Seguendo i metodi del giornalismo d’inchiesta, Browne, irlandese ma di origini italo-americane, ha analizzato e scandagliato in maniera precisa e approfondita un’infinità di dati e fonti che fanno a pezzi il personaggio carismatico degli U2. Una lucida analisi che si occupa di “smontare” passo dopo passo i tre grandi scenari nei quali si muove la figura di Bono Vox:  l’Irlanda, l’Africa e il mondo delle corporations.

“This is not a rebel song”

Si parte dal conflitto nord-irlandese, presente nella celebre traccia “Sunday Bloody Sunday“, e dal testo ambiguo scritto dagli autori: “Questa non è una canzone di ribellione” ripete fin dagli anni ’80 il leader Bono Vox durante i concerti e a buon ragione. La canzone si riferisce a due eventi sanguinosi della storia irlandese: uno avvenne nel 1920 quando l’Ira (Esercito Repubblicano Irlandese) uccise diversi agenti britannici e dei tifosi persero la vita sotto il fuoco dell’esercito inglese a una partita di calcio e il secondo, più recente, ebbe luogo nel 1972, quando i paracadutisti inglesi uccisero dei civili disarmati nella marcia di Derry che rivendicavano i diritti dell’Irlanda del Nord.

“Sunday bloody sunday” venne percepita dal pubblico come una canzone che si opponeva ai massacri e che ribadiva l’identità irlandese, ma di quale irlandesità si trattava? In realtà il testo non dice nulla sui responsabili dei massacri, i quali tra l’altro vengono descritti in modo fin troppo vago. Alcuni versi offensivi per coloro che reclamavano i diritti civili furono addirittura modificati in corsa dal chitarrista The Edge: gli U2 volevano rimanere sfuggenti. Segno che la linea del gruppo rock sull’argomento era ben delineata e seguiva un orientamento preciso, quello di non spiacere a nessuno.

La canzone è infatti un inno alla pace che nasconde volutamente l’idea del conflitto vanificandone le ragioni. Accade che mettendo tutto in un gran calderone il gruppo sostenne le posizioni dell’establishment britannico e di quello irlandese moderato mantenendo il silenzio sulle cause del conflitto e sul ruolo stragista dello stato, in questo modo però non fece che prolungare la guerra, dando la colpa dei massacri ad un’Ira impazzita e assetata di sangue. La carriera di Paul Hewson, in arte Bono Vox, “buona voce” della middle class irlandese, ebbe in compenso molti benefici proprio dalla questione nord-irlandese.

“Credo che la più grande beneficenza sia pagare le tasse nel paese in cui vivi”. (Bono Vox)

Tra gli argomenti principali per cui gli U2 non sono più tanto amati in Irlanda, c’è quello dell’evasione fiscale. Una premessa: nel paese fino a pochi anni fa vigeva un regime di tassazione agevolato, in particolare per le royalties degli artisti, ma a causa della crescente crisi economica nel 2006, il governo irlandese fissò un tetto per l’esenzione a 250.000 euro annui per contribuente – soglia che la grande maggioranza di scrittori, pittori e musicisti poteva solo sognare, ma che per gli U2 costituiva un problema immediato. La band reagì con rapidità, spostando il ramo della pubblicazione musicale ad Amsterdam, dove i diritti d’autore sarebbero stati tassati solo al 5%.

Il quotidiano “Irish Times” li criticò duramente e ne fece una questione morale: “È un po’ troppo facile dare lezioni ai contribuenti del ceto medio sulle responsabilità del loro governo, mentre giri il mondo da un posto affascinante all’altro, e un terzo dei tuoi guadagni è esentasse. Ma se un obiettivo-chiave della tua campagna è alzare la quota di aiuti del governo irlandese ai paesi poveri fino allo 0,7% del Pil, allora non è bello che, dopo più di vent’anni di esenzione fiscale, salti giù dalla nave per non pagare quello che molti vedono come il tuo doveroso contributo”.

Accusati in sostanza di aver privatizzato i profitti e socializzato le perdite, Bono e compagni abbandonavano l’Irlanda al proprio destino, proprio quando il paese aveva più bisogno di reddito per resistere al programma di austerità selvaggia del governo. Persino la cantante Sinead O’Connor reagì piccata e inviò un tweet al cantante, storpiandone il nome: “ Io le tasse le pago in Irlanda, Bozo”.

Come una corporation

Gli U2 non sono solo una rockband. da diversi anni sono diventati una holding, la società si chiama Not Us Ltd, e arrivò sotto i riflettori nel 1995, quando venne minacciata di essere depennata dal registro delle imprese per non aver presentato la dichiarazione dei redditi. La corporation, perché di questo si tratta, conta innumerevoli società dal profilo incerto residenti in paradisi fiscali off-shore, ma soprattutto il grosso delle attività di alcune di esse sembra consistere nel farsi prestiti a vicenda. Scatole cinesi per nascondere debiti, speculazioni edilizie e società in fallimento.

Bono Vox, mentre si ammanta di un blando pacifismo, è stato proprietario negli Usa di due società produttrici di videogiochi di guerra, uno di questi aveva come scenario una missione particolare: andare in Venezuela per conto di alcune società, creare un colpo di stato per togliere di mezzo un odioso tiranno venezuelano (ogni riferimento a Hugo Chavez è puramente casuale). Bono non ha mai commentato pubblicamente le lamentele dei politici e degli attivisti venezuelani che, assieme ad alcuni intellettuali statunitensi, sottolineavano quanto l’idea di un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti contro il governo del loro paese fosse spaventosa.

