ASCOLI PICENO – Vittoria e ramoscello d’ulivo. L’Unione Sindacale di Base (Usb) attraverso il suo Andrea Quaglietti commenta la decisione del Giudice del Lavoro Giorgio Palestini di obbligare al reintegro 23 operai che erano stati licenziati nel 2011 dalla Manuli Rubber: “Il licenziamento è avvenuto in maniera immotivata, perché la produzione era a pieno regime e non c’era quindi crisi della domanda. Ringraziamo anche la giustizia, spesso accusata di essere lenta, e che nel nostro caso è riuscita ad arrivare ad una sentenza in tempi ristretti”. Secondo Quaglietti la sentenze afferma che “la procedura di mobilità non è stata seguita nella maniera conforme alle disposizioni di legge”.

In realtà ci sono altri 18 operai che hanno delle procedure giuiziarie in corso in quanto si sono fisicamente opposti allo spostamento dei macchinari della multinazionale verso i nuovi impianti in Cina e in Polonia: “Ci auguriamo che presto anche per loro venga fatta giustizia”.

Ma c’è anche il ramoscello d’ulivo: se infatti la decisione del Giudice del Lavoro costerà alla Manuli una somma forse pari a 2 milioni di euro, Quaglietti fa presente che “noi siamo disponibili a sederci attorno ad un tavolo per valutare meglio la volontà dell’azienda di ripartire con la produzione nell’impianto di Campolungo“. Come dire: uno a te, uno a me.

La Manuli, insediata all’inizio degli anni ’70 ad Ascoli, aveva circa 150-200 dipendenti fino al 1991, poi saliti fino a 880 nel 2008, anno in cui è stato avviato il processo di delocalizzazione in Cina: addirittura i lavoratori ascolani si recarono in Estremo Oriente e diedero alle maestranze cinesi le prime informazioni relative alla produzione. Si trattava del comparto maggiormente sottoposto alla concorrenza internazionale, mentre in Ascoli è rimasta la produzione di alta qualità, difficilmente delocalizzabile se non con alti costi. E in questo secondo caso, nonostante l’apertura di un impianto in Polonia che dovrebbe ospitare proprio questo tipo di produzione, da Ascoli non si è spostato nessuno verso le zone di Varsavia per ripetere il “giochino” avvenuto con la Cina. Al momento i lavoratori alla Manuli sono circa 150, i quali, così, hanno garantito per lo meno la permanenza dell’azienda e la speranza di un suo nuovo sviluppo.

“Siamo convinti che qui ad Ascoli possa ripartire un processo di produzione del quale beneficerebbe tutto l’indotto – conclude Quaglietti – perché si tratta di maestranze altamente specializzate che garantivano la produzione di oltre 40 milioni di metri di tubi l’anno. Spostare tutto in Polonia e Cina, dove tra l’altro so che ci sono delle difficoltà, significa perdere un capitale umano di valore inestimabile”.

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