ASCOLI PICENO – Non sappiamo se oggi Luigi Di Maio o un redivivo Alessandro Di Battista sarebbero in grado di radunare tanta folla come è riuscito oggi a Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e soprattutto mente e braccia della nuova Lega post-Bossi, quella non soltanto padana ma “italiana“, come Salvini ha scritto nella felpa che indossa in Piazza del Popolo, arrivato in fretta e furia dagli studi di Otto e Mezzo de La7. Neanche il Renzi al 40% (giusto cinque anni fa, sembra un’era geologica) poteva arrischiare tanto. Forse soltanto il Berlusconi dei tempi migliori riusciva a trascinare così le famose masse.

Ma quante differenze rispetto a quei tempi. Berlusconi era figlio dei tempi delle convergenze al centro, quindi il suo proto-populismo era alla fine sempre edulcorato. Salvini ha capito prima di altri e probabilmente meglio degli alleati del M5S che questa è l’epoca in cui l’estremismo paga in termini elettorali e di consenso generale – pop, oseremmo dire – e dunque non vale la pena moderarsi in un comizio. Semmai, al limite, qualche accennata retromarcia la si fa se proprio si fa sentire il Presidente della Repubblica, ma soltanto per salvare la forma.

Il suo comizio ad Ascoli, alla presenza dei candidati della Lega nel Piceno, della deputata Giorgia Latini e del Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, che grazie ai video di Roberto Testadura potete rivedere nei passaggi salienti qui, dimostra che Salvini ha un campionario di esagerazioni verbali in un tempo così ristretto che servirebbero dieci prime pagine per darne un degno conto.

Ma le parole non sempre le portano via il vento. Non tutto è pop. Non tutto è social. Non tutto è slogan e strafottenza nascosta dietro il ripetitivo “buon senso”, ovvero un po’ di politicamente scorretto per camuffare sostanze e forme.

“Gli unici che minacciano di morte, che sfasciano le città e minacciano di morte sono i compagni dei centri sociali, che per quanto mi riguarda hanno la valenza sociale dei campi rom: zero, zero! Sono più o meno uguali” ha detto tra l’altro in Piazza del Popolo.

Ora, in Italia esiste la libertà di parola e di pensiero e il vicepresidente del Consiglio ne è consapevole, ovviamente. Ma non si capisce perché una sua critica, per quanto dozzinale, ai centri sociali debba avvenire equiparando a “zero, zero!” i “campi rom”, oltre che agli stessi centri sociali.

Il linguaggio ha un peso e quando ad usare certe espressioni è il segretario di quello che potrebbe essere il primo partito italiano allora si è oltrepassato il limite da non valicare. Non ci faremo ricacciare dai Salvini di turno nel recinto per loro facile del fascismo e dell’antifascismo (non che non si debba parlarne). Ma non si può consentire l’equiparazione a zero di comunità umane che raccolgono migliaia di cittadini da parte di un Ministro dell’Interno, l’indicazione esplicita e denigratoria e immotivata di minoranze come una nullità assoluta, un ineliminabile desiderio di un Noi (padani prima, italiani adesso) puro e santo e un Loro degradato, nemico e schifoso (zero).

Tutto questo non impedirà a Salvini di fare il pieno di voti alle Europee, per i motivi che si è scritto sopra. E a differenza di Renzi, nel caso riesca a forzare i vincoli economici europei, potrebbe avere persino una lunga vita politica.

Ma il punto dolente è un altro: è chiaro che oggi – senza il bisogno di leggerlo sui social, basta ascoltare per qualche minuto i discorsi nei bar o a passeggio – c’è un enorme desiderio di ascoltare questo massimalismo verbale per poi magari chiudere uno o due occhi quando qualcuno passa dalle parole ai fatti.

Se lo ha detto il Ministro dell’Interno, che tu vali zero, zero!, chi vorrà mai lamentarsi?

Purtroppo viviamo in un tempo in cui la reazione sociale a certe affermazioni è debole, frammentata, spesso disorganizzata, facilmente riducibile dagli avversari a fenomeno folcloristico o, quando riflettuta lungamente, dileggiata come intellettualoide, professorale, astratta.

Bisogna, però, ricordarlo ad ogni occasione. Siamo Umani, sempre.


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