Nel 2004 viene creata ONE, organizzazione senza scopo di lucro, ONE viene dal titolo di una delle migliori canzoni degli U2 e ha una sua forza. Inizialmente era una coalizione di organizzazioni statunitensi, tra cui Oxfam America, Save the Children, World Vision, Data, parteciparono anche diversi personaggi pubblici, tra cui Condoleezza Rice. Ma il contributo finanziario più rilevante è senz’altro quello della Fondazione di Melinda e Bill Gates.

Ma cosa si propone di fare la ONE? Essenzialmente pratiche di lobbying planetarie sui temi della filantropia.

Cosa accade in verità? Solo l’1% del ricavato è destinato ad opere caritatevoli.

Qual è l’obiettivo reale che persegue? Imbonire con le parole il pubblico occidentale sulla promozione di soluzioni scientifiche e tecnologiche, volte ad aumentare la produzione agricola nelle zone più povere del mondo, attraverso l’uso degli OGM, perlopiù in partnership con aziende come Monsanto!

“La fame è una cosa assurda… ma sappiamo cosa fare” 

Fin dagli anni in cui Bono Vox si dava da fare con i baracconi finti del Live Aid, per l’Africa ha sempre proposto soluzioni neoliberiste. Browne su questo punto insiste con dovizia di particolari, ma egli non prende di mira la rockstar nella sua persona, analizza, invece in maniera lucida e dettagliata il modo in cui personaggi simili servano al capitalismo e quale sia la loro funzione sistemica.

Il giornalista racconta che in un convegno in Africa sulla povertà ad un certo punto prese la parola un militante africano già arrestato dal suo governo, il quale mosse una critica, condivisa anche da tanti economisti, al sistema di aiuti occidentali, mettendo in discussione le modalità, la consistenza dei fondi e le ditte africane che gestivano questi soldi. Bono lo interruppe e gli disse una parola sola: “Stronzate!”, rivelando tutto la sua arroganza da neocolonialista bianco che sa come devono essere compiute le azioni di sostegno, perché devono andare naturalmente verso i profitti dell’Occidente.

I programmi di agrobusiness che queste società statunitensi stanno portando avanti in diversi paesi come l’India e il Messico hanno infatti prodotto l’indebitamento dei contadini, costringendoli a vendere le proprie terre per poter sostenere le spese necessarie ad acquistare i semi Ogm e i fertilizzanti, ormai divenuti necessari su terreni esauriti.

G8, Camp David 2012 –  Bono era stato invitato a parlare al Global Food Summit e in quell’occasione dichiarò a un intervistatore: «You know, nessuno vuole più vedere quei pancioni dilatati (sic)… La fame è una cosa assurda. E sappiamo cosa fare per risolvere la faccenda. You know, ci sono questi nuovi approcci globali all’agricoltura che incrementano la produttività».

In quel “sappiamo” ritroviamo, di nuovo, quella visione coloniale del mondo occidentale che conosce la soluzione e la impone a un paese ritenuto inferiore di autodeterminarsi. La campagna per l’Africa si rivela una grande pratica di marketing e le attività intraprese da Bono sulla cancellazione del debito dei paesi poveri sembrano essere nate con ben altri obiettivi e altri scopi. Secondo l’analisi di Browne, i paesi in difficoltà sarebbero comunque rimasti sempre insolventi poiché incapaci di produrre ricchezza e, già prima che arrivasse Bono, la Casa Bianca si era impegnata a ridurre di due terzi il debito dei paesi poveri, mediante un piano della Banca Mondiale.

Quello che invece il leader degli U2 si guarda bene dal discutere con i potenti del mondo, come Tony Blair, George Bush, o Bill Clinton, sono le ragioni per cui in questi paesi l’economia resta bloccata e asservita a strutture autoritarie spesso appoggiate dalle multinazionali che hanno bisogno dei terreni africani per produrre prodotti da vendere in costosi ristoranti.

A supporto di questo ragionamento l’autore dimostra, con un ampio corredo di dati, che dove Bono è passato la povertà non è affatto diminuita ma semmai aumentata.

Il cantante, secondo Browne, fa parte a pieno titolo dell’industria contemporanea basata sull’umanitarismo delle celebrità, la quale proponendo false soluzioni sui temi della disuguaglianza e della povertà contribuisce in questo modo al mantenimento dello stato di fatto.

“E allora smettila!”

Uno degli aneddoti curiosi, narrati nel libro-inchiesta, merita sicuramente di essere ricordato. Ad un concerto a Glasgow la band ad un certo punto impone il silenzio e Bono Vox comincia a battere le mani in modo solenne, scandendo con lentezza il ritmo per richiamare l’attenzione. A questo punto dovrebbe partire uno dei suoi soliti discorsi sensibilizzanti sull’Africa e infatti lui attacca: “Ogni volta che batto le mani in Africa muore un bambino”. Sembra che qualcuno dal pubblico, in un impeto di ribellione, gli abbia risposto: “Be’ allora smetti di farlo”. Storiella forse apocrifa, avverte l’autore, ma arcinota tra il pubblico dei club irlandesi e inglesi che della pseudo filantropia di Bono non ne vuole più sapere.

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