ASCOLI PICENO – “Cum Grano Salis”, un grano (granello, pizzico) di sale dicevano i latini, non solo per curare un avvelenamento, ma simbolo di capacità intellettiva, riflessiva. Il sale fu una merce di fondamentale importanza nella vita dei Romani il cui valore divenne moneta di scambio delle varie attività. L’oro bianco assunse un ruolo centrale per il quale fu battuto un lungo percorso per permettere un approviggionamento dal mare ai territori interni: la Via Salaria segna luoghi di storia, arte e tradizioni del tessuto connettivo italiano.

Nel tratto da Ascoli Piceno al regno della Sibilla, la terra ha tremato, ha spezzato quel cordone artistico fatto di chiese, palazzi, sculture, dipinti di uno dei periodi più significativi della storia che si colloca dal Medioevo al Rinascimento.

E allora un pizzico di sale servirà per far rialzare questi territori per un nuovo Rinascimento: l’associazione di arte contemporanea “Arte Contemporanea Picena” insieme alla galleria “Cantiere” hanno presentato l’iniziativa “Cum Grano Salis”, una mostra di dieci artisti le cui opere sono state realizzate in favore alla raccolta fondi per iniziative culturali nei territori colpiti dal sisma.

Andrea Valentini e Alessandro Zechini,rispettivamente presidente dell’associazione e direttore della galleria, hanno incontrato nella giornata di sabato 17 dicembre i numerosi compratori, appassionati, collezionisti, curatori, che in modo solidale hanno determinato la buona riuscita dell’evento assicurando l’acquisto dell’80% delle opere.

Un allestimento sui generis, la galleria “Cantiere” si rifà all’etimologia del suo nome e si fa cavalletto di sostegno dei suoi luoghi di appartenenza, il Piceno ferito dal terremoto, e spazio di lavoro temporaneo per questi dieci artisti: la struttura grezza dell’ambiente, i nomi degli artisti scritti a matita sui muri d’intonaco, le opere di piccolo formato tutte uguali come delle mattonelle decorative (una scelta di formato dettata dall’esigenza di piazzare tutte le opere al prezzo concordato di Euro 100), il coinvolgimento emozionale degli artisti in lavori che, nei materiali e nella stesura, risuonano di costruzione e impulsività.

Video dell’evento: https://youtu.be/Dcm2I8I7w9U

Gabriele Arruzzo, Mirko Baricchi, Luca Coser, Luca De Angelis, Lorenzo Di Lucido, Marco Fantini, Giorgio Pignotti, Vito Stassi, Cristiano Tassinari, Giulio Zanet sono i dieci artisti che hanno collaborato per aiutare a realizzare un progetto di eventi culturali nei luoghi disastrati per riportare le persone nella bellezza della natura e del complesso architettonico che contraddistinguono l’entroterra Piceno.

Cristiano Tassinari si muove tra l’Italia e Berlino, il suo concept attinge dal suo vissuto e si esprime in installazioni minimali con un uso di materiali connessi all’edilizia: un recupero dell’origine degli oggetti per edificare un pensiero aperto alla sensibilità dello spettatore che diventa interlocutore in un confronto simbolico tra artista e visitatore.

La sua pittura cattura l’essenzialità delle sue idee: supporti improvvisati  dove il solo segno definisce la figura rivelando la sua passione da incisore oppure tele in cui il colore diventa subordinato alla sperimentazione più contemporanea della pittura digitale.

“Le dieci opere che presento in questa occasione – spiega Tassinari – sono dieci nudi realizzati su polistirene un materiale che viene usato per la coinbentazione degli edifici e normalmente viene nascosto, non si vede mai. Io ho voluto portarlo fuori, inoltre è un materiale che serve a preservare il calore, a mantenere caldo l’ambiente domestico, la casa, in particolare la casa dei miei genitori. Nei miei lavori c’è sempre un richiamo al mio trascorso storico, un tornare al passato. In questo caso nel supporto, invece le immagini sono prese da internet”.

Gabriele Arruzzo ha fatto dell’illustrazione la sua arte. Un artista visionario che recinge nella cornice una realtà immagignifica che attinge al patrimonio letterario e artistico e che diventa metafora del mondo contemporaneo. Lavori opulenti, studiati e meditati, dettagliati, simbolici: le immagini digitali si imprimono nella tela e la stesura manuale del colore mira ad esaltare il significante, la forma, per una immediatezza di significato, di contenuto.

Le dieci opere presentate ripropongono il disegno della mano, tema già affrontato dall’artista: una raffigurazione minimale, la mano destra e la mano sinistra riprodotte singolarmente con una scelta monocromatica a valorizzare il rosso della stigmata.

“Io da sempre lavoro con le immagini per diversi motivi: perché sono italiano, perché appartengo ad un ambiente legato ad un tipo di pittura figurativa, ho visto l’arte prima nelle chiese e poi nei musei e quindi c’è tutto un lavoro legato al sacro – racconta Arruzzo – per questo evento ho pensato subito alle stigmate: chi porta le stigmate, in qualche modo porta un ricordo ed è sia testimone che martire e quindi mi è sembrato il giusto segno che potevo dare per questa mostra. Io lavoro con questo tipo di pittura molto segnaletica e che nasconde diversi livelli di lettura”.

Giorgio Pignotti nasce artisticamente con la galleria Marconi in ambito locale, ma è con l’esperienza londinese e la vicinanza all’artista FrankoB che il suo lavoro trova una dimensione di maggiore appartenenza al suo Io.

Le sue doti di pittore figurativo si mescolano alla sua passione per i grandi pensatori come H. Bergson, Chatwin, Barthes, Gurdjieff, Charlies Bukowsky, Kavafis, e la pittura prende corpo in figure meno accademiche e più emotive: il gesto giuda il pennello in movimenti sfuggenti, il tratto appare indefinito e interviene il colore a dare forza a sagome scomposte, imprecise. Si rivela l’animo del pittore e si definisce la sua poetica racchiusa nella ricerca del passato, nell’analisi di inquietudini e incertezze. Campiture profonde sottolineano la centralità dell’essere umano impresso con pennellate articolate, sovrapposizioni di colore incuranti delle regole perché dominate dall’impetuosità del sentimento e il gesto veloce e approssimativo configurano la maturità artistica di questo pittore.

“Sono alla continua ricerca di memorie del passato, non necessariamente mia, in cui un ipotetico osservatore possa ritrovare un appiglio. Nelle mie sperimentazioni si sovrappongono strati di suggestioni, fallimenti, tentativi che traduco in colore ottenendo delle cromie che costruiscono le figure. Ciò che io ambisco è di rappresentare una realtà che non sia abitabile, deve essere un luogo non luogo come la memoria. La memoria non è abitabile, fa parte di tutti e poi si confonde anche con la realtà e con le nostre aspettative di futuro e quindi viviamo sempre questa realtà sfasata” –  Giorgio Pignotti

 

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