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Il problema è Paolo Ruffini, ma non solo Paolo Ruffini. Il problema aggiuntivo si chiama superiorità morale, ovvero quella che il cinema nutre da sempre nei confronti della televisione. Un sentimento ostile che straripa quando le due realtà entrano necessariamente in contatto.

Basterebbe osservare le facce di attori e registi, le poche parole che snocciolano sul palco, la freddezza, l’atteggiamento quasi scorbutico al minimo scambio di opinioni. Fosse per loro, i David di Donatello potrebbero concludersi già in mattinata, quando il Capo dello Stato riceve i candidati al Quirinale per i complimenti di rito.

Altra musica rispetto agli Stati Uniti, dove star hollywoodiane e tv vanno serenamente a braccetto. Nessuna discriminazione, anzi. Le serie sono occasione di rilancio, di popolarità ritrovata.
Qui no. Il cinema non ride di se stesso, ghettizza i campioni del botteghino (ieri Boldi e De Sica, oggi Checco Zalone), figuriamoci se può condividere gioia e soddisfazioni con la detestata sorella, rea di banalizzare e commercializzare i contenuti.

La Rai non se lo lascia ripetere e sbatte la kermesse su Rai Movie, per poi replicarla in seconda serata sul primo canale con uno share modestissimo dell’11,3%.

Poco appeal, cura dei particolari assente. Il paragone con gli Oscar mette i brividi. A marzo, oltre che entusiasmarci per la statuetta a Sorrentino, ci era rimasta impressa la conduzione di Ellen Degeneres, arricchita da battute no-stop, fette di pizza ordinate e distribuite in platea ed un selfie divenuto il più retwittato nella storia del social-network.

Provate a traslare il tutto in Italia. Tra un Bellocchio che se la prende perché in Usa lo conoscono da millenni e non da un quarto d’ora ed una Loren che non si entusiasma manco quando le confidano di portare fortuna.

La figura di Ruffini, probabilmente, si ispirava proprio alla Degeneres. Non tanto nello stile, quanto nel tentativo di alleggerire uno show ad alto tasso di autoreferenzialità. Il presentatore toscano ha immediatamente rotto gli schemi, generando un solco forse troppo profondo.

L’accento livornese fastidiosamente forzato, la sensazione di essere sempre in apnea in un mare di scherzi e freddure. Al di là della dedica alla Sophia nazionale, Ruffini ha la colpa di non far respirare, trasformando i David in un’appendice di “Colorado” e i premiati negli animatori di turno.

Più che a Benigni, Ruffini fa il verso a Ceccherini. Non uno showman, bensì una spalla perennemente convinta di trovarsi in una pellicola pieraccioniana.

Riguardo alla diatriba sulla “topa”, bagarre inutile: a Geppi Cucciari e Luciana Littizzetto avrebbero abbonato di peggio.

@falcions85

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