Alessandro “Turba” Tordini: cantante hardcore, saggista, acribioso appassionato di cinema (specie il cinema italiano di genere), gestore di una paninoteca estiva dove la passione per la settima arte emerge in maniera lampante (Da Turba, sita in via Marchegiani in San Benedetto del Tronto ndr) e, infine, persona che vive le sue passioni in maniera viscerale e totalizzante. Abbiamo scambiato due chiacchiere (via mail), dove si è parlato del suo libro (“Così nuda, così violenta – enciclopedia della musica e dei mondi neri del cinema italiano”, uscito per i tipi di Arcana) di cinema, di colonne sonore (tema del suo libro), della sua passione per la musica e della Riviera della Palme di ieri e di oggi.

Sono passati circa 4 anni dalla pubblicazione del tuo “Così Nuda, Così Violenta” su Arcana Editrice. Un primo bilancio del riscontro critico e di pubblico che ha avuto il libro ? 

In realtà il mio libro sta per compiere tre anni (ottobre 2012, se non sbaglio, uscì attorno alla metà del mese) ma non li sente proprio, visto che, a tutt’oggi, continua ad essere venduto ed io vengo ancora invitato ad eventi, rassegne e festival di settore. La prima tiratura (se non erro 1000 o 1500 copie) dovrebbe essere quasi esaurita, quindi direi che il bilancio è senza dubbio più che buono. La critica è stata sempre positiva ed ho avuto ottime recensioni su riviste (Mucchio Selvaggio, Nocturno Cinema, XL), quotidiani (Il Resto del Carlino, La Stampa, Il Messaggero) e siti internet (Colonnesonore.net), anche tenendo conto che è un’opera unica nel suo genere e senza nessun precedente al mondo”.

E, a livello personale, quante soddisfazioni ti ha dato?
E’ soprattutto sul piano umano che ho raccolto le più grandi soddisfazioni della mia vita. Sin dal lavoro di pre-scrittura ho avuto modo di conoscere di persona ed intervistare molti compositori di musiche da film, solisti ed esecutori strumentali (ma anche qualche regista e sceneggiatore), entrando così in contatto con Maestri dall’umiltà e dall’empatia fuori dal comune. Dopo l’uscita nelle librerie ho avuto modo di girare lo stivale diffondendo il mio “verbo” in molte città (Roma, Milano, Torino, Bologna), partecipando a numerosi eventi, durante i quali ho avuto il piacere di condividere microfono e pubblico con veri e propri miti come Fabio Frizzi (fratello del presentatore Fabrizio Frizzi, è autore di numerose colonne sonore oltre che collaboratore di Lucio Fulci ndr) e Claudio Simonetti – membro fondatore dei mitici Goblin – coi quali si è instaurato, nel tempo, un rapporto amichevole e infine conoscendo tante interessanti persone accomunate dalla passione del cinema e della musica da film. Per concludere: chi mi conosce bene sa che non sono un tipo dall’indole autocelebrativa ma non ho dubbi sulla soddisfazione personale più grande avuta durante questi primi tre anni di vita della mia produzione: svegliarsi una mattina e scoprire che grazie al tuo lavoro la musica da film ha ricevuto il paginone centrale a colori su Repubblica, con tanto di foto della copertina.

Ricordo che durante la presentazione del tuo libro, presso l’Hotel Progresso, a San Benedetto del Tronto, parlasti di una genesi del libro molto lunga. Se non ricordo male, ma correggimi se sbaglio, l’idea del libro ti venne sviluppando il discorso della tua tesi di laurea.

Ricordi molto bene. La mia tesi, ebbe un fatale punto di svolta, quando fui invitato dal regista Enzo Castellari, col quale avevo da un po’ di tempo una corrispondenza via mail, all’evento “Musica per l’immagine” a Loreto. Una tre giorni, questa, dedicata alla musica da film a base di mostre, incontri e, soprattutto, concerti dal vivo, alla quale presero parte diversi compositori, molti dei quali riuscii ad intervistare in loco. Da qui in poi mi venne in mente che il lavoro svolto meritasse un ulteriore approfondimento e ulteriori ricerche, che in seguito sarebbero diventate “Così nuda così violenta”. Chiudo con un piccolo aneddoto recente: qualche mese fa ho mandato una mail al mio redattore di tesi, il professor Roy Menarini (professore di cinema presso l’Università di Bologna, critico ed autore di svariati saggi sull’argomento ndr) che all’epoca mi vide solo due volte (quando andai a parargli del progetto che avevo in mente per la tesi e il giorno della discussione: marzo 2004), per domandargli se avesse ricevuto il libro. Non gli era stato mandato, ma mi rispose che ancora si ricordava bene sia di me che del mio lavoro da lui stesso definito: ”sperimentale e avanti coi tempi”. Queste sì, che sono soddisfazioni!

