ASCOLI PICENO – Importante operazione compiuta dalle Forze dell’Ordine all’alba del 29 marzo.

E’ stata compiuta l’indagine “Caronte”: nove misure cautelari personali per estorsione, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro nell’ambito della ricostruzione post-sisma 2009 a L’Aquila.

I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di L’Aquila, a conclusione di una prolungata attività di indagine svolta sotto la direzione della Direzione Distrettuale Antimafia di L’Aquila, hanno dato esecuzione alle misure cautelari personali nei confronti di altrettanti imprenditori ritenuti a vario titolo responsabili in particolare dei reati di estorsione, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro con l’aggravante della continuazione.

A finire per prime nel mirino degli investigatori sono state due ditte operanti nella provincia di Caserta (una delle quali tuttavia ha, già da qualche tempo trasferito, la propria sede in provincia di L’Aquila).

Proprio nel contesto ambientale d’origine, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i responsabili delle ditte, quattro soggetti tutti sottoposti agli arresti domiciliari, sfruttando lo stato di necessità, indigenza ed estrema difficoltà economica in cui versavano gli operai, nei rispettivi comuni di residenza, avrebbero reclutato  manodopera “a basso costo” (mantenuta in una condizione di sudditanza fisica e psicologica sotto minaccia di licenziamento) da impiegare nei lavori edili connessi alla ricostruzione post sisma 2009. Proprio per mantenere questo controllo sui lavoratori (che venivano subito allontanati in caso di proteste o rimostranze) al momento dell’assunzione, veniva fatta sottoscrivere una lettera di dimissioni priva di data che veniva trattenuta dai datori di lavoro.

Secondo la ricostruzione effettuata nell’indagine, coordinata dai Pubblici Ministeri David Mancini e Roberta D’Avolio, i dipendenti venivano costretti a subire accettando costanti violazioni della normativa relativa all’orario di lavoro, al riposo settimanale e alle ferie, e violazioni della normativa in materia di sicurezza sul lavoro, in particolare, alterando attestati relativi a corsi di formazione che i dipendenti avrebbero dovuto frequentare per le specifiche lavorazioni alle quali venivano adibiti. Proprio con riguardo agli emolumenti, è stata documentata la mancata corresponsione delle competenze accessorie, quali straordinario, accantonamento alla Cassa Edile e assegni familiari.

Per aggirare la normativa sul tracciamento dei flussi di denaro, ai dipendenti era stato imposto di attivare carte di credito/debito prepagate, che rimanevano nella esclusiva disponibilità del datore di lavoro (unitamente ai relativi codici Pin), il quale ritirava le somme presso uno sportello bancomat, decidendo poi di fatto quale esiguo importo versare realmente al dipendente.

Proprio in ragione dell’ipotizzato impossessamento economico conseguito in ragione della minaccia di licenziamento, alcuni dei soggetti tratti in arresto dovranno rispondere anche del reato di estorsione aggravata.

Le vessazioni sui lavoratori erano tanto più efficaci in quanto sono state riscontrate contiguità di alcuni degli imprenditori con esponenti di rilievo della criminalità organizzata di matrice casalese.

Elemento ulteriore emerso nell’indagine, in analogia con altre importanti indagini già svolte dalla Procura distrettuale antimafia di L’Aquila, è  il fatto che le ditte individuate e monitorate operassero nella posizione, meno evidente, del subappalto per conto di altre società. Anche in questo caso gli investigatori hanno approfondito ruoli e condotte, giungendo a ritenere che le ditte di riferimento, tutte operanti nel settore della ricostruzione anche con ruoli di una certa importanza, non solo fossero pienamente a conoscenza dell’operato degli imprenditori campani, ma che ne abbiano tratto immediato e diretto profitto, fino ad assumere formalmente, in alcuni casi, personale della ditta subappaltatrice che, di fatto, ne manteneva il diretto controllo.

Per tale motivo oltre alle misure restrittive, sono state emesse dal Gip del Tribunale di L’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, per il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro con l’aggravante della continuazione, anche cinque misure cautelari interdittive di “divieto temporaneo di esercitare attività professionali o imprenditoriali” per la durata di sei mesi nei confronti di altrettanti imprenditori titolari di quattro ditte: due collocate nella provincia dell’Aquila, una in provincia di Chieti ed una in provincia di Ascoli Piceno (un 55enne).

Ai titolari delle ditte viene contestata, per il periodo dal 2013 al 2016, anche l’emissione di fatture per diverse centinaia di migliaia di euro relative ad operazioni inesistenti, in relazione al fittizio noleggio di mezzi e attrezzature e all’effettuazione di lavori.

Per due delle ditte coinvolte è scattata inoltre la “misura interdittiva Antimafia” adottata dalla Prefettura di L’Aquila, alcuni mesi fa, in sede di accertamenti istruttori espletati per le iscrizioni nelle cosidette “white list” della ricostruzione post terremoto proprio in virtù dei collegamenti con personaggi legati alla criminalità organizzata dell’area casalese.

Appare importante evidenziare con fiducia che a dare il via alle indagini, permettendo di fare luce sulle diverse condotte illecite che hanno portato al deferimento complessivo di 18 persone (in un’indagine avviata nel 2014 e protratta fino al 2016) sia stata anche la denuncia di alcuni lavoratori esasperati che hanno trovato il coraggio di squarciare il muro dell’omertà a cui erano costretti.

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