I cantautori sono i poeti della contemporaneità, ripeteva spesso la grande traduttrice e giornalista Fernanda Pivano che amava Fabrizio De André in modo smisurato ma soprattutto adorava Bob Dylan. Lo considerava “l’Omero del ventesimo secolo” e fu la prima scrivere del cantautore in Italia, la prima a comprenderne l’essenza, e sicuramente, se fosse stata ancora viva, sarebbe stata la prima ad esultare nell’apprendere la notizia del Nobel.

Nonostante anch’io creda che oggi le canzoni e soprattutto quelle scritte dai grandi poeti con la chitarra siano da studiare e apprezzare, in controtendenza al clima dylaniano che si è generato negli ultimi giorni preferisco parlare della letteratura fatta di libri. Prima di tutto perché la lettura è in crisi, in Italia si legge pochissimo e solo alcuni autori, e tutto questo sia per ragioni di tempo che culturali, inoltre molti titoli non si stampano più e scompaiono non solo dagli scaffali ma dal nostro immaginario collettivo.

C’è un grande impoverimento culturale che si ripercuote sulle nostre vite, sul nostro modo di relazionarci con gli altri, di aprirci ai diversi punti di vista, di apprezzare la ricchezza culturale. Se le persone non leggono difficilmente riusciranno a cogliere la poesia dei cantautori, e viceversa le canzoni possono avvicinarci alla letteratura e dare un sapore nuovo al mondo intorno a noi. Grazie alla lettura dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, per esempio, Dylan e De André scrissero alcune delle loro canzoni più belle. Se non ci fossero stati dei libri probabilmente non avremmo ascoltato tanti dei loro capolavori.

Si potrebbe stavolta capovolgere lo stimolo iniziale: ascoltare Bob Dylan leggendo un libro di un Nobel dimenticato come Grazia Deledda. Ciascuno a suo modo ha raccontato storie di umili, di oppressi e di ribelli e ad entrambi è stato contestato il fatto di non essere veri “letterati”.

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«Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano. »  (Motivazione del Nobel per la letteratura a Grazia Deledda, 1926) 

Se si progetta un viaggio in Sardegna, come è capitato a me, è impossibile non imbattersi nel suo nome. A Galtellì, vicino Nuoro, dove venne ambientato il celebre romanzo Canne al vento (1912), si può visitare un parco letterario dedicato alla scrittrice e si possono vivere itinerari ed esperienze culturali incentrate sui suoi libri come il “Week end con Grazia. All’unica donna italiana premio Nobel della letteratura sono inoltre intitolate strade, piazze, scuole, monumenti.

Se nelle scuole invece chiediamo agli studenti notizie su Grazia Deledda difficilmente riceviamo risposta. Una ragione c’è, basta sfogliare i testi di letteratura per scoprire come l’autrice sia stata emarginata dalla cultura nazionale, considerata tra gli scrittori minori e relegata nella zona d’ombra della narrativa regionale, isolata dal “Continente” letterario italiano. Nella migliore delle ipotesi in certi manuali sono antologizzate poche pagine con un trafiletto sulla sua biografia.

Inutilmente, infine, si cercherà Grazia Deledda tra le pagine della Letteratura dell’Italia Unita (1968) di Gianfranco Contini, lettura quasi obbligata nel percorso umanistico universitario italiano. L’autorevole critico su un articolo apparso in La fiera letteraria affermò che pur avendo ella doti morali e laboriosità mancava di “autentica illuminazione” e poi il colpo finale: “Escludendo la Deledda non sento insomma di avere escluso aspetti dello spirito o ricerche formali che non abbiano avuto altre superiori manifestazioni”. Della serie: meglio altri che lei.

Come si spiega che l’unica donna italiana ad aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura sia stata marginalizzata in questo modo?

Un ingiustificato ostracismo si era sviluppato nei suoi confronti. Benedetto Croce, com’è noto, nel 1934, la stroncò in malo modo sostenendo che le sue pagine “non suscitavano nessuna commozione e nessun sogno”, era sempre il “solito folclore sardo”, mancava la poesia. Croce, lo sappiamo, nei giudizi era perentorio, arrivò a dire che Grazia Deledda era comprensibile solo ai sardi e che ella non convinceva poiché “non ha mai sofferto il dramma del poeta e dell’artista, che consiste in un certo modo energico e originale di sentire il mondo”.