Il tuo libro è senz’altro unico, nel panorama italiano, anche per via della sua forza enciclopedica, che va a sistemare una babilonia come le colonne sonore dei film italiani di genere 60/70 (nel caso del libro, ti soffermi sui thriller, horror e polizieschi all’italiana). Visto il grande interesse che queste hanno suscitato negli ultimi anni (grazie ad una meritoria opera di ristampe e a progetti musicali come i Calibro 35 e La Banda del Brasiliano) come spieghi che questo interesse non si sia tramutato mai in uno studio più approfondito. Per farla breve, come mai tutto questo interesse non ha prodotto più saggi e studi critici dedicati all’argomento?

Questa è la classica domanda da “un milione di dollari” (passami “l’americanismo”). Probabilmente perché l’argomento, oggettivamente di nicchia, veniva ritenuto poco
interessante
(e anche poco vendibile) dalla maggior parte dei saggisti, studiosi e critici di settore, sempre e solo votati all’immagine piuttosto che al suono. Certo, su nomi noti a livello mondiale (Morricone, Goblin, Rustichelli e pochi altri), erano già state scritte alcune monografie e saggi a tema, ma non esisteva praticamente nulla su tutti gli altri (e sono centinaia) che hanno fatto la storia della musica da film. Aggiungiamoci poi la nostra proverbiale esterofilia e la risposta alla tua domanda è data. Oggi, per fortuna, la situazione è diversa e finalmente, anche grazie ad opere come la mia (il cui intento principale è proprio quello di far conoscere ai più nomi, storie e soprattutto musiche poco considerate e ascoltate), a diversi eventi specifici (festival, fiere, concerti, ecc.) sempre più presenti e seguiti e ad una costante produzione da parte delle nostre etichette discografiche (Beat, Digitmovies, Gdm ed altre), la storia della nostra musica da film si sta sempre più avvicinando al meritato status di eccellenza.

Spostandoci in campo cinematografico: è per la nostra tendenza all’esterofilia, come dici sopra, che abbiamo dovuto attendere Tarantino, per riscoprire un cinema per troppo tempo bistrattato? E poi, come giudichi il lavoro di Marco Giusti, che con “Stracult” ha definitivamente sdoganato questo cinema anche presso il grande pubblico ?

La nostra evidente esterofilia è stato il fattore determinante per la scarsa considerazione da parte della critica (spesso in netto contrasto con i favori del pubblico), di certo cinema per anni etichettato come “popolare”, nel migliore dei casi o semplicemente e in maniera qualunquista come immondizia. Spesso bastava leggere solamente il genere d’appartenenza di fianco al titolo (thriller, horror, poliziesco, spy movie, azione, fantascienza, ecc.), per etichettare prodotti spesso validi, anche solo per un aspetto, come “immondizia invedibile”. Cito alcuni generi non a caso visto che, non essendo autoctoni come la commedia italiana, sembravano già in partenza non alla portata dei nostri cineasti. Se poi pensiamo che per anni Autori (con la a maiuscola) come Petri o Germi sono stati paragonati a dei mestieranti (in questo caso anche per motivi politici) ho detto già molto. Accadeva che molti critici neanche vedessero il film recensito. Insomma un panorama piuttosto selettivo e ricco di pregiudizi e distinguo tra Autori (serie A per dirla in termini calcistici) e artigiani/mestieranti (dalla serie B alla Z). In mezzo a tutto ciò, negli anni della contestazione o giù di lì, un manipolo di giovani critici, tra cui Marco Giusti ma anche Steve Della Casa, inizia a recensire positivamente l’operato di Mario Bava, Riccardo Freda, Lucio Fulci, Antonio Margheriti (tanto per fare qualche nome), a dedicargli articoli su riviste ed altro ancora. Negli anni a seguire, l’opera di rivalutazione coinvolgerà tanti altri critici ed addetti ai lavori, sdoganando sempre più eventi, festival, mostre e rassegne a tema, dedicate al nostro amato “cinema bis”. La trasmissione Stracult è senza dubbio l’apice più popolare (e visibile) di tale sforzo ma esistono anche realtà cartacee ormai storiche come la mitica rivista Nocturno Cinema ed attività commerciali come Bloodbuster a Milano, divenute punti di riferimento importanti per appassionati, collezionisti e, perché no giornalisti, critici ed addetti ai lavori che hanno ancora molto da imparare sul valore storico/artistico di un movimento importante ed imprescindibile (soprattutto per le tasche dei produttori) come fu il cinema dei generi anni ’60 / ’70.

Dopo “Così nuda, così violenta”, quali progetti hai in cantiere ?

