Di Alessandro Maria Bollettini

Dal settimanale di Riviera Oggi in edicola

ASCOLI PICENO – Ferrovia Salaria sì, Ferrovia Salaria no?

Una domanda che ciclicamente si ripete e che puntualmente viene risposta negativamente. Era il 1841, quando questo problema fu posto per la prima volta. Il Piceno era ancora solidamente sotto lo Stato Pontificio, che vedeva nel fiume Tronto il suo confine orientale e che era rappresentato all’epoca da Papa Pio IX. Lo Stato papalino, che era in netto ritardo con la costruzione di infrastrutture ferroviarie rispetto agli Stati peninsulari del Centro-Nord, pensò di collegare trasversalmente il suo Regno ricalcando il percorso dell’antica via consolare romana, la via Salaria.

UN PO’ DI STORIA. Già al tempo dei Romani infatti, riconosciuti da tutti come i più grandi ingegneri e strateghi infrastrutturali, fu ritenuto fondamentale collegare le due coste, divise dalla catena montuosa degli Appennini, per dare coesione e stabilità ai propri domini nella penisola italiana. Roma ha fatto della strategia infrastrutturale e della capillarità stradale il suo punto cardine; tutte le province dovevano essere ben collegate alla capitale, tant’è che dalla costruzione di tutte le strade consolari (la Salaria fu la prima in assoluto), nacque il famoso detto: “Tutte le strade portano a Roma”.

Ma, nonostante la Salaria fosse all’epoca ancora utilizzata e ben funzionante, il mondo era cambiato, stravolto ed innovato dall’arrivo delle strade ferrate, le ferrovie. Già 176 anni fa era stato compreso, da un apparato statale antico, retrogrado e difficilmente favorevole alle novità come quello papale, che era di fondamentale importanza collegare i due mari, il Tirreno e l’Adriatico, con un sistema moderno, all’avanguardia, che desse lo slancio necessario per la crescita economica e per una più facile amministrazione dello Stato.

Ma il progetto, elaborato da Marini, un architetto sambenedettese, passò in secondo piano, così come il secondo progetto, cui lavorò Luigi Fedeli, per questioni strategico-militari. L’Italia infatti non era ancora unita e gran parte del percorso ferroviario sarebbe sorto lungo il confine con il Regno delle due Sicilie prima, e lungo la costa adriatica poi. La costosa ferrovia sarebbe stata dunque facilmente obiettivo dei cannoni Borboni sia lungo il Tronto, sia via mare, in caso di guerra. Fu così che nel 1866 fu aperto il tratto Roma-Ancona, passante tramite l’Umbria, per Terni e Foligno, lontano dal mare e dai confini con qualsiasi altro stato.

La tratta della “Ferrovia dei Due Mari”

Non ci dilungheremo ora nel racconto dei vari dissidi politici, campanilistici, progettuali, che portarono la Ferrovia dei due Mari a rimanere solo un progetto abbandonato in un cassetto, ma faremo un salto di un secolo e mezzo ai nostri giorni.

Decine di Comitati dopo, dopo decine di progetti approvati e poi dimenticati da decine di governi di ben quattro diverse forme statali (Stato Pontificio, Regno d’Italia, Ventennio Fascista, Repubblica Italiana), arriviamo all’ ottobre 2017.

Perché per l’ennesima volta la Ferrovia dei due Mari è tornata, si è fatta intravedere, annusare, quasi toccare, per poi sparire di nuovo nel nulla. Ma per quale motivo?

TRATTO RIETI-ASCOLI ALLA RIBALTA DOPO IL SISMA. Dopo i terribili terremoti del 2016 ed i problemi ancora attuali con lo smaltimento delle macerie e con la ricostruzione, che hanno messo e stanno mettendo intere province in ginocchio, era emersa, tra le tante, la problematica relativa ai collegamenti infrastrutturali delle zone colpite. Finalmente le istituzioni si sono accorte di quanto il Reatino, il Piceno e l’Appennino centrale in generale, siano completamente scollegati dal resto del Paese; si sono accorte di quanto manchi un raccordo ferroviario tra le due coste, si sono accorte che l’unico collegamento esistente, la via Salaria, è tortuoso e pericolante, soprattutto se considerato che si trova in una zona altamente sismica.

Il terremoto del 2016

Ed è in questo contesto, con la ricostruzione da incentivare, con le falle infrastrutturali finalmente venute a galla, con le dichiarazioni del Governo e soprattutto del Ministro Delrio che promettevano investimenti nella zona per renderla accessibile, che, privati cittadini e comitati ad hoc, hanno iniziato a chiedersi: perché non rispolverare quel progetto ritenuto fondamentale già 176 anni fa?

