ASCOLI PICENO – Luis Gomez de Teran ha terminato la sua opera pittorica Aika sulla facciata esterna della palazzina popolare di Largo Campania , nel quartiere Pennile di sotto, anche denominato San Marcello, uno dei sobborghi storici di Ascoli Piceno.

Dopo aver tinteggiato sul muro un ritratto ispirato ad una tela di Bougerau, artista francese di fine ‘800, Gomez applica sul viso angelico uno spesso strato di stucco.  Il suo gesto è un lieve graffio sopra un immagine perfetta. Un colpo materico che rapisce subito l’osservatore. E’ proprio qui che subentra il rapporto tra l’opera d’arte urbana e il passante. L’obiettivo dell’artista è quello di esortare un confronto dialettico tra il dipinto e chi lo guarda. La realtà non è splendida e impeccabile, ma piena di problemi e sofferenze. E’ quindi un invito ad approfondire ciò che vediamo, uno stimolo percettivo che scuote gli animi.

“Ringraziamo il Comune di Ascoli Piceno e l’ERAP Ente regionale per l’abitazione pubblica e tutti i condomini per averci permesso di realizzare tutto ciò. Il nostro obiettivo è quello di far conoscere questi scenari cittadini, spesso al margine rispetto al resto della comunità. E’ in questi contesti che l’arte, la bellezza e il colore riescono a donare uno spiraglio di felicità con lo scopo di rigenerare il tessuto sociale”. Dichiarazione di Leonardo Faraglia, curatore del progetto Arte Pubblica ideato e promosso dall’Associazione Culturale Defloyd di Folignano.

Per ulteriori info visitare www.arte-pubblica.org o chiamare 3927248964.

Queste la spiegazione di Gomez: “Forse. Forse è la parola che meglio mi aiuta a provare a descrivere quest’opera. Forse questa è un’opera nata per contrarietà e non è una bella cosa da confessare, né a me, né ad altri, ma forse per qualche tempo ho indugiato troppo nel rassicurare, nell’illudere, nel poetizzare e sentivo fosse il momento di cambiare. Da sempre, dietro la mia necessità di creare immagini, c’è una certa dose di incapacità a conciliarmi con il mondo e, forse, ultimamente l’avevo relegata un po’ troppo sullo sfondo, nel subliminale, nei simboli, nei dettagli. Forse perché è più facile rinfrancare gli animi, piuttosto che allarmarli. Forse queste sono, almeno in parte, le ragioni per cui dovevo tentare di riavvicinarmi a questo latente malanimo, recuperarlo e trasformarlo in un’esperienza estetica. Volevo dissacrare qualcosa di bello e volevo che nelle cifre, costruzione e decostruzione si bilanciassero. Donare qualcosa per poi sottrarlo, come succede nella realtà, con il ritmo che seguo da sempre, un passo avanti e due indietro. In due giorni ho visto nascere e accendersi una piccola storia d’amore tra la comunità locale e la bimba di Bouguerau, perfetta per irrompere con la sua immacolata grazia in un luogo in cui, per fatica o per condizione, non si coltiva bellezza, e capace di ammaliare in un attimo col suo sguardo gli occhi di chi ci vive. Quegli stessi occhi che, tristi e increduli, mi fissavano il terzo giorno, mentre alla luce del sole sottraevo una porzione di quella bellezza. Il sacrilegio non è stato facile e non è stato veloce. Trentacinque chili di stucco richiedono tempo e fatica per essere applicati e mentre maltrattavo, impiastravo e corrompevo, nella sicurezza del cestello alzato, immaginavo la gogna che mi aspettava a terra. Ma forse dovrei smettere di ritenermi sempre in grado di prevedere gli eventi. Perché, nonostante l’impatto iniziale, quella piccola fessura è diventata una porta per penetrare nell’immagine. Un’immagine che fino a quel punto aveva un solo senso di lettura, bello e falso, sacrificando un pezzo aveva guadagnato uno spettro di possibilità. Le persone che pensavo si sarebbero limitate alla condanna del gesto, dopo uno scambio di poche parole, hanno iniziato ad analizzare, a interpretare, a discutere. Ad apprezzare, forse più di prima. Forse a capire che, in una realtà fatta non solo di bellezza, in cui anche l’amore non è sempre gentile, un’opera non può e non deve solo rassicurare. O forse tutto questo l’ho ricordato io”.


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