Secondo il critico la scrittrice era stata sopravvalutata visto che non si poteva parlare per la sua opera di arte vera e propria. A Stoccolma per fortuna non l’avevano pensata allo stesso modo.

Qualcuno nel mondo accademico italiano decise che ad alcuni autori sarebbero stati dedicati interi capitoli monografici con nutrita scelta di testi e a Grazia Deledda, che con la sua quarta elementare e i suoi studi da autodidatta era riuscita a conseguire il massimo riconoscimento mondiale, sarebbero rimaste solo le briciole. La critica forma le opinioni, detta le regole dei manuali scolastici e, a torto o a ragione, assume un peso indiscutibile nella narrazione letteraria e identitaria di un popolo. C’era qualcosa che non piaceva in lei.

Il primato di una donna sicuramente spaventava nel clima dell’Italia fascista e maschilista ma quei romanzi, ambientati in un’isola arcaica e quasi mitica, “disturbavano” anche il grande racconto della Nazione iniziato nell’Ottocento e che ancora si stava approntando.

In realtà, mentre Deledda scriveva, non era amata nemmeno dai sardi stessi. Un passaggio emblematico di questo astio che si era prodotto nei suoi confronti si può rintracciare nel suo romanzo autobiografico “Cosima“, pubblicato postumo. Ad un certo punto l’arrivo a casa di cento copie del suo primo libro, suscita infatti il terrore in famiglia e la maldicenza in paese.

Non solo le zie inacidite e i benpensanti del paese e le donne che non sapevano leggere ma consideravano i romanzi come libri proibiti, tutti si rivoltarono contro la fanciulla: fu un rogo di malignità, di supposizioni scandalose, di profezie libertine. Lo stesso Andrea (il fratello) era scontento: non così aveva sognato la gloria della sorella: della sorella che si vedeva minacciata dal pericolo di non trovare marito.”

In una lettera al giornalista Stanis Manca ribadisce la reazione ostile dei conterranei verso le sue prime prove letterarie ma aggiunge qualcosa di nuovo: si scatena la macchina del fango.

“Credevo di fare onore e piacere ai miei compatrioti e mi aspettavo da loro chissà ché; si figuri il mio dolore, il primo dolore che provai allorché, comparsi alla luce quei racconti, per poco non venni lapidata dai miei conterranei. Si pretese di conoscere i tipi e si volle che i miei personaggi fossero vivi, benché taluni morti decisamente nei bozzetti; e questi eroi offesi, esasperati, non potendo sfidarmi a duello mi coprivano di maldicenza, di ingiurie, di ridicolo, arrivando persino a dire che altri scriveva nell’ombra ed io non facevo che firmare..

I suoi concittadini si erano riconosciuti, i personaggi dei suoi romanzi erano reali, e allora l’unica controffensiva possibile che riuscirono a mettere in atto fu quella di negare la sua identità di scrittrice, era meglio pensare che ci fosse un ghost-writer piuttosto che riconoscerle dei meriti. Aveva infranto un tabù: si era permessa di raccontare le loro vite, il loro folclore. Imperdonabile. Le sue eroine, per giunta, si scontravano con un mondo patriarcale e con le convenzioni sociali del tempo anche se non arrivavano a sfuggire al ruolo che la società imponeva loro.

Grazia Deledda non riusciva ancora a rompere con quel mondo ma poteva descriverlo in tutta la sua ferocia. Il diritto al racconto non le fu perdonato, specie dalle donne.

Era necessaria una via di fuga per poter essere accettata e come tanti illustri sardi, anche lei sarà costretta ad emigrare, ma essendo donna non sarà così semplice lasciare l’isola, l’occasione propizia sarà il matrimonio tanto auspicato dalla famiglia. I suoi libri intanto vendevano ed erano apprezzati nel Continente ma con le dovute riserve. Emergeva sempre, infatti, nelle sue storie lo scontro tra una civiltà arcaica contadina che entrava in crisi e una modernità borghese alienante e oppressiva, due mondi ognuno con i propri codici, giuridici e culturali, in conflitto fra loro. Era il racconto di una separazione. L’idea dell’unità nazionale non convinceva.

