“Sono nato con l’istintivo desiderio di essere come tutti, però poi ci ho messo una vita intera a individuare con più precisione e consapevolezza questo desiderio, a concepire l’impuro come un modo di stare al mondo”.

In una scena del film Come eravamo di Sidney Pollack, il giovane Hubbel (Robert Redford) porta a una festa tra amici la sua ragazza Katie (Barbra Streisand), una comunista convinta e sempre in prima linea. Gli amici iniziano a raccontare una storiella sulla moglie di Roosevelt, Katie si arrabbia diventando ostile e aggressiva, il presidente americano era morto quel giorno e le barzellette erano inopportune. A un certo punto Redford si spazientisce e le rivolge alcune frasi memorabili:

“Tanto il presidente non può resuscitare. E la cosa non è successa a te. Tutto quello che succede nel mondo non succede a te personalmente”.

Queste parole segneranno la vita dell’io narrante, in larga parte Francesco Piccolo stesso, in Il desiderio di essere come tutti, (Einaudi, 2013). L’autore in prima persona si mette in gioco e racconta con un approccio auto-ironico “la vita pura”, quella vissuta sotto l’era Berlinguer, e “la vita impura”, quella dominata dall’immagine di Berlusconi. Due parti distinte e non conciliabili che cercano di ricostruire un cammino unico.

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, scrittore e sceneggiatore per il cinema (tra cui Il Caimano e di recente Il capitale umano), in questo suo ultimo libro ci porta a rivivere da vicino la storia italiana e quella della sinistra in particolare, attraverso i propri occhi. La sua identità comunista nasce nel preciso istante in cui, da ragazzino, un gol segna la sconfitta, non scontata, ai mondiali del ’74, della Germania dell’Ovest contro quella dell’Est.Una gara tra deboli e forti che susciterà in lui il desiderio di schierarsi sempre dalla parte dei più indifesi. S’innamora di una ragazza militante che non molla la politica neanche a San Valentino e si sente inadeguato tra i “fedelissimi”, tutti giusti, onesti, e puri. Aderisce infine al Pci e, così facendo, prova a eliminare il dissenso avvertito dentro di sé. Intanto i fatti privati e pubblici si intrecciano.

Non sono riuscito più a percepire in me una vita privata, se non legata in modo indissolubile a ciò che accadeva nel Paese”.

Prima si assiste al sogno ambito da parte della sinistra di diventare Tutti con il “compromesso storico” e poi con il rapimento di Aldo Moro, quella maggioranza inossidabile inizia a sgretolarsi, dando inizio alla fine di un’epoca. Con la morte di Berlinguer, mentre gli zii, l’uno democristiano e l’altra comunista, smettono di litigare, Dc e Pci si separano per sempre. Quel Tutti scritto in rosso che campeggia il giorno del funerale del leader del Pci in prima pagina sull’Unità è emblematico.

“Ero diventato comunista perché sentivo ripetere dal segretario del partito e dalla sua gente, di continuo, la parola progresso, la volontà di cambiare il mondo. Erano contraddizioni che con tutta evidenza si addensavano nella mia testa a formare quel groviglio che poi sarebbe stato difficile sciogliere. Presa coscienza di questa diversità, misi in campo la superficialità che avevo imparato in altre occasioni: e scalciai tutto questo alzando il pugno e piangendo lacrime sincere e piene di dolore per la morte di Enrico Berlinguer. Ho espiato, mi sono detto, non andando al funerale.

Mi sono purificato. Sono pronto. E il giorno dopo, quando ho letto TUTTI sulla prima pagina dell’Unità, mi sembrava che ormai ci potevo essere anch’io. Che ce l’avevo fatta. E l’aggrovigliato malessere che era salito su per le ossa, era sotterrato, non sapevo nemmeno dove. Noi a quel funerale eravamo l’Italia civile e moderna (lo eravamo senza alcun dubbio) e avevamo la percezione che il cambiamento in atto portava verso il peggio. Quel TUTTI si diffonde e materializza. Tutti a sinistra diventiamo così: puri e reazionari”.

