ASCOLI PICENO – Centotredici dipendenti a casa. Più un indotto che porta il tutto a 120-130 il numero dei lavoratori che da oggi, infausto 27 febbraio 2015, non sono più dipendenti della Prysmian, l’ex Ceat, diventata poi di proprietà di un colosso mondiale nella produzione di cavi di elevata tecnologia per il trasporto di energia e telecomunicazioni. Una storia italiana: da Ceat a proprietà Pirelli per poi diventare, con la Prysmian, una costola della Goldman Sachs, società finanziaria con pochi eguali al mondo. Ed ora…

C’è “il ghigno di quel dirigente”, dicono i lavoratori in assemblea fuori dai cancelli, perché qualche ora prima, nell’incontro che si è tenuto nella sede di Confindustria Ascoli, uno di loro è uscito con un sorriso teso sul volto, al che si è scatenata la rabbia dei lavoratori, lì solo in 30, trattenuti da un cordone di poliziotti e carabinieri che nulla ha potuto rispetto all’impeto che li ha trascinati all’inseguimento dei manager.

Ci sono tante storie in una storia più grande che, per amore di questa terra e dell’Italia, andrà tutta sviscerata perché è tempo, ormai, di dire “basta”. Da troppi anni scriviamo di crisi, quella vera, distruttiva. Presidi, proteste, cassa integrazione, licenziamenti. E poi tavoli, accordicchi, Regioni, ministeri, promesse, nuovi imprenditori. E poi il peggio, parlamentari che a Roma votano immondizia, senza spina dorsale, obbedienti e ingabbiati in logiche che nulla hanno a che fare con il benessere dei cittadini. La terra merita rispetto, e scuse. Che non basteranno, ma possono essere un inizio.

“A gennaio abbiamo ricevuto un premio di produzione dopo oltre due anni, e già lì la cosa ci sembrava strana, perché sappiamo che le aziende, se danno dei premi, tendono a tenere così buoni i lavoratori” ci dicono. Poi, a metà febbraio, la soffiata: la Prysman vuole chiudere la sede ascolana. Conferme arrivano “dai camion che hanno iniziato a trasferite i nostri materiali a Pignataro vicino Napoli, Giovinazzo vicino Bari, le sedi degli altri due stabilimenti, addirittura sette camion in un giorno solo, con grande fretta”. Negli ultimi giorni inizia la mobilitazione, con un’ora di sciopero al giorno, ma i manager accelerano, non aspettano l’incontro con i sindacati che si sarebbe tenuto a Roma entro l’inizio di aprile.

“Oggi, alle 11, ci hanno comunicato la fine del nostro lavoro” affermano increduli. Fuori dai cancelli, a manifestare, ci sono anche “pensionati, che hanno smesso di lavorate alla Ceat, perché per noi questa si chiama Ceat, 15 o 20 anni fa, ma che sono qui con noi perché sanno come è la vita qui allo stabilimento, sanno quanta passione mettiamo nel nostro lavoro”. Un lavoro che ad Ascoli coinvolge 113 dipendenti e un indotto tale da far giungere i senza lavoro, ad oggi, a 130.

Una vicenda strana, con l’ex amministratore delegato che si è dimesso dall’incarico solo pochi mesi fa, una produzione di altissimo livello, un direttore che si divideva tra i tre stabilimenti italiani ma che, negli ultimi mesi, “non s’è visto più, siamo andati avanti in autogestione, praticamente”.

“Loro sono un colosso che si vanta di possedere una immagina positiva – dicono – ma anche il topolino può far paura all’elefante”.

Ora la solita procedura: altre due settimane di cassa integrazione ordinaria e poi quella straordinaria e infine la mobilità. “Se fossi un ascolano mi incazzerei, qui invece ci si mobilita solo per il calcio, nel resto può accadere qualsiasi cosa, si è sempre soli” commentano i lavoratori.

La loro storia sarà raccontata perché le ferite non possono sanguinare in eterno. Devono far male e devono essere curate.

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