Brand Festival, giunto alla terza edizione, è il primo evento in Italia dedicato all’identità e si svolgerà a Jesi dal 29 marzo al 5 aprile. Jesi, diventa esempio di innovazione: l’identità di un territorio di provincia come esempio positivo a cui ispirarsi è un segnale forte che merita fiducia e sostegno costante come ha espresso il sindaco Massimo Bacci.

Una settimana di dibattiti, workshop ed eventi sull’identità di marca che hanno reso Jesi un luogo di riferimento, per eccellenza, da tre anni a questa parte. Siamo alla terza edizione e la direzione ha deciso di alzare il livello della qualità e del valore offrendo una settimana ricca di momenti durante i quali si parlerà di brand, impresa, cultura, territorio, comunicazione ma non solo.

Brand Festival nasce da un’idea di Graziano Giacani che sottolinea, con il suo pensiero, come questo sia un festival capace di coinvolgere davvero tutti in modo trasversale. Tutto inizia in provincia ma abbiamo saputo guardare al paese con attenzione sapendoci rendere riconoscibili attraverso le nostre peculiarità. Brand Festival inteso come rivoluzione nel senso positivo del termine perché siamo partiti dal modello marchigiano di pensare, lavorare, fare impresa per farne qualcosa di più e più grande. Un desiderio diventato realtà attraverso il quale affrontiamo il tema dell’identità in modo profondo unendo la persona, il territorio e la comunicazione.

Abbiamo intervistato Paolo Iabichino che ha assunto la direzione scientifica dell’evento al quale regala la parola consapevolezza. Vincitore del Premio Emanuele Pirella “Comunicatore dell’anno”. In pubblicità dal 1990, ha inventato e declinato il concetto di Invertising, per interagire con un messaggio pubblicitario rinnovato. Insegna in diverse università, scrive su Wired Italia e tiene corsi e seminari sulle trasformazioni in atto nel mondo della comunicazione. Nel 2014 ha pubblicato Existential marketing. I consumatori comprano, gli individui scelgono. Nel luglio 2017 ha pubblicato, con Codice Edizioni, Scripta Volant – un nuovo alfabeto per scrivere (e leggere) la pubblicità oggi. Per il biennio 2018/2020 è stato scelto dalla Scuola Holden di Alessandro Baricco per essere il Maestro del College Digital dedicato alla narrazione transmediale.

Siamo alla terza edizione del Brand Festival, state diventando “grandi”, cosa ci dobbiamo aspettare da questa edizione, quali novità?

“Il format del Festival non è stato toccato, quindi nessuna novità “strutturale”. Quello che abbiamo provato a fare è stato cercare di alzare l’asticella di alcuni panel, confezionare pacchetti formativi di assoluto valore, invitare ospiti ancora più autorevoli e inserirli all’interno di incontri di assoluto rilievo. Insomma è un Festival che vuole continuare a ispirare, formare e far riflettere. Con la differenza che quest’anno vogliamo anche stupire, frastornare e provocare riflessioni inedite. Sui temi dell’identità e non solo.”

 

Nella sua presentazione che terrà al Main event del 31 marzo “Non c’è più tempo”, parla di futuro ma il futuro è adesso parafrasando la sua dichiarazione, a che punto sono i brand italiani e quali secondo lei sono le opportunità da cogliere per accogliere i cambiamenti in atto?

 

“Il futuro è finalmente arrivato. Lo aspettavamo da tanto, e adesso sembriamo tutti colti di sorpresa. Per cogliere le opportunità e accogliere il cambiamento, bisogna essere disposti a perdere qualcosa. Nelle mutazioni identitarie, dobbiamo disidentificarci per poter vedere il nuovo che prende spazio dentro di noi. Funziona allo stesso modo con le aziende. È come se si dovesse aggiornare il sistema operativo, occorre un reload, serve scrivere un nuovo codice. Che sappia trattenere il dna, costruendo identità nuove, capaci di andare incontro al nuovo.”

“Le nostre serie televisive s’illudono di sedurci con la distopia,  ma la più futuristica puntata di Black Mirror sembra scritta due anni fa” ha lei stesso dichiarato. Pensa che invece la letteratura distopica del ‘900 possa essere fondamentale per carpire meglio cosa si potrebbe prospettare davanti a noi?

“Nelle distopie ci sono forzature retoriche e narrazioni che poco hanno a che vedere con quello che stiamo incontrando. I racconti fantastici del ‘900, restano racconti fantastici. Orwell e Borges disegnano mondi che in parte abitiamo e in parte incontriamo come incubi nei nostri sogni. Oggi non serve andare così indietro per guardare davanti a noi. Oggi serve essere molto connessi con il presente. È tutto scritto. È nel nostro presente che si sta disegnando il migliore dei futuri possibili. Basta volerlo.”


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