Ogni anno rilasciamo nell’atmosfera più gas serra dell’anno precedente, con un tasso di crescita che aumenta di decennio in decennio; e questi gas intrappoleranno il calore per le generazioni future, creando un mondo più caldo, più freddo, più piovoso, più assetato, più affamato e più arrabbiato”.

Lo scenario inquietante lo potete trovare ampiamente descritto nel libro-manifesto sul cambiamento climatico di Naomi Klein, “Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile” (2015, Rizzoli) da cui è stato tratto anche un documentario, “This Changes Everything”. (Clicca sul link per vedere il trailer). Nel film si intrecciano sette storie di lotta per la giustizia climatica provenienti da diverse zone del mondo con le riflessioni dell’autrice sulle conseguenze ambientali causate dal capitalismo globalizzato.

Ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi è il più grande stravolgimento che l’uomo abbia mai prodotto sulla natura: dallo scioglimento dei ghiacciai all’acidificazione degli oceani, alle specie che a causa degli squilibri climatici si stanno estinguendo causando a loro volta povertà e disoccupazione per le popolazioni più povere del pianeta. A quanto pare però questa storia non è mai piaciuta molto, nessuno ha mai voluto accreditarla del tutto perché avrebbe comportato una ridefinizione del nostro stile di vita. Ci hanno così raccontato che tutto sarebbe avvenuto fra molto tempo e che potevamo evitare di pensarci. No stress.

Il complotto comunista

Il progetto di rimozione mediatica del cambiamento climatico porta il nome di “negazionismo”. In pratica, i più grandi istituti di ricerca statunitensi, finanziati dalle lobbies dei combustibili fossili e tra i maggiori responsabili del riscaldamento globale, non hanno fatto altro in questi anni che negare e rimuovere il cambiamento climatico.

Secondo il principio per cui tutti i discorsi sul clima tendono a una visione del mondo egualitaria, improntata alla giustizia sociale, caratterizzata dalla preoccupazione delle disuguaglianze e dal sospetto verso il potere delle corporation, si è deciso per una definizione della questione che mette d’accordo i neoliberisti di tutte le latitudini. In breve il classico “complotto comunista”.

L’Heartland Institute, affermato centro di ricerca di Chicago, tiene dal 2008 quasi due conferenze internazionali l’anno sulla negazione del fatto che le attività umane stiano provocando il surriscaldamento del pianeta. Ciò che avviene durante i loro convegni è di fondamentale interesse per tutti, poiché proprio in questi tavoli emergono le paure delle più grandi lobby del pianeta. C’è chi paragona il movimento ambientalista alla Germania nazista o alla Russia di Stalin e chi sostiene che il cambiamento climatico sia un cavallo di Troia studiato appositamente per abolire il capitalismo.

Chi ha iniziato per primo a ragionare in termini negazionisti è, occorre ricordarlo, il conservatore Nigel Lawson, l’ex Cancelliere dello Scacchiere del governo di Margaret Thatcher. Fu lui a pronunciare la frase,“il verde è il nuovo rosso”, e aveva ragione a temere, visto che egli fu autore di feroci privatizzazioni delle risorse chiave in Gran Bretagna, favorì fiscalmente i ceti più ricchi e piegò le forze sindacali che si opponevano alla Lady di Ferro. Il cambiamento climatico al contrario avrebbe creato una regolamentazione da applicare alle grandi aziende, avrebbe ridefinito lo sviluppo economico del Paese e imposto un modello sostenibile. Regole? Beni comuni? Di sicuro si trattava di una cospirazione “rossa”.

La destra ha ragione

Come attesta il 97% dei climatologi del mondo, i negazionisti hanno completamente torto sul piano della scienza, ma riguardo al tipo di profondi mutamenti richiesti nel consumo energetico e soprattutto nella logica che sta alla base della nostra economia liberalizzata che ha interesse solo al profitto, hanno perfettamente ragione. Una delle scoperte più interessanti ottenute dagli studi sulla percezione del cambiamento climatico, riguarda la composizione sociale dei “negazionisti”, sono prevalentemente bianchi e maschi con redditi superiori alla media, in maggioranza conservatori ma non solo. Questa tipologia sociale rappresenta di fatto il sistema economico industriale capitalista che non si turba affatto per qualche grado in più, poiché secondo loro le persone ricche che vivono nei Paesi industrializzati non devono temere alcunché. Sanno benissimo che la maggioranza delle persone che stanno subendo i danni maggiori a causa delle ondate di calore e della siccità non possono risolvere i loro problemi installando un climatizzatore. Ed è a questo punto che si rivela l’ideologia estrema che sta alla base del ragionamento: distruggere ogni forma di empatia verso i paesi poveri.

