ANCONA – Di seguito una analisi di Claudio Maria Maffei, ex direttore dell’Inrca di Ancona, su come gestire nella maniera migliore le cure per il coronavirus Covid-19 alla luce delle analisi effettuate dagli istituti sanitari nazionali.

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E’ stato dato questi giorni grande spazio ad una elaborazione dei dati di mortalità del primo trimestre 2020. Una analisi congiunta ISTAT- Istituto Superiore di Sanità ha evidenziato e quantificato quanto già si sapeva: dove e quando l’epidemia da Covid-19 colpisce di più la mortalità che ne deriva è molto superiore a quella “ufficialmente” attribuita al coronavirus. Ad esempio nella Provincia di Pesaro-Urbino nel mese di marzo 2020 c’è stato un aumento complessivo della mortalità del 120%, mentre a Bergamo si è raggiunto un aumento shock (come dice Quotidiano Sanità) di quasi il 600%.

Per dare un equivalente a queste percentuali  in Provincia di Pesaro-Urbino ci sono stati tra il 20 febbraio e il 31 marzo 912 decessi contro i 454 della media del quinquennio 2015-2019. E solo 157 di questi decessi è stato “ufficialmente” in questa Provincia attribuito al Covid nelle statistiche Istat (283 secondo il Gores). Quindi ad ogni decesso attribuito al Covid-19 ce ne sono almeno altri due che “dovrebbero” essergli direttamente o indirettamente attribuiti.

I decessi “in più” sono o Covd-19 non diagnosticati, o decessi per complicanze di patologie pregresse che il coronavirus ha fatto precipitare o decessi per cure mancate perché in questo periodo tutto il sistema sanitario “è saltato”.

E’ evidente che rispondere a uno tsunami sanitario e sociale di questo genere soprattutto a livello ospedaliero non è razionale. Puoi fare quello che vuoi, ma se aspetti l’epidemia in ospedale perdi e i cittadini ne pagano le conseguenze.   

La scelta è investire quanto più possibile sulla prevenzione soprattutto in termini di risorse umane facendo le seguenti cose:

1 dotarsi di una funzione epidemiologica strutturata che analizzi i dati (sierologici, microbiologici e clinici) e identifichi i fenomeni emergenti significativi;

2 modulare i provvedimenti per il “distanziamento sociale” sulla base di questi dati;

3 potenziare le attività di gestione domiciliare dei casi;

4 potenziare le attività di identificazione dei contatti dei soggetti positivi al tampone;

5 procedere ad idonee misure di quarantena anche con strutture ad hoc requisite;

6 potenziare le attività di screening mirato in categorie a rischio;

7 innalzare gli standard organizzativi ed assistenziali delle strutture socio-sanitarie, residenze protette e strutture residenziali in generale;

8 fare progetti mirati su gruppi e comunità a rischio (carceri ad esempio);

9 tutelare meglio a domicilio le persone con malattie croniche in modo da evitare loro l’aggravarsi della loro condizione;

10 rendere gli ospedali e le altre strutture sanitarie sicure per i pazienti e gli operatori;

11 informare ed educare i cittadini e gli operatori;

12 informare ed educare i decisori a partire dai politici.

E ora rispolveriamo gli studi classici: in cauda venenum. Scegliere la strada della prevenzione vuol dire darle attenzione progettuale e risorse umane. Non è quello di cui nelle Marche si parla e non è quello su cui si sta investendo. Per ora gli unici investimenti sicuri sono quelli per… sì per il Fiera Hospital con i relativi previsti annessi.

Dodici milioni per avere la macchina e non si sa quanto per metterla in moto e farla girare. Privilegiare una risposta al momento quasi solo con più posti di terapia intensiva non è razionale:  non basteranno mai, sarà difficile farli funzionare bene,  avranno comunque una alta mortalità. Si tratta della risposta in assoluto col peggior rapporto tra risorse investite (tante) e risultati ottenuti pochi. Le sofferenze in gioco sono tante  e pensare che siano soprattutto in coloro che non troverebbero posto in terapia intensiva è miope. Per non dire di peggio.


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