Di Angelo Andrea Pisani

Dell’efferato attentato alla redazione di Charlie Hebdo ci è rimasto solo un cicaleccio orripilante, acuito da una piattaforma – quella dei social network – che sembra costringere tutti a dire la propria.

Neanche il tempo di recepire la notizia e le pagine dei social erano tempestate di “Je suis Charlie” bianchi su sfondo ipocrita, da parte di zelanti solidaristi che del giornale sapevano poco o nulla. Un appoggio a vari livelli, che ha coinvolto anche giornalisti, politici, e personaggi più o meno legittimati a dire la loro.

Il problema maggiore della vicenda è il modo in cui è stata fraintesa, ad ogni livello. Giuliano Ferrara (con la sua consueta misura) ha subito sbraitato su una fantomatica guerra santa, la Santanché ha parlato (a sproposito) di libertà di informazione, stormi di opinionisti si sono interrogati sulla liceità della satira, sulla religione, sull’immigrazione.

Ecco, l’immigrazione. Matteo Salvini dice che le vignette “fanno schifo e non fanno neanche riflettere”, ma ne approfitta per ribadire i suoi strali contro l’Islam e l’immigrazione. Gli attentatori erano francesi, ma tant’è: l’immigrazione porta pericoli perché “ci sono milioni di persone in giro per il mondo pronti a sgozzare e a uccidere”. Quindi, “prima di concedere qualsiasi spazio come le moschee bisogna pensarci” e ”chi non lo capisce fa un favore ai terroristi”. Insomma, “l’Islam non è come le altre religioni, e non va trattato come le altre religioni”.

Tralasciando con un velo pietoso le teorie complottistiche del M5S (di questo passo, si parlerà di scie chimiche a forma di Maometto), non vanno prese sul serio nemmeno le accuse del povero Ferrara (giornalista che, nonostante tanti anni di bieco opportunismo, è rimasto incastrato nella figura di bastian contrario, e ora vi sguazza).

Le perle migliori, in definitiva, sono arrivare dall’onorevole Daniela Santanchè. All’inizio si è addirittura proposta di pubblicare Charlie Hebdo in Italia: “Voglio […] poter ampliare quello che fanno, bisogna salvare l’informazione” tuonava, salvo poi ritrattare: si è accorta che facevano anche vignette sul cristianesimo.

L’interesse per questa “informazione” (che informazione fanno le vignette su Maometto?) affonda le radici diversi anni fa, quando la Pitonessa chiese a Vauro – tacciato come servo, ladro e giullare – “una bella vignetta su Maometto”, rinfacciandogli quella col preservativo in testa al Papa.

Ma la Santanchè non è che una dei tanti ipocriti che si sono accodati alla retorica Charliana, gente che qualche anno fa applaudiva alla chiusura di programmi come RaiOt e il Decameron, e ora twitta #jesuischarlie.

Purtroppo, o per fortuna, l’incanto è durato poco. A pochi giorni dalla tragedia Papa Bergoglio ha riportato le pecorelle libertarie all’ovile: “Se il dottor Gasbarri, che è mio amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, è normale che si aspetti un pugno. […] Nella libertà di espressione ci sono limiti come quello della mia mamma”.

I “Je suis Charlie” sono diminuiti drasticamente, mentre si è iniziato a parlare di libertà senza diritto di offesa, di comicità lecita e non. Discussioni riconducibili ad un “Va bene la libertà, ma questa vignetta è offensiva e non fa ridere”.

Dopo neanche due settimane Charlie è stato stiracchiato, sfilacciato, adattato all’abito del nostro Paese. Ci si infiamma ai comizi padani e ci si nasconde dietro i farfugliamenti su libertà e sicurezza, mentre la satira viene invischiata in catene assurde.

Per i moderni Voltaire, la satira deve far ridere senza offendere, deve essere audace senza insultare, deve informare senza deformare. Purtroppo i limiti della satira sono molto più semplici, banali: “la satira informa, deforma e fa quel cazzo che le pare”.

Dove sono i Charlie, in Italia? Dei tanti che abbiamo conosciuto, pochi possono arrogarsi il diritto di esserlo.

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