Il processo è attualmente in corso. Lo stress termico e gli uragani stanno distruggendo i villaggi di contadini e pescatori, la loro terra sta gradualmente finendo nelle mani delle grandi multinazionali, dei resort e degli allevamenti industriali. Inoltre grazie all’emergenza di siccità e carestie si stanno promuovendo l’uso delle sementi OGM, il che porterà i contadini a indebitarsi sempre di più e a fuggire perdendo le proprie terre. La nuova forma di saccheggio coloniale invece di riconoscere un debito verso i “profughi climatici” si scaglierà selvaggiamente contro di essi erigendo muri o leggi anti-immigrazione. Lo stiamo già vivendo, con tutto il revival razzista da cui il progetto trae linfa per sostenersi.

Lo schock del popolo

Ciò che però sembra essere inevitabile e inesorabile può rappresentare una grande opportunità. Il cambiamento climatico può diffondere il potere nelle mani di molti e favorire il processo di riappropriazione dei beni comuni anziché metterli all’asta pezzo dopo pezzo. A Naomi Klein non sfugge il fatto che il tema dell’ambiente potrebbe essere un ottimo catalizzatore per continuare con vigore la lotta per la giustizia economica e sociale, già iniziata all’epoca di Seattle quando il suo libro “No logo”era un cult per i no-global.

Blockadia, la nuova resistenza

Non si tratta di un luogo preciso sulla mappa, ma piuttosto di una rovente zona di conflitto transnazionale che sta spuntando con crescente frequenza e intensità ovunque ci siano progetti estrattivi che tentano di scavare e trivellare”.

Tutto ebbe inizio quando la società TransCanada decise di costruire un oleodotto che avrebbe trasportato sino a 830 mila barili al giorno dalle sabbie bituminose della regione canadese dell’Alberta sino alle raffinerie della costa del Golfo e ai terminal per le esportazioni. Il territorio aveva già subito lo scempio dell’estrazione petrolifera dalle sabbie bituminose e a quel punto nel 2011 si ribellò. Si scatenò una protesta davanti alla Casa Bianca di oltre 40 mila persone. Il caso dell’oleodotto provocò l’incredibile unione di tribù native insieme ai proprietari di ranch che vivono lungo il corso dell’oleodotto preoccupati per le fuoriuscite e di attivisti vegani e allevatori di bestiame. Il gruppo di azione Tar Sands Blockade fu il primo a usare il termine “Blockadia” e da allora tanti movimenti stanno seguendo l’esempio.

Sai che il tuo governo ha fallito, quando tua nonna inizia a ribellarsi” (slogan di una protesta rumena)

Questi guerrieri del clima non sono gruppi di Black bloc o attivisti dei centri sociali, ma sono tutti quelli che stanno combattendo in prima linea e resistendo ai progetti delle compagnie minerarie e dei combustibili fossili affollando i consigli comunali o marciando davanti ai furgoni della polizia frapponendosi fra le ruspe e la terra; sono produttori locali, operai, professionisti, insegnanti, studenti, nonne. Si tratta cioè di tutti coloro che nel mondo stanno lottando per il controllo delle risorse a livello locale: l’acqua, il suolo, l’aria.

Il caso del referendum italiano che si svolgerà il 17 aprile contro le attività petrolifere in mare è l’esempio lampante che Blockadia si trova anche nel nostro territorio.

Esiste una resistenza consapevole che può fare la differenza. Dai No Triv italiani ai greci che stanno combattendo per la chiusura delle miniere, agli abitanti del villaggio di Pungesti in Romania che protestano contro la ricerca di gas di scisto. La risposta collettiva alla crisi climatica sta cambiando prospettiva e strategia perché i negoziati hanno fallito e perché le politiche energetiche di governo prevedono ancora un largo uso di combustibili fossili.

Perché le conferenze sul clima non funzionano?

Quello che ancora in molti fanno finta di non capire è che le azioni necessarie per ridurre le emissioni sono una minaccia estrema per quell’élite che tiene in mano la nostra economia. Klein fa un’analisi impietosa di quello che è accaduto negli ultimi trenta anni, quando si iniziò a discutere per la prima volta degli effetti del cambiamento climatico, nel 1988, il mondo si preparava a fare il grande salto nell’era globalizzata ma mentre il dibattito sul clima arrancava a ottenere dei successi, il processo della globalizzazione economica voluta dalle corporation faceva passi da gigante, dal primo accordo di libero scambio alla WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio. Per ora il capitalismo vince e il clima perde.

