Di Enrico Traini  

ASCOLI PICENO – L’ex capitano dell’Ascoli e neo-allenatore del Cosenza Gaetano Fontana, si è concesso a Piceno Oggi, parlando a 360 gradi, sul passato, sul presente e sul futuro, dell’Ascoli e non solo.

 

La tifoseria dell’Ascoli è molto legata a te. Da subito ti sei calato benissimo nel tuo ruolo, diventando una parte importante della storia recente dei bianconeri. Che ricordi hai?

«Ascoli, anche se non ero più giovanissimo, rappresenta la svolta della mia carriera. Lo devo sicuramente ad una piena consapevolezza come atleta, ma anche, e soprattutto, per il sostegno che ho avuto da tutta la gente; tant’è che sono diventato capitano quasi subito. Ciò ha permesso alle mia potenzialità di venire fuori al massimo. Grazie a questa tappa fondamentale ho potuto, poi, giocare in squadre di grande prestigio, come Napoli e Firenze. Senza l’esperienza ad Ascoli ciò non sarebbe stato possibile»

 

L’annata 2001-2002, con il ritorno in Serie B dopo 7 anni, è una delle pagine più belle degli ultimi anni del club.

«Quella fu una promozione costruita. Fu voluta e programmata: si fece tutto il possibile, e nel miglior modo, per ottenere quel risultato. Questo aggiunge a quel traguardo un sapore particolare ed unico. C’era una simbiosi perfetta tra squadra, società e pubblico»

 

Parlando proprio di creazione di una macchina oliata perfettamente, l’Ascoli del presente sta arrancando negli ultimi anni, con questa società nuova e con poca esperienza, che sta trovando difficoltà. Come giudichi la situazione?

«Io penso che sia un passaggio obbligato per persone che non hanno mai avuto a che fare con questo ambiente. C’è differenza tra un’azienda ed una squadra di calcio. Se non hai un vissuto alle spalle, difficilmente riesci a trovare un equilibrio immediato. Le sbavature e gli errori sono necessari affinché questa struttura possa consolidarsi e trovare il suo percorso»

 

La strada intrapresa, sembra essere quella di puntare molto sui giovani. D’altronde, sono tanti i giovani che si sono fatti conoscere con la maglia bianconera: Barzagli, quando c’eri tu, ma anche i recenti Favilli ed Orsolini. Come ti spieghi questa capacità dell’ambiente ascolano di far esplodere tanti talenti in erba?

«Ascoli è una piazza che, grazie alla passione di questa gente, ti permette di vivere ed annusare il grande calcio. L’atleta sente di trovarsi in un ambiente importante e storico. Ascoli non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo. Tuttavia, penso che sia necessario investire su qualche pedina d’esperienza, capace di guidare questi ragazzi e di proteggerli nei momenti di difficoltà come, al tempo, potevamo essere io, Di Meo e Tentoni, ad esempio. In particolare con Davide – Tentoni ndr – la nostra esperienza da giovani a Padova, in uno spogliatoio importante, ci tornò utilissima. Quando ci fu, successivamente, per me l’opportunità di andare ad Ascoli, lo volli coinvolgere subito nella creazione di un nucleo forte, temprati dalla nostra esperienza giovanile. La cosa si rivelò fondamentale»

 

Di Orsolini e Favilli cosa ne pensi?

«Di Orsolini stupisce la crescita costante dal momento in cui è stato inserito nel gruppo della prima squadra. Io, vedendolo in Primavera al tempo, mi chiedevo come non potesse già essere in prima squadra: era evidente come già in quel campionato fosse pronto al grande salto, visto anche il periodo non scintillante della prima squadra. Da quando, poi, è stato inserito ha avuto una crescita esponenziale. Riguardo a Favilli, ricordo come inizialmente fosse arrivato tra lo scetticismo generale. Chiuso da un mostro della categoria come Cacia, faceva fatica a trovare spazio. Tuttavia, grazie anche all’infortunio dello stesso Cacia, ha cominciato a collezionare minuti e fiducia ed in campo ha raccolto i frutti del suo duro lavoro»

 

Spostandoci, invece, sulla tua nuova vita fuori dal campo: in primis, cosa ne pensi della scelta della società bianconera di puntare su Enzo Maresca, un allenatore giovane e con pochissima esperienza?

