Pechino 2008. A correre la gara dei 200 metri femminile c’è una giovane campionessa della Somalia, che per la prima volta corona un suo sogno: gareggiare insieme ad atlete del calibro di Veronica Campbell-Brown e rappresentare il proprio paese alle Olimpiadi.

Aveva solo 17 anni, Samia Yusuf Omar, la osserviamo posizionarsi nella corsia più interna del circuito in tutta la sua diversità: ha i pantaloni lunghi sotto il ginocchio, è islamica; compete a viso scoperto, con una fascia sul capo, è una guerriera. Alla partenza tutte scattano come gazzelle e lei, che capisce subito di non potercela fare, continua tenace la sua gara. È un’atleta, non può mollare, anche se non ha avuto cibo a sufficienza né allenatori e né scarpe da ginnastica decenti, Samia corre come sa fare. Corre per la liberazione delle donne somale. Diventa un simbolo.

Finalista al Premio Strega, con “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli, 2013), Giuseppe Catozzella, ha raccontato la storia vera dell’atleta nata a Mogadiscio nel 1991, a tre settimane da una guerra civile sanguinosa, partendo dagli inizi della sua carriera fino al grande viaggio verso l’Italia, l’Europa. La sua diversità emerge presto. Samia è più veloce delle altre e ha un sogno: vincere le Olimpiadi. Con la presa del potere del gruppo integralista di Al -Shabaab, il suo talento viene considerato pericoloso e le conseguenze per lei e per la sua famiglia saranno atroci.

Se qualcosa davvero non ti va devi soltanto cambiarla, piccola Samia. Io amo il mio lavoro, e lo amo perché lo faccio per voi. Questo mi rende felice.” Mi sono fermata un po’ a riflettere, poi gli ho domandato: “Papà, ma tu non hai mai paura della guerra?”. Lui si è fatto serio. “Non devi mai dire che hai paura, piccola Samia. Mai. Altrimenti le cose di cui hai paura si credono grandi e pensano di poterti vincere.”

La più grande battaglia di Samia sarà contro i mostri che inevitabilmente arriveranno a impedire la realizzazione dei suoi desideri. Dagli allenamenti nel campo sportivo mitragliato dalle bombe, alla paura di essere colpiti, o minacciati di morte, e poi l’assenza di risorse e le perdite familiari. La Somalia diventa uno spazio invivibile, il suo sogno decide di rincorrerlo altrove, va in Etiopia. Ad Addis Abeba non riesce nemmeno ad allenarsi normalmente perché il governo non le invia i documenti, intanto il tempo passa e le Olimpiadi di Londra si avvicinano.

Decide di partire a piedi e affrontare il viaggio. Impiega 18 mesi, percorre con i furgoni tutto il deserto del Sahara e arriva a Tripoli stremata. Da lì partirà su uno dei tanti barconi della speranza, direzione Lampedusa. Samia non è più la stessa, è stata in carcere, è stata in balia dei “trafficanti di uomini”, ha vissuto cose che a nessun essere umano dovrebbe essere consentito vivere.

“Il viaggio dentro il container spalanca gli occhi sulla follia degli uomini. Dopo poche ore non ci sono più differenze di sesso. Uomini e donne sono uguali, ci si riduce al minimo comune denominatore. Di te resta solo l’ombra che chiede di sopravvivere. Non ricordi nemmeno più se sei donna o uomo.”

“Il caldo era asfissiante. E noi eravamo trentuno donne più tre bambini in quaranta metri quadrati. Ho passato i primi dieci giorni per terra, su una stuoia. Mi mancava l’aria anche per i sogni.”

La gara finale sarà con sé stessa, con la propria identità che a poco a poco si smembra, diventa indefinita, attraverso un viaggio dal quale non si torna indietro: era stata davvero un’atleta? Era stata veramente a Pechino? Le certezze crollano e predomina la paura dell’indistinto.

“Ero talmente triste che non avevo paura di niente. La paura è un lusso della felicità.”

“E poi sei solo un hawaian, una bestia che paga per essere trasportata da un punto a un altro, e niente di più.”

La giovane somala rimane una guerriera fino alla fine e il libro di Catozzella spinge tutti a una riflessione doverosa, perché il paese verso cui stava per approdare era l’Italia, perché l’Europa inizia da quel mare Mediterraneo, divenuto un enorme cimitero marino e infine perché sono tante le donne e i bambini che, come la protagonista del libro, affrontano quel viaggio per correre verso un sogno e una vita dignitosa. “Non dirmi che hai paura” è un titolo che è prima di tutto rivolto al lettore, un invito a guardare negli occhi un volto, quello di Samia Yusuf Omar.

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