La scrittrice aveva toccato con mano il trauma di una cultura locale chiusa e ignorante specie nei confronti delle donne ma i miglioramenti sociali tanto attesi dal nuovo progresso non si vedevano. L’isola rimaneva terra chiusa nei costumi e sottomessa ai nuovi padroni.

I residenti mal tolleravano lo stato unitario, le sue imposizioni fiscali, i disboscamenti, la legge sul Macinato, e in particolare l’Editto delle Chiudende che privatizzò pascoli e campi nel nome del capitalismo nascente e che come conseguenza scatenò il fenomeno del banditismo. I Savoia avevano, in effetti, bisogno di padroni e di servi per tenere sotto controllo nuovi territori e imporre l’autorità, favorirono perciò i grandi proprietari terrieri e ridussero in miseria i pastori e i contadini, alcuni di loro decisero quindi  per reazione di diventare briganti.

Il romanzo Marianna Sirca narra in maniera molto realistica la situazione che si era venuta a creare. Sia Marianna che il suo amato brigante erano stati servi nella stessa casa ma la condizione della protagonista era di gran lunga peggiore dal punto di vista psicologico, figlia di un povero pastore “aveva obbedito sempre” a ciò che le dicevano di fare, “Se sarai brava tutto questo sarà tuo”, le ripeteva il padre che si servì di lei mandandola a vivere insieme a uno zio prete fino a trenta anni per ottenere alla morte di lui una cospicua eredità e così farla diventare padrona emancipandola dalla sua condizione originaria.

In realtà la sua vita era stata quella di una serva sottomessa non solo ai padroni ma ai servi di maggior grado di lei”. La sua vita si complica quando incontra Simone, che è diventato libero solo perché vive al di sopra della legge. Tra i due nasce un amore anticonformista sorto per vendetta dell’antica schiavitù ma che lì si esaurisce. L’incontro tra le due libertà raggiunte è inconciliabile in quel contesto storico e sociale, qualcuno dovrà soccombere, e Simone se vorrà unirsi in matrimonio dovrà scontare in carcere i suoi conti con la giustizia. La legge dei piemontesi non perdonava facilmente il brigantaggio.

Grazia Deledda ebbe la capacità di individuare un cortocircuito nella storia risorgimentale dell’Unità d’Italia, un trauma irrisolto che mal si conciliava con l’idea grandiosa della Nazione che si doveva affermare ad ogni costo. Fu probabilmente per questo motivo che nei libri di scuola la scrittrice venne spesso dimenticata e isolata. Un’autrice opzionale da studiare a discrezione dell’insegnante. Andrebbe invece riscoperta e riletta sotto diverse prospettive e soprattutto in qualità di donna che afferma il suo diritto al racconto, aspetto da non sottovalutare, visto che per secoli abbiamo visto (o letto) il mondo solo attraverso lo sguardo degli uomini e tramite questo unico punto di vita abbiamo costruito il nostro sistema di conoscenza.

“Amo intensamente il mio paese e sogno un giorno di poter irradiare con un mite raggio le foschie ombrose dei nostri boschi; narrare, intera, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri, così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza…. Mi si può dire che la gloria è una spaventevole cosa: si può sorridere della temerità della mia stolta fissazione, si può pensare ch’è al di sopra delle mie forze il compito che mi impongo: che non riuscirò mai a raggiungere la mia meta; che non spetta ad una povera e umile fanciulla senza istruzione e senza appoggi di rialzare il nome di un paese“. Grazia Deledda all’amico Stanis, 1891.

Il viaggio in Sardegna purtroppo per molteplici cause è stato rinviato ma l’ho sostituito con un meraviglioso itinerario letterario che consiglio:

Grazia Deledda, Canne al vento (1912), Marianna Sirca  (1915), Cosima (1936); ma anche Michela Murgia, Viaggio in Sardegna, Einaudi, 2008 e Accabadora, Einaudi, 2009.

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