Sono impegnato nel lavoro di pre-scrittura (a mio avviso il 90% dell’opera per un saggista) della mia seconda opera di cui posso dire solo l’argomento: sempre il cinema italiano di genere thriller e horror (stavolta niente poliziesco), analizzato sotto un altro punto di vista e il titolo provvisorio che forse potrebbe darvi un indizio: “Ancora più nude… Ancora più violenti”.

Ti sei sempre definito, orgogliosamente (e giustamente), un “cantante hardcore”. Hai militato in gruppi locali come Grooviera e Cachorro Loco, vivendo in prima persona la San Benedetto alternativa degli anni ’90. Come hai visto cambiare (se per te è cambiata) la Riviera musicale e la Riviera in generale, negli ultimi anni?

Una mia canzone gridava: “tu puoi chiamarlo come ca*** ti pare ma sappi che per noi è soltanto hardcore locale!”. Questo motto sintetizzava al meglio come eravamo e cosa facevamo all’epoca. Nonostante non abbia mai fatto parte di formazioni puramente hardcore ma piuttosto di crossover sperimentale (nel senso che ci piaceva mescolare gusti e stili diversi anche per via dell’eterogeneità dei ragazzi con cui ho condiviso queste stupende esperienze), mi sono sempre sentito (e continuo a sentirmi) hardcore. Per me è uno stile di vita e il mio carattere estroso e diretto non ha fatto altro che favorirlo spesso risultando agli occhi degli altri una persona scomoda, particolare, fuori dagli schemi e dalle mode. Tornando alle esperienze musicali ai tempi del liceo, nate quasi per gioco, le rifarei altre cento, mille volte e forse, se c’è una cosa che mi manca, è proprio far parte di un gruppo. All’epoca moltissimi ragazzi suonavano in locali, facevano demo, organizzavano serate insieme ad altri gruppi. Per questo c’erano spesso concorsi, festival, eventi dedicati ai gruppi locali. Noi passavamo giornate intere in sala prove anche solo a cazzeggiare, ci frequentavamo fuori dal discorso musica, condividevamo tempi e spazi, insomma non suonavamo perché volevamo apparire o fare soldi e diventare famosi ma solo perché ci piaceva. Oggi al contrario, nonostante siano raddoppiate le possibilità di suonare e farsi sentire, grazie anche ai nuovi media, purtroppo interessa a pochi fare musica propria e suonare generi poco commerciali e, rispetto al passato, noto un disinteresse generale nelle nuove generazioni. Manca un valore fondamentale per riuscire a discostarsi dall’appiattimento dettato dalle mode e quindi dalla società: la passione! La musica mi ha dato tanto: emozioni intense, socialità spontanea, divertimento puro, condivisione totale, sfogo incredibile e soprattutto delle amicizie vere e sincere.

Dieci colonne sonore fondamentali, per te ?

Solo italiane ed in ordine sparso:
Goblin – Profondo Rosso
Luis Bacalov & Osanna – Milano Calibro 9
Franco Micalizzi – Roma a mano armata
Fabio Frizzi – Paura nella città dei morti viventi
Piero Umiliani – Cinque bambole per la luna d’Agosto
Nora Orlandi – Lo strano vizio della signora Wardh
Francesco De Masi – Lo squartatore di New York
Roberto Pregadio – La settima donna
Ennio Morricone – Milano odia, la polizia non può sparare
Bruno Nicolai – Tutti i colori del buio

Siamo arrivati alla fine, dopo le dieci colonne sonore fondamentali, non possiamo non chiedere i dieci dischi fondamentali per Alessandro Tordini

Domanda alla quale è molto difficile rispondere visto che, per mia fortuna, sin da piccolo sono cresciuto in un ambiente molto sonorizzato (soprattutto Rock, Beat e Progressivo, italiano e straniero) poi alle medie sono passato al punk/hardcore (’70/’80) e al metal in tutte le sue forme (dal death più aggressivo fino al power più melodico, per delimitare due antipodi) poi integrati con: crossover, funk, nu metal, hiphop, rap, grunge, durante le superiori ed infine alle colonne sonore in tempi più recenti. Sono stato sempre un ascoltatore onnivoro e senza pregiudizi quindi, considerando che non ho mai abbandonato nessuno dei generi appena citati, stilerò questa famigerata lista di pancia, purtroppo escludendo gruppi e dischi per me altrettanto fondamentali.

Pantera – Vulgar display of power (il primo vinile comprato con i miei soldi)
Deftones – Around the fur
Megadeth – Rust in peace
Metallica – Kill’em all
Alice in Chains – Facelift
Faith no more – Real thing
Madball – Set it off
Biohazard – Urban discipline
Death – The sound of perseverance
Rage against the machine – Rage against the machine

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