Il conflitto che si mette in scena nel libro di Piccolo è tra due modi di stare al mondo ben precisi: tra l’etica dei principi, per cui da ora in avanti è bene tenersi “fuori” dal governo; e l’etica della responsabilità, attraverso la quale si è sempre consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Berlinguer con la “questione morale” si era messo a baluardo dei valori perduti, e aveva delineato un confine che poi si sarebbe rivelato invalicabile, avrebbe permesso a Craxi e a Berlusconi, in seguito, di posizionarsi dalla parte di tutti, dalla parte del Paese intero. Non finisce qui naturalmente. Con la discesa in campo del Cavaliere, individuare la parte giusta della barricata diventa più semplice. Con il proprio lavoro di scrittore e giornalista il narratore contribuisce a tracciare la linea di demarcazione tra i giusti di sinistra e i berlusconiani, quelli sì, tutti impuri e corrotti.

“Se l’essere umano di sinistra sentisse una correità, non penserebbe di voler andare a vivere in un altro Paese, più degno di averlo come cittadino. Però, a questo paese che non ci piace, che non possiamo amare, del quale non sentiamo di far parte, e che osserviamo inorriditi ed estranei, noi della sinistra italiana a ogni elezione, siamo costretti a chiedere il voto. Vogliamo, cioè, che quella parte di Paese che disprezziamo, si affidi alle nostre cure. Ciò che puntualmente non avviene, proprio perché il resto del Paese sente questo senso di estraneità.”

Così, alle elezioni del 1996, come da manuale, l’autore-narratore vota Bertinotti e poi quando le cose si mettono male se ne pente. Il giorno che Prodi cade, la purezza e il senso di giustizia vengono abbandonate: non possono più essere un criterio di vita per lui. Sposa una donna, che lui chiama Chesaramai, la quale riesce a sdrammatizzare la vita e a vivere con leggerezza il presente, la sua vicinanza lo aiuta a riconciliarsi con una parte del proprio io, regalando a noi lettori alcune splendide riflessioni sulla relazione tra uomo e donna.

“Puoi vivere tutta la vita con una persona, soltanto se hai abbandonato l’idea di purezza. Non lasciarsi mai non è un’idea pura, ma al contrario è un modo di accettare in un rapporto d’amore tutte le fragilità, le debolezze, le diversità, gli odi e i periodi di stanchezza, i tradimenti. L’amore è tutto questo, messo accanto ai periodi belli. Invece l’idea che si ha dell’amore è di solito un inseguimento ossessivo della perfezione assoluta della coppia. Così, però, ogni litigio, ogni stanchezza, ogni desiderio altro, sono macchie, indebolimenti, sacrilegi contro la perfezione, segni di declino. Quindi, avendoli accumulati nel tempo, ci si deve lasciare perché non si sopporta che dentro il rapporto ci sia anche il dolore o il ricordo di momenti tristi.”

Dopo Bertinotti restano solo i cocci della disfatta. A questo punto scatta la ribellione verso quel senso di sconfitta che aveva pervaso la sinistra, e la voglia di trovare un equilibrio. Berlinguer avrebbe voluto governare e non ripiegarsi dietro un simbolo. Dietro quel Tutti a caratteri cubitali, spiegava Natalia Ginzburg, sull’Unità, c’era per davvero il Paese e non solo i comunisti, perché al suo funerale la gente e l’Italia intera era lì, e tutti erano coscienti della fine dell’idea di collaborazione e di accordo politico. L’errore di interpretazione di quel Tutti è stato fatale.

I puri sono belli, sono quelli che vorremmo essere tutta la vita – ci ripete l’autore – ma non bastano. Coloro che si vogliono salvare da questo mondo marcio non si occupano più di comprendere il presente e continuano a riproporre la sconfitta. E così, nel finale, mentre tra le righe si punzecchiano i nuovi puristi dell’antipolitica, si avverte forte il richiamo renziano all’unità e alla logica dell’accordo.

Volgere lo sguardo al passato sarà pure reazionario, conservatore e fuori sincrono rispetto all’epoca che stiamo vivendo ma il progetto politico di Berlinguer, il “compromesso storico”, viene spontaneo aggiungere, non può paragonarsi affatto al concetto svilente di “larghe intese”, se il primo era programmatico e concepito in clima pre elettorale con l’obiettivo di condividere delle idee comuni, il secondo è decisamente la conseguenza di una politica sterile di contenuti che priva di dignità qualsiasi risultato elettorale.

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