ASCOLI PICENO – Il 23 gennaio è venuto a mancare Mario Melloni, pittore astratto e teorico dell’arte, nato ad Ascoli Piceno ma da sempre residente ad Ancona dove abitava e lavorava. Da alcuni mesi l’artista era ricoverato una casa di riposo per anziani. Aveva 86 anni.

Mario Melloni era nato ad Ascoli Piceno il 27 agosto 1933. Le prime lezioni di disegno e di pittura le ricevette da suo padre, pittore manierista; Negli anni ’50 inizia a frequentare gli ateliers degli amici artisti esponendo opere figurative.

La prima volta nel 1954 a Palazzo Roverella, Ascoli Piceno. Nel 1963 riceve la Medaglia D’Oro della Galleria Puccini di Ancona per il Premio Giovani Firme. Dopo alcuni anni di ricerca e sperimentazione, l’artista si situa più vicino all’espressionismo che all’arte informale. Negli anni settanta aderisce ai movimenti concettuali e minimalisti, dipinge monocromi e studia le possibilità espressive della pittura tonale. Si avvicina alla rivista Data, edita da Tommaso Trini, espone monocromi a Monaco di Baviera, Parigi, Ginevra, Bruxelles e New York. Nel febbraio 1976 espone dei pannelli verticali monocromi alla Galleria La Colonna di Ancona. In questo periodo diviene fondamentale la frequentazione con il critico Tommaso Trini e con gli artisti Max Bill e Daniel Buren, Alla fine degli anni ’80 si avvicina al movimento “Art and Language” e a Sol LeWitt, senza tuttavia che le sue opere connotino appieno la poetica del gruppo.

Negli anni ’90 la ricerca dell’artista si concentra sugli strumenti del fare pittura e prende in considerazione la tela come il medium spazio-temporale nel quale emergono le pulsioni inconsce che diventano emozioni coscienti. Questo passaggio si realizza graficamente mediante il segno, il colore e la forma. E’ in questi anni che espone a Trevi (Flash Art Museum), Nizza (Palais des Expositions) e La Rochelle (Espace Encan) opere che esaltano la grafia. La sua partecipazione a La Rochelle è premiata con la medaglia d’argento del Merit et Devouement Français consegnatagli dal Consigliere personale del Presidente Chirac.

Nel 1999 riceve a Parigi la Medaglia d’Argento dell’Accademia Arts-Sciences-Lettres per il contributo teoretico alla Teoria dell’Arte. Negli ultimi anni di attività perviene, soprattutto nelle opere grafiche, a una rappresentazione sincretica di forme geometriche e di cifre e simboli arcaici che raramente assumono una chiara connessione con il reale; per questo si deve tentare un’interpretazione delle sue opere in chiave mitologica e surreale e quindi chiamare in causa l’inconscio, altrimenti le singole matrici resterebbero tra loro inconciliabnbili. Sul piano formale quest’approccio si traduce nell’inesistenza di piani prospettici come se i segni resi visibili nelle opere fossero posti su differenti piani trasparenti per cui la visione risulta unitaria come unitaria deve essere intesa la relazione tra inconscio e coscienza. Nelle opere ad olio sono messi in risalto, il gesto, il colore e la materia, in un sistema linguistico del tutto interno all’opera. In effetti ciò che interessa l’artista è il momento cruciale in cui la pulsione inconscia affiora alla percezione sensibile mentre sul piano formale intende mettere in risalto le componenti linguistiche del fare pittura. Ne risultano opere affatto simili l’una all’altra che non si legano in alcun modo all’Action Painting che presupponeva invece l’azione del tutto incosciente . Si possono semmai rilevare connotazioni espressioniste oltre che astratte e surreali.

Ogni opera appare come un tentativo di reinventare la pittura come se questa non possa essere altro che un’interrogazione teorica sulla natura stessa della pittura. Egli, come sempre, salta le regole e le gerarchie per ritrovare l’istintività, l’invenzione e il caso. Se l’elemento costante della sua opera è stata la frantumazione della prospettiva, essa ora scompare del tutto; la sua pittura attuale si genera dalla libertà della sensazione e dal conseguente gesto immediato, altrove misurato e attento e dal piacere della materia e del colore puro.

Le forme coloratissime, spesso sincretiche sono immerse in uno spazio metafisico che determina l’interazione tra i singoli significanti. L’immagine così composita che si forma sulla tela è tuttaltro che banale, invece è paradossale, magari illogica, imprevista e soprattutto antiretorica


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