Meglio un partito che si apre alla scelta degli elettori con le primarie, che un partito che viene scelto da un signorottone, qualunque esso sia.

Non vorrei però che un voto seppur importante come quello che ha indicato in Matteo Renzi il nuovo segretario del Partito Democratico, venga letto in maniera diversa rispetto alla recente storia del Pd.

Prodi, nel 2005, fu indicato candidato presidente del consiglio con 4 milioni e 311 mila voti. Erano ovviamente primarie di coalizione, aperte agli altri partiti (Verdi, Idv, Psi, Udeur, eccetera, oltre Ds e Margherita). Ma nel 2007, per indicare Veltroni quale segretario del solo Pd, i voti espressi furono 3.544.169.

Nel 2009 è invece Bersani il candidato alla segreteria: i voti scendono ancora, saranno 3.102.709. Si resta a quei livelli, anzi li si supera un poco, per le elezioni politiche del 2013, quando Bersani riceve la maggioranza dei consensi sui 3.110.210 voti, che coinvolgevano oltre al Pd anche Sel.

Stavolta i numeri parlano di 2,5 milioni di votanti, con la possibilità di ottenere voti anche dai non iscritti. Si tratta di un risultato significativo in termini assoluti, ma anche di un crollo del 72% rispetto al 2005 prodiano e del 40% rispetto al 2007 veltroniano. Certo, i tempi sono cambiati, si sa. Ma appunto, bisogna capire perché, invece che trincerarsi dietro l’entusiasmo di un momento.

Significherebbe insomma che dopo un paio di decenni di “togliere” (pensioni, salari, stipendi, spesa pubblica, investimenti, istruzione, sanità), sarebbe il caso di “ridare” (idem). Altrimenti, non resteranno che i Forconi. Non si dica che non si è stati avvisati per tempo, eh.

 

 

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