Realizzata in Italia, una serie come “House of Cards” avrebbe avviato un eterno dibattito sulla mitizzazione del male. Basti pensare ai chili d’inchiostro spesi per “Il capo dei capi” o “Gomorra”.

Qui però siamo oltre, un passo avanti, un gradino sopra. Perché se nei primi due casi il corto circuito è stato inevitabile, ma al contempo involontario, in “House of Card” il dolo è palese.

Protagonista è Frank Underwood, interpretato da un magistrale Kevin Spacey, capogruppo dei democratici alla Camera che si vede negare la nomina a Segretario di Stato dal Presidente che aveva contribuito a far eleggere. Dalla promessa non mantenuta parte una inarrestabile scalata ai vertici – supportata dall’altrettanto diabolica moglie Claire (Robin Wright) – a suon di intrighi e vendette che non conoscono limiti.

“House of Cards” è prodotta da Netfix, il servizio internet di streaming e video on demand che offre al telespettatore la possibilità di fruire del prodotto in un colpo solo, così da consentire la visione di un’intera stagione in un’unica maratona no-stop.

In Italia è stata trasmessa da Sky Atlantic tra la primavera e l’autunno di quest’anno. Nonostante gli ascolti per nulla soddisfacenti (per l’ultimo episodio la platea si è fermata a 60 mila persone), la serie è divenuta un cult grazie al passaparola.

“House of Cards” ribalta il concetto di eroe positivo e negativo. Da una parte c’è il Presidente degli Stati Uniti, Garrett Walker: onesto, sensibile, premuroso, fedele alla moglie ed apprensivo con i figli. Insomma, la figura che qualsiasi Paese sognerebbe. Sul fronte opposto spicca invece Frank: adultero, affarista, ambizioso, spregiudicato, addirittura assassino. Eppure il pubblico è spinto a simpatizzare per Underwood. Come mai?

La soluzione è nell’esplicita scelta stilistica: Spacey strizza l’occhio allo spettatore, ci parla, lo coinvolge nelle sue trame, lo informa dei suoi propositi guardando dritto in camera. Il tratto distintivo di “House of Cards” sta proprio nell’empatia che genera col demonio.

Il risultato è un elenco interminabile di citazioni rubate ad Underwood  e diffuse sui social, in un enigmatico gioco di immedesimazione collettiva.

Alla fine ti rendi conto di esultare per un pezzo di merda. Senza riuscire a provare pudore.

@falcions85

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