ASCOLI PICENO – Adelio Moro, il capitano, come tutti lo ricordano ad Ascoli, ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta dello Sport, e nell’articolo a firma di Germano Bovolenta, racconta i suoi trascorsi ascolani.
Ad Ascoli arrivò nel 1976 e ci rimase per cinque stagioni fino al 1981, ottenendo anche una promozione in Serie A nel 1978. Ottimo rigorista, dagli undici metri ha avuto una percentuale di realizzazione pari al 100% in Serie A, dieci rigori su dieci, e del 95% circa nell’intera carriera da calciatore 23 rigori segnati su 24 calciati. Ne sbagliò solo uno, ma lo fece appositamente: «In serie A ne ho tirati dieci e dieci segnati. Anche in B e in C. Dalle mie personali statistiche: trentadue. Dieci in A, diciotto in B e quattro in C. Sbagliati? «Uno». Ma come è successo? «Posso dirlo? Massì, tanto ormai è in prescrizione: quel rigore l’ho sbagliato apposta. In Serie B, con l’Ascoli a Catanzaro. Ultime partite, noi eravamo promossi, loro dovevano vincere per salire. Vado sul dischetto, non c’era un buon clima. Ho pensato: poi noi dobbiamo tornare a casa. Un tiretto debole, diverso dai soliti, e Mattolini lo ha parato. Qualcuno più tardi scriverà: Adelio che aveva paura di “non” sbagliare un calcio di rigore».
E con il Picchio ricordi più belli, la cavalcata in A con l’Ascoli dei record di Antonio Renna,lo storico quarto posto in classifica in massima serie, cinque anni dove ha collezionato 196 presenze e 33 gol in bianconero e oltre a Renna anche il maestro Gibì Fabbri: «Prima Mimmo Renna, tecnico di notevole spessore. Con lui sono diventato regista, mi ha messo a fianco gente grintosa, che correva e mi proteggeva le spalle. Siamo partiti e decollati».
E il quarto posto in A con Fabbri «Sì, dopo Inter, Juve e Torino. Un’impresa. Gibì era una grande persona e un uomo di calcio. Ad Ascoli si stava bene. Ero il
capitano, giocavo con piacere e allegria. Lì si pensava al pallone tutta la settimana».
E su Rozzi «Il presidente ci stimava, eravamo un gruppo unito. Ci sono rimasto cinque anni. Era arrivata anche una richiesta della Juve, ma Rozzi voleva un miliardo di lire, più Prandelli e Verza. La Fiat era in crisi, Agnelli non poteva far vedere che spendeva tanto. Sono rimasto all’Ascoli e Boniperti ha preso Brady dall’Arsenal per 900 milioni. Se fossi andato alla Juve, forse la mia carriera sarebbe stata diversa».
E poi la vita da allenatore e osservatore e qualche piacevole scoperta: «Ho allenato, ho lavorato con Mircea Lucescu a Brescia (abbiamo lanciato Pirlo) e a Reggio Emilia. Sono andato in giro a vedere giocatori per l’Inter, ho scoperto Adriano in NuovaZelanda e l’ho segnalato. Ancora adesso, a 74 anni, faccio qualcosina. Non bisogna fermarsi».
Copyright © 2026 Riviera Oggi, riproduzione riservata.

Commenta l'articolo