L’articolo si riferisce ad una visita a Bruxelles e al Parlamento Europeo nei giorni che vanno da martedì 17 a giovedì 19 novembre, prima dell’allerta massima di questo sabato.

Il suono delle sirene è continuo, ben oltre l’abituale, mi dice un amico che lavora a Bruxelles da qualche anno. Martedì sera, nonostante un clima ancora mite, il centro è semi-deserto, con almeno la metà delle persone in meno rispetto all’abituale, mi spiega. Mangiamo in un ristorante che offre tipicità belghe: veniamo serviti da tre giovani ragazze italiane, parliamo con una ragazza di Roma e un’altra di San Donà di Piave.

Il suono delle sirene resta impresso nella mente anche molte ore dopo aver lasciato Bruxelles.

Sul quotidiano che leggo all’entrata, mentre sono in fila, Le Belgique, il titolo in prima pagina dice: “La disoccupazione per i belgi è all’8%, per i magrebini oltre il 25%”.

Passiamo davanti ad un club che propone musica punk-rock, fuori ci sono attempati punk in maniche corte e una quindicina di giovani che sono usciti per prendere un po’ d’aria fresca. Di fronte all’ingresso due furgoni della polizia e poliziotti sul marciapiede. A poche centinaia di metri da questo club, il giorno successivo alla strage di Parigi, sabato 14, era atteso un concerto degli Eagles of Death Metal, la band che si stava esibendo al Bataclan. Concerto, ovviamente, annullato.

Il mio amico, un giovane della mia città, San Benedetto del Tronto, svolge un lavoro di prestigio, spiega che Bruxelles è una città giudicata fino a pochi giorni fa un esempio di integrazione. In questi anni non ha conosciuto molti belgi, appena un paio. L’ambiente è multiculturale e all’apparenza bene integrato. Ma potrebbe essere anche l’impressione che ha della città la media e alta borghesia internazionale, qui molto numerosa. Lunedì sera però ha deciso di uscire e di andare a sentire della musica, quasi per sfida.

Decido di camminare per la città, anziché usare i mezzi. Bisogna sempre camminare per conoscere. Chiedo una informazione ad uno spazzino. È musulmano, lo si capisce chiaramente dalla barba lunga e incolta. Dalla pelle chiara e dagli occhi verdastri si intuisce l’origine magrebina. Stava parlando con un altro uomo, probabilmente un arabo asiatico. Mi danno l’informazione richiesta, capiscono che sono italiano e mi rispondono un po’ in italiano un po’ in francese. L’altro uomo, poi, mi dice: “Nous muslims, non hai paura?” Rispondo di no, che sono stati gentili. Loro un po’ scherzano, un po’ scaricano sicuramente la tensione di questi giorni tesi. Forse non tutti gli stranieri si avvicinano ad un musulmano, di questi tempi.

Di sera, a piedi sotto la pioggia leggera tra Mannekin-Pis e la Grand Place: un giovane ventenne anche lui di chiare origini nordafricane o arabe esce di corsa da alcuni garage, si ferma davanti a noi e ci fa cenno di stare zitti, con il dito sulla bocca. Sibila, per enfatizzare il suo gesto, poi corre via. Tratteniamo un secondo il respiro: che succede? Non succede niente, solo una bravata, chissà con quale fine.

Vado a piedi verso il Parlamento Europeo, mi avvicino a due muratori che sono indaffarati a bordo strada per chiedere loroun’informazione. Non finisco a chiederla: uno dei due è un belga, neppure di Bruxelles, che ho conosciuto al mare a San Benedetto, dove è venuto in vacanza con moglie e amici per diversi anni. La malattia della moglie gli ha impedito di muoversi negli ultimi sei anni. Scatto una foto con lui, diciamo “il mondo è piccolo”.

