ASCOLI PICENO – Choosy? No, sfruttati. A quanto pare sono molti i compromessi che i lavoratori ascolani, giovani e meno giovani, sono talvolta costretti ad accettare.

Lettere di richiamo dai motivi generici e discutibili, usate strategicamente per licenziare, contratti fittizi che nascondono rapporti di lavoro subordinato, ritardo nel pagamento degli stipendi o del T.F.R. (trattamento di fine rapporto), straordinari non retribuiti, ne sono solo un esempio.

Sarà per questo che il numero delle vertenze in materia di lavoro è aumentato notevolmente negli ultimi anni; stando ai dati forniti dalla Cgil di Ascoli, infatti, si è passati dalle 100 nel 2009 alle 250 nel 2010 per arrivare alle circa 500 vertenze tra il 2011 ed i primi mesi del 2012. Un incremento sorprendente considerato il lasso di tempo più o meno breve preso in considerazione, dovuto forse anche al fatto che statisticamente un terzo delle stesse si chiude positivamente ed il lavoratore recupera tutto l’ammontare che gli spetta; anche in caso di fallimento, il recupero avviene comunque, attraverso i Fondi di Garanzia e Tesoreria dell’Inps; di conseguenza spesso le aziende, non avendo responsabilità diretta, lasciano in sospeso i crediti di lavoro poiché, avvalendosi proprio di strumenti forniti dalla legge, hanno la possibilità di lasciar fallire l’azienda senza rischiare nulla.

Sovente vengono stipulati particolari contratti di lavoro che nascondono in realtà il rapporto subordinato; è il caso di molti contratti a progetto e del 90% delle associazioni in partecipazione, utilizzate prevalentemente da catene commerciali e turistiche in franchising, come dimostrato, sulla base di denunce pervenute, dalla campagna contro l’abuso delle fattispecie in questione “Dissòciati!”, organizzata congiuntamente dalla Filcams e da NIdiL Cgil. Sfortunatamente la tanto attesa Riforma del lavoro non ha fatto grandi passi in avanti riguardo il contratto di associazione in partecipazione, che prevede vantaggi esclusivamente per l’azienda, la quale sostiene costi ridotti, e penalizza il lavoratore con stipendio e pensione più bassi rispetto ad un dipendente e nessuna indennità di disoccupazione in caso di perdita del posto di lavoro; la Riforma Fornero, infatti, ha stabilito per ogni azienda la possibilità di mantenere fino a 3 associati, oltre al coniuge, ai parenti entro il terzo grado ed agli affini entro il secondo.

Addirittura peggiore l’utilizzo del contratto job on call (o a chiamata) di cui la Cgil aveva chiesto l’abolizione in quanto giudicato il più precarizzante di tutti, ma solo parzialmente integrato e corretto dal Governo. Accade, infatti, che nei periodi di alta stagione, lungo la costa e non solo, diversi esercizi aperti al pubblico assumono lavoratori intermittenti, avendo così un contratto regolare da poter mostrare agli ispettori, non dichiarando però nelle buste paga o nei libri aziendali i giorni effettivi di lavoro. “Un caso estremo – spiega una delle sindacaliste Cgil di Ascoli – è quello di una intermittente che risultava avesse lavorato, da Giugno a Settembre, solo il 15 agosto mentre in realtà aveva lavorato 12 ore al giorno”. Poiché l’onere della prova è a carico del lavoratore, è difficile trovare persone disposte a testimoniare in suo favore.

“La storia dell’umanità segue un andamento progressivo caratterizzato da corsi e ricorsi”, diceva il filosofo Giambattista Vico. Ѐ un peccato, però, che diritti conquistati con anni di dura lotta siano calpestati in maniera tanto sfacciata.

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