ARQUATA DEL TRONTO – Due anni fa, la violenta scossa di terremoto di ottobre sancì la fine per molti territori già gravemente feriti dal sisma dell’agosto 2016. Nel mezzo della desolazione delle macerie, nello sbriciolamento delle case, nell’interruzione costretta di attività commerciali e artigianali, si cominciavano a reclamare le prime risposte e fu coniato un nuovo termine: “La strategia dell’abbandono”.

Sembrava soltanto la conseguenza delle difficoltà che il sisma aveva creato, la forza della negatività che trasportava chi aveva perduto ogni cosa e sarebbe voluto tornare, subito, troppo in fretta, alla vita di prima.

La strategia dell’abbandono, a due anni dal sisma, in un susseguirsi di ordinanze, decreti, commissari straordinari, parole, passerelle è diventata una realtà crudele, per tutti i territori distrutti completamente dalle scosse di terremoto.

Sono tanti gli interrogativi, ancora senza riscontri o soluzioni.

La parola ricostruzione sta diventando patetica, in bocca a chi rimbalza le scelte, le opinioni, le decisioni, a scapito di chi vive quei territori, di chi si alza ogni mattina, apre le finestre delle famigerate casette di legno, o Soluzioni Abitative d’Emergenza, e intorno a sé vede e ascolta un silenzio spettrale, interrotto solo dal rumore di ruspe e camion che portano via macerie, in un cantiere che sembra non avere una “fine lavori”. Vengono paventati nuovi studi di microzonazioni, e il tutto rinvia ad un ulteriore rallentamento.

Le casette di legno, che nella definizione che le contraddistingue, vengono raccontate come d’emergenza, assumono contorni aleatori, dove il temporaneo diventa definitivo. Ad Arquata si sono verificati numerosi guasti e criticità nella gestione delle Sae, in altri territori come a Visso le persone sono state costrette a evacuare di nuovo, per l’impossibilità di vivere circondati dalla muffa, con soffitti da buttare.

Si chiede pazienza, ottimismo, fiducia ma nessuno comprende fino in fondo che quei villaggi Sae non possono diventare una questione risolutiva. Se questa fosse la scelta cosciente e ragionata, è opportuno che le Istituzioni abbiano il coraggio di ammetterlo.

Le attività commerciali e artigianali sono ripartite, ad Arquata, con grande coraggio, delocalizzate alcune nella Cittadella di Pescara, altre all’interno delle aree Sae.

Dopo le complicanze burocratiche, il desiderio di riemergere combattendo le difficoltà, i titolari delle piccole attività, spesso a conduzione familiare, hanno scelto di rimanere e di non abbandonare i luoghi natii.

Aprire un’attività non significa inaugurare, offrire un buffet e scattare foto ricordo; portarla avanti in un territorio così martoriato vuol dire fare i conti ogni giorno, con la paura di chiudere l’attività con un fatturato minimo.

Quante azioni sono state realmente portate avanti per favorire l’incremento di guadagno? Le micro imprese, commerciali o artigianali, sono state lasciate in balìa di tutto quello che il post sisma ha comportato.

Vanno pensate e realizzate iniziative che aiutino a partire di nuovo. Il tessuto economico di Arquata, come di altri comuni, vive un momento complicato, dunque chi ha in mano le sorti di questi territori ha di per sé l’obbligo di consentire una ripresa supportata.

Una rete solidale, una sorta di gemellaggio tra piccole attività, dibattiti concreti con esperti che sappiano coinvolgere e consigliare con argomenti strutturati e indirizzati, a seconda della tipologia di prodotto o servizio che si vende. Qualcuno si è mai preoccupato della relazione sociale post sisma, in condizioni stravolte, soprattutto a distanza di due anni? I medici di famiglia hanno ribadito come sia aumentato notevolmente l’utilizzo di psicofarmaci. Ricordiamo le vittime dell’abbandono post sisma, che hanno perso le speranze, dando fine alla propria vita.

Quale tipo di sostegno psicologico è ancora presente in questi paesi? L’emergenza iniziale ha portato validi professionisti, vicini alla popolazione, pronti a fornire strumenti di resistenza e resilienza.

Dopo due anni, c’è il vuoto totale. Si torna a parlare di sisma in concomitanza con gli anniversari, ma non esiste un appoggio e conforto morale. La popolazione oggi più che mai potrebbe rassegnarsi a quello che sia il sisma, come evento naturale e incontrastabile, e di seguito le decisioni a volte scellerate, ovvero senza un ascolto dei reali bisogni, ha causato nella vita, negli animi, negli affetti, nel lavoro.

Ci sono proposte per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto?
Finora non sono pervenute.


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