L’argomento è quanto mai cruciale, gli effetti del riscaldamento globale stanno portando siccità, carestie, aria irrespirabile e distruzione dei beni comuni. L’ennesima conferenza sul clima, la COP 21, di recente svoltasi a Parigi, seppure partendo da buoni propositi ha prodotto un accordo importante dal punto di vista del riconoscimento del problema ma per il momento non incisivo sul piano concreto.

Come si potranno diminuire le temperature di 2° gradi Celsius se continuiamo a bruciare combustibili fossili, a condurre uno stile di vita ad alto impatto ambientale e se i nostri governi non saranno obbligati ad agire?

Se si continua ad estrarre e a togliere dalla Terra si sta ragionando in termini di risorsa e non di fonte, e una risorsa può essere prosciugata all’infinito. Questa “mentalità estrattiva” è alla base del capitalismo estremo che stiamo vivendo, incentiva per esempio la concentrazione di una risorsa attraverso sistemi di monopolio e minaccia la fertilità dei suoli e quella delle persone, mette in pericolo la vita degli ecosistemi sempre più vicini alle nostre città. Chiede sempre di più alla terra e alle persone ma non restituisce nulla.

Da dove ripartire allora? L’esempio dei popoli indigeni

Per ribaltare una visione del mondo occorre prima di tutto un salto di civiltà, e non serve inventare nulla di nuovo. La riflessione di Naomi Klein prende le mosse dall’idea di diritto alla rigenerazione che è stata sempre propria della visione del mondo dei nativi. Le culture indigene dell’Amazzonia, quelle della Bolivia o dell’Ecuador hanno per esempio introdotto nelle loro leggi il diritto degli ecosistemi non solo a esistere ma a “rigenerarsi” poiché vanno preservate le identità e gli stili di vita.

La riscoperta del pensiero indigeno può aiutare le nostre società a ragionare in termini di rispetto della biodiversità e di politiche che incentivino la proliferazione delle fonti rinnovabili nelle mani dei piccoli produttori. Le soluzioni auspicate riguardano tutte l’ambito locale, è la moltiplicazione delle fonti e non la sua concentrazione a favorire la ridistribuzione della ricchezza fra le persone, a rendere le persone responsabili dell’ambiente, a prendersi cura degli altri e di sé stessi.

Riprendersi il pianeta

La riappropriazione dei beni comuni fa parte di questo grande progetto di civiltà che nella storia ha i suoi antecedenti. Dai movimenti indipendentisti postcoloniali alla lotta per l’apartheid, queste battaglie furono vinte anche perché furono rese convenienti alla controparte, ma quello che contraddistingue la lotta per la giustizia climatica ovvero la fine dell’era dei combustibili fossili non offre alcuno sconto o risarcimento alle principali industrie del gas, del carbone e del petrolio.

Si può guadagnare con il sole e l’eolico ma a causa della loro natura decentralizzata queste fonti non forniranno i super profitti ai quali sono abituati i magnati dei combustibili fossili. Ecco perché allora i negoziati sul clima continuano a fallire e i governi non mettono in campo interventi seri e decisi per regolamentare il mercato. La posta in gioco è troppo alta: è il fallimento di un sistema che a partire dall’invenzione della prima macchina a vapore ha inquinato il pianeta senza risarcire nessuno e ha aumentato le disuguaglianze nel mondo con la giustificazione che ci sarebbe stato benessere per tutti, così non è stato, i conflitti e le ingiustizie sono aumentate e a guadagnare con la globalizzazione sono stati sempre i più ricchi.

Il mondo tende a sembrare un po’ diverso quando vediamo che, da un momento all’altro, tutti quegli oggetti accumulati lavorando per l’intera vita se ne vanno via trasportati dalla corrente lungo la strada…”

I mutamenti climatici possono sconvolgere le nostre esistenze attraverso la furia delle tempeste o di uragani o di siccità, e farci vedere il nostro sistema con occhi diversi da un giorno all’altro e quando le società chiedono a gran voce una trasformazione è allora che anche altri cambiamenti possono arrivare all’improvviso.

Siamo a un punto di svolta, la società non è certo quella di dieci anni fa, siamo meno isolati, più connessi con il mondo e la battaglia per il clima trova tanti sostenitori. Una delle conseguenze del neoliberismo sfrenato è stata quella di creare un movimento d’opinione contrario all’austerità. Molti stanno comprendendo che non arriverà nessun Messia a sistemare la crisi economica in atto e che solo dal basso si potranno trovare quelle soluzioni capaci di produrre trasformazioni. 

Infine ci sono molti validi motivi economici per abbandonare l’uso dei combustibili fossili ma si potrà vincere questa battaglia solo se si mette in crisi il progetto ideologico dominante, solo se le persone continueranno a raccontare nuove storie che sostituiscano quelle che ci hanno condotto fino a questo punto.

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