ROMA – Il primo aprile è stato il giorno della “ri-scossa” per i terremotati del Centro Italia, secondo lo slogan della mobilitazione con sit in e presidi a Roma e nelle altre località del cratere sismico e il blocco della Salaria.

Tanto che il premier Gentiloni, da Cernobbio, ha cercato di rassicurare i manifestanti, ribadendo che il sisma per il Governo è “priorità assoluta”. Nella capitale circa 500 persone giunte da Marche, Lazio, Umbria, Abruzzo si sono raccolte davanti a Montecitorio, poi al Senato, con cartelli e fischietti. Tra felpe di Amatrice e delle Marche, anche dei figuranti vestiti da antichi romani: “noi abbiamo costruito il Pantheon in 330 giorni: voi in 7 mesi che avete fatto?”.

Gli organizzatori, tra cui i comitati ‘Quelli che il terremoto’ e ‘La terra trema noi no’, hanno lanciato un ultimatum: “o entro una settimana incontreremo a un tavolo il Governo, i capigruppo di Camera e Senato e il commissario Vasco Errani oppure bloccheremo l’Italia: basta parole, vogliamo dei fatti”.

E, tanto per dare un assaggio, qualche centinaio di manifestanti hanno bloccato la strada Salaria a Trisungo, una frazione di Arquata del Tronto: i partecipanti (comprese alcune delegazioni umbre) si sono radunati proprio sotto le macerie dell’incasato, prima di occupare la sede stradale. Salaria bloccata anche a Torrita, frazione di Amatrice e presidi e manifestazioni in altri Comuni terremotati delle Marche.

Nel mirino la macchina della ricostruzione  “nulla è operativo, i decreti non sono attuativi. Non ci sono gli aiuti alle imprese”, ma anche i ritardi delle casette e l’assenza di risorse: “per le banche i miliardi sono stati trovati in una notte”, ma “il miliardo l’anno nel decreto non c’è”. Stanchi di “parole” i terremotati hanno minacciato di “bloccare l’Italia”.

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