«Maresca l’ho conosciuto nella mia parentesi fiorentina. Indubbiamente è stato un giocatore di livello europeo. Aveva la giusta leadership in campo; gli piaceva che la squadra si appoggiasse su di lui. Ovviamente, il fatto che non ha molta gavetta alle spalle potrebbe essere un ostacolo; ma sicuramente la sua natura da centrocampista che lo portava già quando giocava a prospettare una carriera da allenatore, potrà tornagli utile. Gli auguro il meglio perché è un ragazzo consapevole che sa bene cosa gli può dare questa piazza. Il consiglio che posso dargli è quello di levarsi il più velocemente possibile la maglietta da calciatore: allenare è tutta un’altra cosa»

 

Questa tua ultima frase è emblematica. Quali sono le differenze tra l’essere in campo, e comunque agire da metronomo com’eri abituato a fare, e dovere gestire il tutto dalla panchina?

«C’è una definizione che ho voluto interiorizzare e che a mio avviso spiega bene cos’è il calcio: ‘Il calcio sono undici individualità che giocano in una squadra’. In campo rispondi per te stesso; quando alleni rispondi per 20-25 persone. Cambia, di conseguenza, il modo di comunicare, il rapporto che hai con i giocatori. Devi dare loro strumenti per vedere un miglioramento perché, purtroppo, spesso si pensa che si possa avere tutto nell’immediato. L’allenatore, quindi, deve offrire una prospettiva futura ai propri giocatori, non solo ai giovani, ma anche ai veterani. Il mestiere da allenatore, personalmente, mi tiene impegnato anche 20 ore al giorno. C’è un lavoro, fuori dal campo, fatto di studio e analisi sia della tua squadra sia degli avversarsi. Si è in continuo aggiornamento, e questo ti migliora anche come persona»

 

Stai per intraprendere una nuova esperienza a Cosenza, una squadra che ha una storia di un certo peso. Quali sono i tuoi obiettivi?

«Le ambizioni sono elevate. Le esperienze con la Juve Stabia e con la Nocerina, mi hanno potuto solo che fare bene: mi hanno formato. Dovremo avere la forza di stare lì ogni giorno e costruire il camino con il lavoro quotidiano, guardando avanti con la voglia di migliorarsi constantemente»

 

Cosa ne pensi, altresì, da conoscitore di Lega Pro, di un’altra realtà locale, che sembra in crescita, come quella della Sambendettese?

«La Sambenedettese parrebbe, con questa nuova proprietà, aver trovato quell’equilibrio che negli ultimi anni è mancato, barcamenandosi tra dilettantismo e professionismo. Ha fatto un ottimo campionato, forse anche al di sopra delle aspettative, levandosi anche buone soddisfazioni, e giocando un ottimo playoff. Non a caso è uscita con il Lecce senza perdere sul campo. La piazza è indubbiamente di valore. Ricordo che quando giocai i playoff – stagione 2004-2005, ndr – con la maglia del Napoli, mi resi conto della spinta che la tifoseria è capace di dare alla squadra quando si carica d’entusiasmo»

 

A proposito di quel playoff, dicevi appunto della capacità del Riviera delle Palme di fare da propulsore per la squadra.

«Lo stadio è molto bello, di una misura giusta. Il suo essere tutto raccolto intorno al terreno di gioco, unito alla grande passione del tifo, è capace di dare ai giocatori un’energia maggiore. Ricordo che nonostante la differenza tecnica, al tempo, faticammo non poco al Riviera delle Palme, acciuffando un pareggio proprio nei minuti finali»

 

Parlando di futuro, invece, è inevitabile questa domanda: ti vedi un giorno sulla panchina dell’Ascoli?

«Ovviamente da quando ho smesso quel pensiero c’è. La mia seconda avventura ad Ascoli – stagione 2006-2007, ndr – era proprio in funzione di un inizio di carriera da allenatore partendo dal settore giovanile; la cosa, purtroppo, non è avvenuta. Non so se questo, poi, si avvererà mai: i matrimoni non si fanno da soli. Sicuramente è un mio sogno e ne sarei felicissimo. Ad Ascoli ho vissuto anni importanti e poter incidere da allenatore sarebbe bellissimo. Detto ciò, voglio sottolineare come non ho intenzione di candidarmi facendo proclami perché non è corretto: soprattutto, vorrei che una mia eventuale scelta fosse per le mie qualità da allenatore e non per il mio passato con la maglia bianconera»

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