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Per un bianconero come lui il paragone può risultare azzardato. Ma l’esistenza di Giorgio Faletti ricorda inevitabilmente quella del Grande Torino. Bloccata sul più bello da un destino ingiusto, capace di lasciarti solo l’immaginazione di quello che sarebbe potuto ancora essere e che invece non è stato.

Da una parte un disastro aereo che devasta una squadra all’apice (stravolgendo probabilmente gli equilibri del Mondiale del 1950), dall’altra un uomo dalle passioni e qualità interminabili. Attore, cabarettista, paroliere, cantante, scrittore, pittore: non gli bastava. Giorgio avrebbe potuto dare di più. Si sarebbe inventato qualcos’altro, sorprendendoci, come s’era divertito a fare almeno una decina di volte.

Non a caso, aveva un rimpianto: “Non aver cominciato a fare a sei anni il lavoro che ho cominciato a fare molto tempo dopo”. Faletti si cimentava in tutto, uscendo sempre trionfatore. Stupiva, incantava. Era talmente bravo da dare i nervi.

Il suo nemico? La salute. Diverse volte l’aveva tradito. “Purtroppo l’età è nemica della gioia – scrisse nell’annunciare l’interruzione della tournée – mi piange davvero il cuore perché incontrare degli amici come voi è ogni volta un piccolo prodigio che si ripete e che ogni volta mi inorgoglisce e mi commuove”.

Precedentemente c’era stato l’ictus. Ironia della sorte, aveva fatto capolino il 4 novembre 2002, giorno dell’uscita nelle librerie di “Io Uccido”, best-seller da 4 milioni di copie vendute. “Quell’avventura mi ha insegnato a non rimandare nulla. Non vieni avvertito, l’ictus arriva e basta”. E infatti non rimandò più niente. La valanga Faletti partorì altri racconti: “Niente di vero tranne gli occhi”, “Fuori da un evidente destino”, “Piccoli inutili nascondigli”, “Io sono Dio”, “Appunti di un venditore di donne”, “Tre atti e due tempi”.

Il male gli aveva insegnato a conoscere il valore dell’ironia e dell’autoironia. “Dovete sapere che nelle sale di rianimazione c’è un casino terrificante. Sono tutti in coma e ci sono un sacco di macchinari. Il rumore pare quello delle slot-machine, quando mi risvegliai pensai che mi avessero ricoverato a Las Vegas”. Nonostante ciò, furono momenti drammatici. “Non riuscivo a parlare e non potevo immaginare che sarei diventato uno scrittore di successo. In quel momento ero solo un attore e un cantante che non riusciva a parlare”.

La carriera, partita dal Derby di Milano, toccò un primo picco al “Drive In” con Vito Catozzo, irresistibile guardia giurata dalla parlata sgrammaticata. Cominciarono a prenderlo sul serio nel 1994, quando al Festival di Sanremo presentò “Signor Tenente”. Raccontò le stragi di Capaci e Via d’Amelio aggirando l’elevato rischio di retorica. La canzone fu scritta in un pomeriggio d’estate. “Aspettavo degli amici, la buttai giù come se qualcuno me la stesse dettando. Fu lo spartiacque della mia carriera”.

Era la svolta che cercava, che sentiva dentro. Eppure non rinnegò mai i suoi esordi e quella sua vena da giullare. Anzi, svelò che dentro a Catozzo c’era un po’ di lui.

Il carrozzone del “Drive In” tornò in auge nel 2011, con l’accusa di aver dato il là alla deriva berlusconiana tutta seni e culi. Lui, che berlusconiano non lo era mai stato, non salì sul carro del falso moralismo: “Voi non avete mai visto le tettone che stavano sul palco con Macario. Mi sembra riduttivo fare questa analisi. Anche a Miss Italia ci sono ragazze che sfilano in costume da bagno”.

Nel frattempo si era rituffato nel cinema con apparizioni cult in “Notte prima degli esami” e “Cemento Armato”, riaffacciandosi nel 2007 all’Ariston. Stavolta preferì rimanere dietro le quinte, donando a Milva “The show must go on”, splendido brano rivolto agli “artisti falliti”. E se nella serata dei duetti la ‘pantera di Goro’ optò per Enrico Ruggeri, nella testa e nel cuore del pubblico l’accoppiamento fu un altro.

Faletti ha osato e ha insegnato agli italiani ad osare. Creativo e poliedrico, ha pagato lo scotto del pregiudizio, dello snobismo, della malafede. Oggi, che ci sentiamo drammaticamente svuotati, ci accorgiamo cos’è stato per noi Giorgio da Asti.

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