“Ci sono due possibili scenari futuri, se ci affidiamo alle analisi dell’Imperial College London, istituto che ha approfondito l’evoluzione dell’epidemia del Covid-19. In uno studio si fa riferimento alla possibilità, dopo che la fase iniziale del contagio è stata posta sotto controllo, a possibili lockdown successivi, a causa magari di nuovi focolai di infezione o importati dall’estero: una sorta di lockdown ad elastico, ad intermittenza a seconda delle situazioni. Dall’altro, pochi giorni fa, si fa riferimento positivamente a quanto sta avvenendo in Cina, dove le misure di distanziamento sociale hanno prodotto gli effetti auspicati e nelle città si sta riprendendo l’attività economica pur con qualche precauzione, pensiamo alle distanze di un metro da mantenere. Forse è ancora presto e fra qualche settimana sapremo meglio come la gestione dei casi di ritorno sarà gestita in Cina”.

A parlare è Andrea Capocci, fisico e ricercatore alla Sapienza di Roma, saggista e giornalista che collabora col quotidiano “Il Manifesto” e con la rivista “Le Scienze“. Iniziamo con lui un percorso di approfondimento su quanto sta avvenendo in Italia e nel mondo a proposito del coronavirus Covid-19 (di seguito un aggiornamento video dello stesso Capocci).

I DATI

«Il virus continua a espandersi ma un ritmo leggermente più lento». Nell'approfondimento di oggi anche la questione dell'origine del virus e delle accuse di Salvini agli scienziati cinesi. L'aggiornamento quotidiano sull'emergenza Covid-19 con Andrea Capocci, fisico e divulgatore scientifico, collaboratore de il manifesto.

Gepostet von il manifesto am Donnerstag, 26. März 2020

 

Le misure prese per contenere questa epidemia sono senza precedenti nella storia moderna. Come le giudica?

“Io posso raccontare ciò che mi dicono gli esperti, e sembra abbiano un atteggiamento abbastanza concorde nel ritenere queste misure giuste per il contenimento del virus. Poi si può discutere se sono state prese troppo presto o troppo tardi: solitamente si pensa che siano state prese tardi, ma va ricordato che questo lo si dice sempre a posteriori. Meno chiare sono state invece le decisioni riguardo la sospensione delle attività considerate non essenziali: è evidente che in molti abbiano continuato a lavorare in ambienti per forza di cose affollati e nelle zone d’Italia più intensamente colpite dal coronavirus”.

Si è discusso molto anche nelle ultime settimane del ruolo dei tagli alla spesa sanitaria decisi dai governi nel segno dell’austerity. Secondo lei hanno influito nella gestione di questa emergenza o il sistema sanitario avrebbe comunque sofferto la fase di contagio acuta.

“Certo che i tagli hanno inciso, e lo dicono anche e soprattutto i medici che operano nelle terapie intensive del Nord Italia. Ogni taglio alla Sanità è sempre un problema, e parto da un punto di vista pragmatico. Non è solo un problema di posti letto e di posti letto in terapia intensiva. Da anni ad esempio denunciamo che viene specializzato un numero di medici troppo basso rispetto al fabbisogno. Nel 2015 inoltre furono definiti degli obiettivi di utilizzo dei reparti troppo alti (ovvero una alta incidenza di posti letto occupati rispetto al totale, ndr). Insomma: è una questione su cui si dibatteva anche prima dell’epidemia, che adesso ha evidenziato ulteriormente i rischi paventati”.

Uno degli aspetti più controversi di questo periodo è legato ai numeri. Anche negli ultimi giorni si è discusso sulla veridicità dei dati riguardo il numero dei contagiati. 

