ASCOLI PICENO – C’era il titolo, già pronto: l’assessore all’Ambiente Travanti messo nel mirino della maggioranza per la formazione del gruppo Azione Popolare, e l’assessore alla Cultura Aliberti ancora sottoposto a critiche pubbliche (e non solo), con richiesta di dimissioni oramai prossime all’ufficialità da parte della stessa maggioranza.

C’è tanto fumo, e anche del fuoco, ma come se non bastasse a riempire le (un tempo) sonnolente cronache politiche in una piovigginosa giornata novembrina, ecco che sulla carne ben cotta arriva il pepe, il peperoncino, il sale e quanto altro di più speziato immaginabile.

Si era nel tempo di recupero, le ore 19, segnalate dal Presidente del Consiglio comunale Trenta come termine ultimo dei lavori erano state superate da tempo, tra una richiesta di pausa e l’altra.

Forse per l’autocensura del focoso consigliere dell’Alveare, Marco Regnicoli, che aveva deciso di non intervenire dopo i paroloni intercorsi tra lui e il sindaco Castelli all’ultimo consiglio, tutto era scorso in maniera regolare e pacifico. E si discuteva, poi, un ordine del giorno neppure troppo infuocato (tanto per restare in tema): la cittadinanza onoraria da dare ai figli degli immigrati nati ad Ascoli, oppure, su contro-emendamento della maggioranza e con zampino di Antonini, prossimo orfano dell’assessorato provinciale, un attestato di accoglienza.

Qui il sindaco interviene, pacatamente e con ragioni da spendere: “Lo jus soli si applica solo nei paesi americani, a grande tradizione di immigrazione: qui in Europa si applica lo jus sanguinis”. Poi, però, abbastanza incomprensibilmente, la temperatura si è alzata fino al punto di fusione. Di fronte ad una sala dove il già scarso pubblico si era dileguato, e si era al massimo con quattro o cinque cittadini.

Non è facile capire cosa abbia portato il sindaco Castelli ad un comportamento tanto forte: se le sue intime convinzioni, in materia di immigrazione, o addirittura una strategia politica di mandare tutto all’aria nel momento in cui la sua maggioranza rischiava di votare un atto, come “l’attestato”, che è piccolo ma simbolico, forse indigesto per Castelli (“Io non lo voterò”).

Così tutto è saltato, non si è votato nulla per mancanza di numero legale, e il compassatissimo Canzian è diventato vulcanico: rosso in volto, ha etichettato il comportamento del sindaco come “fascista” e poi, a seduta sciolta, ha minacciato di rivolgersi al Prefetto “perché in questo Consiglio Comunale è evidente che non si possano svolgere le normali funzioni democratiche”.

Strano, davvero, questo finale. E appunto, non si capisce, come scritto all’inizio: sincera passione politica sconfinata in un eccesso di irrazionalità, calcolo per evitare problemi immediati, o addirittura misura per coprire i problemi politici, ampliati dal nuovo movimentismo di Antonini?

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