ASCOLI PICENO – In questi giorni, anche sotto le festività natalizie, si è discusso sulle procedure per far ripartire le zone colpite dai sisma di agosto e ottobre 2016. Paolo Campagnoli, archeologo specializzato nell’analisi territoriale di tipo storico archeologico, spiega a Piceno Oggi una possibile traccia di ricostruzione post terremoto.

Campagnoli per circa un decennio, dal 1996, ha frequentato per motivi di studio e di ricerca archeologica proprio l’area dei Sibillini e dei Monti della Laga per cui conosce molto bene questo territorio e la sua evoluzione storico-ambientale degli ultimi due millenni.

Ora vive e lavora nella bassa pianura modenese, gravemente colpita dal sisma 2012 e da più di quattro anni è impegnato proprio in progetti di ricostruzione architettonica ed economica della sua terra. La sua esperienza umana e professionale è raccontata nel libro  “Un’altra Emilia. Architetture e paesaggi prima e dopo il sisma”, che è stato presentato sabato 7 gennaio alla “Libreria Prosperi” di Ascoli Piceno. Nel suo libro Campagnoli afferma la reale necessità di connettere la ricostruzione alla storia del territorio e alle sue potenzialità economiche, rifiutando l’idea antistorica e tecnicamente irrealizzabile del “come era, senza se e senza ma”.

La sua idea di ricostruzione è strettamente legata al territorio, perché?

“Perché l’uomo ha sempre costruito e modificato architetture, assetti insediativi e paesaggi in funzione delle sue esigenze economiche e sociali. Bisogna quindi progettare e lavorare per la ricostruzione su scala territoriale. L’area colpita da questo terremoto ha  specifiche caratteristiche che andrebbero recuperate e potenziate con la ricostruzione, prima fra tutte la gestione collettiva – diremmo oggi “fare rete” –  delle grandi risorse agricole, ambientali e culturali. La frammentazione fra Comuni, fra frazioni e fra gruppi porta solo all’immobilismo, all’incapacità di crescere come Comunità. Ci vuole quindi una visione territoriale”.

Consigli alla popolazione?

“Rimanere uniti, non disperdere forze ed energie in sterili conflitti. Cerchiare un dialogo costruttivo con gli Amministratori ai quali spetta un compito difficilissimo. Inoltre, bisogna trovare un progetto comune di nuova economia, socialità e residenzialità a livello di territorio, nel quale riconoscersi tutti, magari unendo anche più Comuni. Io personalmente vedrei bene una sinergia che includa Acquasanta Terme e Arquata del Tronto. L’asse di congiunzione naturale è la Via Salaria, che va valorizzata come strada culturale ed enogastronomica di raccordo fra la costa e l’interno. Poi va dato spazio alle competenze che devono “fare gruppo”  e bisogna avere una visione complessiva dei problemi e delle esigenze che vadano al di là dei singoli confini comunali. Prioritari in tal senso saranno  i servizi pubblici come la scuola e la sanità, che andrebbero pensati e riorganizzati non più su scala comunale, ma a livello di àmbiti territoriali  proprio per avere costi contenuti e alta efficienza e qualità”.

I giovani?

“Sono il futuro della ricostruzione. Ai giovani di Arquata, e più in generale a quelli del territorio colpito, consiglio di unirsi e di sviluppare idee, uscendo anche dall’ambito locale. Suggerisco di leggere tanto e anche di visitare territori italiani colpiti dai terremoti passati, come la mia Emilia, così potranno capire gli errori da evitare e prendere buoni spunti per la ricostruzione. I giovani sono quelli che abiteranno questi territori nel futuro, quindi devono essere loro i veri protagonisti della ricostruzione. In genere i giovani sono poi più capaci degli adulti di “fare sistema” e di superare campanilismi e conflitti personali a volte di lunga data. Tenete presente che la situazione rimarrà difficile per molto tempo e che la ricostruzione per la sua complessità sarà un percorso lungo e tortuoso, ma anche una grande possibilità di rilancio delle vostre splendide terre. Molto dipende proprio da voi e dalla vostra capacità di essere Comunità”.

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