Al Parlamento Europeo, mentre Warren Mosler e la Mmt presentano uno schema di azione per salvare il Vecchio Continente iniziando ad alzare il limite del deficit all’8% dall’attuale 3, per ridare possibilità di spesa a famiglie e imprese, capisci come il potere europeo sia pervasivo. Per anni la richiesta di aumentare il deficit per azzerare la disoccupazione e rilanciare l’economia nazionale ci ha relegato a definizioni come “pazzi, visionari”. Abbiamo dovuto sorbirci incontri e tantissime discussioni dove una ipotesi del genere veniva etichettata come “impossibile, folle”, o peggio, ancora oggi, dalla stampa sonnacchiosa di regime, “stampamoneta”. Nella stessa giornata, però, la Commissione Europea accetta maggiori deficit per le spese militari e di sicurezza. Finché si tratta di bombe e polizia, si chiudono tutti gli occhi. Quando si tratta di scuola, salute, lavoro, cultura, tutti silenziosi ad obbedire.

Torno all’aeroporto di Pescara. Schengen non esiste più, ci sono controlli sui documenti anche per gli italiani di ritorno da Bruxelles.

Una agenzia europea affitta uno spazio in centro per un incontro, e sembra paghi 30 mila euro solo per quella notte. Penso agli spiccioli di Marino e alla stampa italiana.

Un funzionario del Parlamento addetto alla comunicazione ci dice che i lobbisti qui non hanno la connotazione negativa alla quale pensiamo in Italia. Aiutano a scrivere le leggi sulla base delle reali necessità e conoscenze. Sono elencati in registri pubblici. “Anche la Caritas è lobbista”. Gli viene detto che il Commissario agli Affari Economici, l’inglese Jonathan Hill, è il fondatore della società di lobbying Quiller Consultant. Ci sono ventimila lobbisti in questa città.

Ragazzi italiani impiegati negli staff degli europarlamentari ci spiegano la fatica che comporta il trasferimento continuo tra le due sedi parlamentari di Bruxelles e Strasburgo. Forse a Report hanno conteggiato che il trasferimento costa 500 milioni l’anno. Il trasferimento, ci dicono, è dovuto ad un trattato dove è scritto che ogni mese 12 sedute parlamentari devono essere tenute a Strasburgo.

All’aereoporto di Charleroi ti accolgono militari con mitra spianati. Il primo tassista è un magrebino, parla per tutto il tragitto senza sosta: “Ci sono un miliardo di mussulmani nel mondo, in Francia 10 milioni, qui in Belgio 2 milioni. Hollande, Obama e Putin sono assassini, la povera gente non ha colpe. Qui viviamo tutti in pace da sempre, a Molenbeek si vive bene”.

Warren Mosler ripete per l’ennesima volta che la politica monetaria non serve per risolvere la crisi economica. Qualche mese fa (conservo la foto) ricordo un titolo a prima pagina su Il Resto del Carlino: “Il bazooka di Draghi”. Nelle stesse ore Draghi è costretto ad ammettere che il suo bazooka non serve  a nulla e nel caso si faranno altri interventi monetari per rilanciare l’economia europea. Giornalisti italiani…

Il funzionario italiano dice testuale: “L’Italia da sola non è in grado di risolvere i suoi problemi”; “con la sovranità monetaria ha creato un grandissimo debito pubblico”; “la corruzione è il principale problema italiano”; “Chirac nel 1993 disse che o l’Italia la smetteva di svalutare la lira o avrebbe messo i dazi”. La disinformazione e la propaganda ultraventennale sono facilmente smontate nella discussione che si apre al seguito di certe dichiarazioni. Ma tutto ciò viene ripetuto a circa 20 mila visitatori italiani che ogni anno si recano al Parlamento Europeo.

In piazza Rue de Luxembourg a mezzanotte piove fortissimo ma per prendere i taxi occorre stare al centro della piazza, di fronte al Parlamento Europeo, dove non ci sono pensiline. Ci sono due ragazze con l’ombrello, chiedo riparo, scherzo. Una ha sembianze da europea dell’est. Vorrei tornare giovane. Poco prima che lei salga sul taxi, le chiedo dove è diretta, magari è possibile fruire per un tratto di un taxi in comune per evitare che, una volta andata via, si debba restare troppi minuti sotto questa pioggia battente. Mi dice che vive al confine del quartiere Molenbeek, non è sicuro tornare anche per un piccolo tratto a piedi, la sera. Va via.

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