La Ferrovia Salaria collegherebbe le due coste, nello specifico Roma e San Benedetto del Tronto in meno di un’ora e mezza; collegherebbe entrambi i mari all’Appennino centrale, permettendo una rapida crescita ed uscita dall’isolamento alle popolazioni colpite dai sismi; permetterebbe il collegamento con i Parchi Nazionali dei Monti Sibillini e del Gran Sasso e Monti della Laga. Renderebbe queste zone raggiungibili non solo da Roma, ma anche dal Sud e dal Nord Italia che potrebbero sfruttare le direttrici adriatiche e tirreniche per poi accentrarsi in quello che è il cuore della penisola, troppo spesso dimenticato. Ma soprattutto, renderebbe le zone più accessibili e dunque più appetibili anche al resto del mondo, dotandole sostanzialmente di un rapido collegamento con gli aeroporti internazionali romani di Fiumicino e Ciampino.

PERCHÈ LA FERROVIA SALARIA SAREBBE IMPORTANTE. Investire sarebbe più semplice. Gli imprenditori, fino ad oggi impauriti dai costi di trasporto, crederebbero nella zona. Attività turistiche potrebbero sorgere ovunque, dando una nuova vita alle zone montane, che finalmente potrebbero scoprire il settore terziario che rende tanto ricchi il Trentino Alto-Adige e l’Austria, ad esempio. Permetterebbe agli abitanti delle zone montuose o dell’alta sabina di lavorare a Roma o sulla costa adriatica, continuando ad abitare nella propria terra, evitando così il progressivo spopolamento dell’appennino, ed il sovraffollamento nelle città più grandi.

Lo sviluppo ferroviario è anche “green”, permettendo di risparmiare sul consumo di combustibili fossili e sull’incremento dell’inquinamento. Il pendolariato in via ferroviaria permetterebbe anche una diminuzione del traffico stradale, con ottimizzazione dei tempi per tutti e minore rischio di incidenti automobilistici.

La Ferrovia dei due Mari, creerebbe poi una sorta di “quadrilatero portuale”, collegando indirettamente i grandi porti di Ancona, Pescara, Civitavecchia e Napoli e permettendo al porto prevalentemente peschereccio di San Benedetto di ingrandirsi e di adeguarsi ad ulteriori scopi complementari. Dall’altra parte dell’Adriatico infatti, dopo l’ingresso ufficiale della Croazia nell’Unione Europea, si sono mobilitati praticamente tutti gli Stati facenti un tempo parte dell’Ex Jugoslavia. Macedonia, Montenegro, Serbia, Albania sono ufficialmente candidate ad entrare nell’UE, con i loro ingressi che potrebbero diventare realtà già nel 2019. Perfino Bosnia-Erzegovina e Kosovo si sono poste come obiettivo quello di aderire alla Comunità. Questo scenario, congiunto alla situazione del porto di Ancona, già saturo, farebbe pensare ad un grande sviluppo in senso commerciale del porto e della stazione di San Benedetto, che potrebbe essere utile per incamerare grandi quantità di merci che non potrebbero essere immagazzinate altrove e per inviarle poi ai grandi centri tirrenici.

Ma se fino ad ora abbiamo posto in esame solo gli enormi ed evidenti vantaggi, è giunta l’ora di passare agli svantaggi: nessuno, logisticamente. Ma la Ferrovia Salaria costa, ed anche molto. Ma siamo sicuri che l’ostacolo sia questo? Veramente lo Stato Italiano non ha denaro per completare un investimento dal sicuro ritorno economico e sociale?

LE FERROVIE DELLO STATO INVESTONO: MA DOVE? Le Ferrovie dello Stato hanno stanziato 94 miliardi di euro nel nuovo piano industriale decennale. Di questi 94, ben 73 saranno dirottati verso la crescita delle reti ferroviarie. Nessuno ha mai calcolato il prezzo effettivo della costruzione della Ferrovia dei due Mari, ma nessuno ha mai ipotizzato una cifra superiore al miliardo. Se a questi normali stanziamenti delle Ferrovie dello Stato, aggiungiamo la proclamata volontà statale di investire in infrastrutture nelle zone terremotate, ed aggiungiamo l’esistenza di progetti per la Ferrovia Salaria da più di un secolo, con i già sopracitati vantaggi, potremmo dire: il dado è tratto. Invece no. Dopo questo lungo intreccio di premesse, siamo finalmente arrivati al dunque.