“Ci troviamo nella stessa situazione rimproverata alla Cina: quando l’epidemia si espande i test non tengono il passo dell’epidemia e i casi asintomatici sfuggono ai rilievi. E’ fisiologico che in una malattia come questa, dove gran parte dei contagiati non mostrano sintomi o ne hanno di lievissimi, una quota molto grande dei pazienti risulti fuori dalle statistiche ufficiali, perché non si rivolgono ai servizi sanitari e non si riesce ad intercettarli. Gli esperti lo sanno e non hanno mai nascosto questo problema. Anche se qualcuno grida al complotto, prima in Cina ed ora in Italia”.

Come spiega, invece, i dati sull’alta mortalità della malattia in Italia?

“E’ possibile far derivare quei numeri anche dalla sottostima dei casi di contagio: se sapessimo esattamente il numero di tutti coloro che sono stati infettati dal virus, forse avremmo dati più simili a quelli di altri paesi. Si è fatto riferimento anche al fatto che la popolazione italiana sia molto anziana, ma le popolazioni di Lombardia e Veneto sono molto simili, mentre i dati sulla letalità del Covid-19 sono differenti: evidentemente il numero di contagi reale è diverso da quelli ufficialmente forniti”.

Si può immaginare una data in cui le misure di quarantena in Italia verranno almeno ammorbidite?

“Credo che ad oggi nessuno lo sappia con precisione. Immagino che saranno prolungate rispetto al 3 aprile, ma è difficile immaginare fino a quando. In questo periodo osserviamo un lento rallentamento dell’espansione dell’epidemia, non so quando assisteremo ad una chiara inversione dei numeri, forse a quel punto si potranno fare delle ipotesi”.

E cosa può accadere una volta tornati alla vita normale, o, comunque, prossima a quella antecedente al lockdown?

“Ci sono appunto delle proiezioni dei centri di ricerca sulle epidemie, come l’Imperial London College. Qualche tempo fa immaginarono un lockdown ad intermittenza perché c’è il rischio che, tolte le misure di distanziamento sociale, l’epidemia riprenda la sua diffusione. Fondamentale sarà capire quello che sta avvenendo in Cina: al momento la situazione sembra sotto controllo ma non sappiamo cosa avverrà. Fra un paio di settimane potremmo saperne di più”.

Si sta discutendo molto di sistemi tecnologici, come speciali App utilizzate in Corea, per rintracciare i contatti dei casi positivi. 

“La Corea ha utilizzato i dati personali per costruire la rete di contatti in modo accurato e tempestivo: oggi in Italia servono 5 giorni per avere i dati di un tampone e in caso di positività occorre ricostruire i movimenti del soggetto, con le ovvie imprecisioni, e nel frattempo il contagio prosegue verso altri soggetti. Si tenga presente che, con ogni probabilità, l’epidemia determinerà uno stato di allerta almeno fino alla scoperta del vaccino, quindi misure di questo genere potrebbero essere utili per prevenire eventuali focolai che possono sempre mostrarsi anche dopo il lockdown”.

Da più parti, tuttavia, si teme che questi strumenti siano un modo per instaurare un regime tecno-poliziesco, una sorta di Grande Fratello orwelliano.

“Il rischio ovviamente c’è, anche se in Italia e in Europa siamo dotati di regolamenti sulla privacy molto rigorosi per la protezione delle garanzie individuali. Sistemi che offrono delle deroghe proprio in caso di pericoli come le catastrofi naturali o delle epidemie. Per arrivare ad uno stato di controllo poliziesco, invece, dovrebbero cambiare le regole attuali, sia in Europa e soprattutto in Italia, e non mi sembra una cosa facile”.

Negli ultimi giorni si è assistito quasi ad una crociata contro runners e semplici passeggiatori mentre, al contempo, metropolitane e autobus oltre che luoghi di lavoro erano affollati per necessità di spostamento e lavoro. Come giudicare quanto avvenuto?

“Mi sembra una contraddizione evidente. Inutile chiedere alle persone di evitare spazi ampi come i parchi e poi costringerle a muoversi a contatto stretto con altri per la necessità di lavorare. Specialmente per quelle attività poi definite come non essenziali”


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