ROMA –  Sono già trascorsi 7 giorni dall’inizio del Festival di Roma e dal suo quartier generale, Auditorium Parco della Musica, sono molti gli spettatori e gli operatori del settore delusi  dalla nuova direzione artistica di  Müller. Scippato dalla Polverini a Venezia per 2,3 milioni di euro, la sua versione della kermesse romana è costata più di 11 milioni e il risultato è diviso in 4 sezioni: film in concorso, fuori concorso, CinemaXXI, nata in sostituzione di Exxtra, è la linea dedicata alle nuove correnti del cinema mondiale, e Prospettive Italia, una finestra sulle nuove tendenze del cinema nostrano. Alice nella città, da quest’anno divenuta una sezione autonoma e parallela del festival, propone pellicole per l’infanzia e l’adolescenza.

Soltanto CinemaXXI ha regalato qualche emozione cinefila con Suspension of disbelief di Mike Figgis, opera visionaria e autobiografica piena di rimandi a David Lynch e Brian De Palma, e con Glotizius and the Pelican Company, diretto dal grande Peter Greenway, che ha fatto registrare il tutto esaurito alla proiezione per il pubblico del 12 Novembre. Nel cast di quest’opera su Hendrik Goltzius (1558-1617), uno dei primi incisori olandesi del barocco, insieme a F. Murray Abrham ritroviamo Flavio Parenti, Pippo Del Bono e Giulio Berruti.

A soddisfare il lato popolare, che contraddistingue il Festival di Roma, ci hanno pensato Fabio Ferzetti e Gianfranco Giagni, presentando in concorso Carlo!, documentario in cui ricostruiscono la carriera e l’essenza della comicità di Carlo Verdone. Anche la proiezione dell’ultimo episodio della saga di Breaking Dawn, ha risposto allo spirito della ex Festa del Cinema. Il 13 Novembre, una nevicata artificiale ha imbiancato il red carpet dell’Auditorium di Renzo Piano, per la proiezione dedicata alle scuole di Ralph Spaccatutto, film d’animazione in 3D targato Disney, nelle sale a partire da Natale.

Si sperava che l’ex direttore artistico della kermesse veneziana riuscisse a portare sul red carpet di Roma Quentin Tarantino e il suo Django Unchained, ma le aspettative sono state disattese. Il pubblico a caccia di vip si è dovuto accontentare ieri, 14 Novembre, di Sylvester Stallone, giunto a presentare Bullet to the head, di Jude Law, voce dell’Uomo Nero nel film di animazione Le cinque leggende, e di James Franco, che, Venerdì 16 incontrerà il pubblico per una masterclass insieme a Douglas Gordon.

Paul Verhoeven, regista di RoboCop, Basic Instinct e Atto di forza ha salutato i suoi numerosi fan Sabato 10, giorno in cui ha presentato Steekspel, una sorta di Dallas costruito attraverso l’uso dei social networks. Tra le vecchie glorie, è arrivato a Roma  Martedì 13 anche Larry Clark in concorso con il suo Marfa Girl. Una nuova rappresentazione dell’adolescenza, in particolare dell’interazione fra mondo interiore ed esteriore, si è trasformata per Clark in un’occasione di protesta contro le major hollywoodiane.

Mental e Main dans la main, rispettivamente di P.J. Hogan e Valérie Donzelli, sono al momento le due commedie straniere che hanno riscosso il maggior successo di critica e pubblico, ma solo la seconda è in lizza per il Marc’Aurelio d’Oro. A 3 giorni dalla fine del festival viene proiettato il terzo ed ultimo film italiano in concorso, E la chiamano estate di Paolo Franchi, opera d’autore secondo il regista, ma che ha finito per scatenare l’ilarità della critica. Deludono anche i film di Susanna Nicchiarelli (PIT) e di Pappi Corsicato (C), che, seppure basati su buone idee, sono dotati di sceneggiatura debole, nel primo caso, e troppo citazionista, nel secondo.

Un ottimo invito a ricostruire le cause della desolazione politica attuale è il documentario in concorso S.B. Io lo conoscevo bene, di Giacomo Durzi e Giovanni Fasanella. Ritratto accurato ed onesto dell’ex premier italiano, attraverso i ricordi di chi, per ragioni politiche o di amicizia, gli è stato accanto: dall’avvocato Dotti, passando per Giuliano Ferrara, per arrivare a Paolo Guzzanti. Senza voler essere una riabilitazione post era berlusconiana (forse),  S.B. Io lo conoscevo bene, mette in luce, con estrema razionalità, le ragioni della discesa in campo e del delirio di onnipotenza, che ha portato il Cavaliere a costruire la “mignottocrazia”, come l’ha definita Guzzanti.

Un breve bilancio prima della proclamazione dei vincitori, Venerdì 17 Novembre, porta alla triste considerazione del fatto che nel panorama cinematografico italiano non esista un vero e proprio movimento, come ha affermato Michele Placido nei giorni scorsi, capace di produrre buon cinema e di esportarlo all’estero. Quello che manca è la creatività e idee capaci di costruire l’identità di un film. Forse ci rimangono i documentari, un invito alla riflessione e alla ricerca dell’identità nostra e del nostro Paese.

 

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