Il 16 ottobre era sembrato ai più il grande giorno. Il Ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Graziano Delrio, il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, quello della Regione Marche, Luca Ceriscioli, e l’Amministratore Delegato delle Ferrovie dello Stato Maurizio Gentile: tutti riuniti in un’unica conferenza stampa di presentazione di due grandi progetti, riguardanti il centro Italia dal punto di vista stradale e ferroviario. E proprio quando tutti si aspettavano il compimento dell’incompibile, la storia si è ripetuta. Nessuna traccia di Ferrovia dei due Mari, bensì potenziamento della via Salaria e costituzione di un Anello ferroviario dell’Appennino centrale che si sviluppa per la sua quasi totalità in Abruzzo, nell’Aquilano.

Il ministro Graziano Delrio, Luca Ceriscioli (sullo sfondo) e Nicola Zingaretti

La Salaria sarà potenziata per 354 milioni di euro totali, dei quali solo 83,2 saranno investiti nelle Marche. I soldi destinati alla strada sul versante marchigiano erano inoltre già stati stanziati molto prima dell’emergenza terremoto dall’Anas, addirittura durante il Governo Berlusconi. Possiamo dunque dire che da questo progetto le Marche non guadagneranno nulla che non avessero già in precedenza, se non una lieve riduzione dei tempi di trasporto per raggiungere Roma.

Tralasciando il fatto decisamente grave, che le Marche, la regione più colpita dal terremoto, non avranno un euro che non fosse già stato stanziato da almeno un lustro, ci domandiamo: nel 2017 conviene davvero investire per il trasporto su gomma quando veniva sentita la necessità di investire su ferro già 176 anni fa? Il futuro a detta di tutti gli studiosi non è su gomma. Ce lo insegnano gli altri stati europei, che fanno della capillarità ferroviaria il loro punto di forza, ce lo insegna, volendo guardare nel nostro orticello, il Nord Italia.

Era necessario l’investimento per la rete ferroviaria dell’Aquilano, molto più vicino alla capitale rispetto al Piceno, e già ben collegato al Lazio? In quale modo la costituzione di questo Anello Ferroviario (Roma-Rieti-Terni-L’Aquila-Sulmona), escluderebbe la nascita della Ferrovia Salaria? Non sono i due progetti semmai perfettamente complementari?

La Regione Marche, non protesta? Non intavola discussioni progettuali con lo Stato, con le Ferrovie dello Stato, con la Regione Lazio? Perché il Presidente Ceriscioli rimane immobile ad osservare l’ennesima umiliazione del territorio piceno? Perché invece di cogliere l’occasione, lascia che questa gli sfugga dalle mani per andarsi a posare in altri luoghi? La fuga del fantasma della Ferrovia Salaria è avvenuta in un silenzio assordante, evidenziato dalle varie Associazioni, come Italia Nostra, dal Comitato Ferrovia Salaria, di Nazzareno Straccia e dall’interrogazione del consigliere regionale Peppino Giorgini ad Ancona.

ANCONA TEME? Forse Ancona teme le potenzialità inespresse di San Benedetto? Forse teme che possa potenziare troppo il suo porto e la sua stazione entrando in concorrenza con il capoluogo? Forse Ancona teme che il centro-sud delle Marche possa indirizzarsi verso gli aeroporti romani e non più verso quello anconetano? Ancona teme che gli investitori puntino sul Piceno ri-trasformandolo in una delle Province più competitive d’Italia? Ancona teme che sulla scia delle fusioni dei Comuni che stanno avvenendo in questi giorni, la Riviera delle Palme possa diventare un domani un bastone tra le ruote troppo grande per i suoi interessi? Ancona teme che Ascoli Piceno possa uscire dal suo semi-isolazionismo diventando un centro economico di rilievo? Queste sono le domande che si pone chiunque, conoscendo i fiumi di premesse sopra descritte, venga a sapere che la regione Marche non sta muovendo un dito, per accogliere tra le sue terre un mondo di opportunità: perché le Marche, pur essendo l’unica regione italiana con il nome declinato al plurale, rappresentano un’unica entità istituzionale, e dovrebbero portare avanti gli interessi di tutti, da Gabicce Mare a San Benedetto del Tronto, da Gradara ad Arquata.

Queste domande che ci poniamo e che vi invitiamo a porvi, saranno anche questa volta senza risposta? Dalla Regione arriverà qualche reazione? O si continuerà a rimanere fermi e muti anche di fronte a dubbi di tale portata? In tal caso il motivo della non-realizzazione della Ferrovia Salaria sarebbe ben chiaro: è la Regione Marche stessa a non volerla.

 

 

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