale. 500 miliardi di asset di patrimonio immobiliare pubblico, tra quello dello Stato e quello degli enti locali, sono un’opportunità da considerare con grande impegno e oculatezza, soprattutto se l’alibi del tempo consiglia scorciatoie sul piano della trasparenza e dell’imparzialità.

Dobbiamo fare in fretta e stare con gli occhi aperti, la ripresa autunnale è decisiva per sviluppare il secondo tempo della prima fase da destinare alla crescita. L’impegno dell’Unione di Centro per il Terzo Polo, è arrivare al 2013 avendo fatto bene i compiti che la situazione richiede e per questo siamo soddisfatti dellazione fin qui compiuta dal Governo Monti, che sosteniamo con convinzione, anche se, come tutte le cose, potrebbe essere realizzata meglio”.

 

 

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