ASCOLI PICENO – Era un sabato, il 19 novembre di un anno fa. C’era il sole, poteva essere l’inizio di un fine settimana tranquillo e allegro, come accade spesso in questa città. Il ritrovamento del corpo di Giorgio Centinaro, sedicenne figlio del noto magistrato ascolano, ha squarciato la serenità della provincia.

Da domenica 18 novembre piove incessantemente su Ascoli, sembra quasi che anche il cielo, così sereno lo scorso anno, voglia piangere Giorgio, insieme ai genitori e ai familiari che saranno al Duomo dalle 18:30, in occasione della funzione in ricordo del ragazzo.

Rinvenuto sul greto del Tronto verso le 11 del mattino, all’altezza del ponte di Porta Solestà, l’identificazione è avvenuta solo qualche ora dopo, quando le forze dell’ordine hanno trovato in casa del ragazzo una lettera. Ai funerali del 21 Novembre 2011, celebrati al Duomo, ha partecipato tutta la città, addolorata e gravemente colpita per la perdita subita dai genitori.

La redazione di Piceno Oggi si stringe idealmente attorno ai genitori, ai parenti e a quanti hanno conosciuto Giorgio.

Di seguito “Canto del figlio”, lirica struggente di Alessandro Centinaro, scritta in memoria del figlio:

 

Io non so più, tesoro,

la mia vita cos’era

prima di te.

Fino ad ieri m’era sembrato

che sempre tu c’eri stato.

Prima un prima; poi il tempo dorato che insieme

tu mio frutto per me fosti il seme;

poi senza ragione – o senza io capire il perché –

questa strana e crudele stagione

del senza di te.

Tre sole stagioni di vita finora:

primavera di ogni possibile sorte,

poi l’estate del vero di luce che eri,

poi l’istante infinito di questa tua tenera morte:

la quarta stagione, lo temo, lo spero, lo penso,

sarà tenerezza e dolore d’un lungo

lunghissimo autunno del senso.

Persone più sagge mi dicono cosa

mi resta da fare, distrarmi, e ad altro pensare;

ma io non voglio, tesoro, distrarmi da te:

mi sei dentro ancòra più vivo e più forte,

ed è mia questa morte,

questa cosa impensata, ch’è entrata

nelle tue vene, ora è mia, m’appartiene,

e questa poesia (questa povera voce d’amore

che non sa più tacere) non la voglio finire,

ma disfare e rifare come l’antica e mitica tela

d’infinito incessante tessuto, perché in te insieme a te

son rinato e vissuto; fra le maschere tante della poesia

tu hai inverato la vita mia, e finché le parole

non si vanno a esaurire anche questa poesia

non vuole finire.

Non lo so, io, tesoro, se ci rivedremo, e di te

cosa sia: tu sei fatto

di quella sottile sostanza

dei sogni che volano volano via..

ma, pur contro ogni ordinato pensiero, io lo voglio, lo spero;

ed in un qualche posto, fuor d’ogni posto,

e in qualche tempo, fuori dal tempo,

ti cercherò:

sebbene senza corpo,

ti riconoscerò..

 

 

 

 

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