Laura Antonelli se n’è andata lunedì, ma in realtà era morta da anni. L’aveva ammesso lei stessa, rivelando che la vita terrena non le interessava più.

E’ stata colpita da infarto nella sua casa a Ladispoli. Il suo cuore non ha retto il peso di un’esistenza beffarda, ingiusta, crudele. Viveva sola, a trovarla accasciata a terra accanto alla Bibbia e al Vangelo è stata la domestica.

Riposa in pace, si tende a dire in queste circostanze. E forse la pace Laura l’ha trovata davvero, dopo quindici anni di lunga aspirazione all’oblio.

Non guardava più la tv, ascoltava tutto il giorno Radio Maria e pregava. Solo così riusciva a placare i tormenti interiori. Usciva di rado e le poche volte che i paparazzi la incrociarono la sua faccia gonfia venne sbattuta in prima pagina.

Fu questo il più grosso torto verso la Antonelli, perché del resto proprio non le importava. Non pretendeva celebrazioni e non cercava compagnia. Si vergognava del suo corpo un tempo ammirato, come confidò a Lino Banfi quando nel 2010 l’attore pugliese si recò a casa sua.

Per i più cinici, Laura ha comandato il proprio destino. Ricostruzione impeccabile, se solo la vita non fosse più complessa di una frase sparata là, magari racchiusa nell’inconsistenza di 140 caratteri.

La triste verità è che alla Antonelli non è stato permesso di sbagliare. Ha pagato con gli interessi l’enorme fragilità, la profonda insicurezza, l’ingenua generosità.

Il 27 aprile 1991 la arrestarono: i Carabinieri trovarono 36 grammi di cocaina nella sua villa. Finì in carcere per qualche giorno, poi le concessero i domiciliari. In primo grado fu condannata a tre anni e sei mesi per spaccio di stupefacenti. L’assoluzione sarebbe arrivata nove anni dopo: sì, consumava stupefacenti, ma non spacciava. Lo Stato la risarcì per l’eccessiva lunghezza del processo. Non bastò.

La sua sorte fu segnata da “Malizia”, che molto le diede e tanto le tolse. Col film del 1973 di Salvatore Samperi invase l’immaginario erotico degli italiani aggiudicandosi un Nastro d’Argento e un Globo d’Oro. Diciotto anni dopo arrivò il sequel, flop di critica e d’incassi che avrebbe rappresentato anche la sua ultima apparizione cinematografica. Alla vigilia dell’avvio delle riprese, regista e produttore la spinsero a sottoporsi alle cure di un chirurgo estetico per annullare alcuni segni dell’età. Il trattamento però le deformò i lineamenti. Pure in questo caso i tempi della giustizia furono estenuanti: nove anni (utili a dimostrare che si trattò di reazione allergica) all’interno dei quali Laura scivolò nel baratro della depressione.

Non si sarebbe più rialzata. L’animo tormentato e la faccia deturpata amplificarono il desidero di essere dimenticata.

“Forse non ero tagliata per fare l’attrice. Non ero preparata ad affrontare quella carriera, il successo, la popolarità, quell’ambiente, con le illusioni e le delusioni. Sono sempre stata una persona semplice, timida, attaccata ai valori della famiglia. Adesso, per me, esiste Gesù”.

Chi oggi piange per la scomparsa di Laura Antonelli non lo fa solo per la diva che è stata, ma anche e soprattutto per la sua terribile sfortuna.

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