ASCOLI PICENO – Di seguito una nota stampa, giunta in redazione il 10 febbraio, dal Consorzio Tutela Valorizzazione Oliva Ascolana del Piceno Dop.
Venti anni fa, nel 2005, veniva pubblicato nella Gazzetta Europea il Decreto che riconosceva la DOP
Oliva Ascolana del Piceno, sia l’oliva verde in salamoia che quella farcita di carne.
Il Consorzio Tutela e Valorizzazione dell’Oliva Ascolana del Piceno DOP e le associazioni CIA,
Coldiretti, Confagricoltura e Copagri rivolgono un forte appello al Ministero dell’Agricoltura
affinché sia dato seguito all’importante lavoro avviato dai Carabinieri “Forestali” nel giugno dello
scorso anno relativo al corretto uso dei nomi nelle etichette delle olive presenti in commercio.
Infatti, la parola “ascolana” – e ogni suo richiamo anche parziale o storpiato – può essere utilizzata
soltanto nelle etichette delle olive certificate come DOP.
Tecnicamente si chiama illecita “evocazione” di una Denominazione di Origine Protetta.
Chi la pone in essere riceve sanzioni pecuniarie, come è avvenuto per la prima volta nel giugno scorso
ad opera dei Carabinieri; inoltre, devono essere rimosse in etichetta le parole illecitamente
“evocative” della DOP.
Le parole tutelate sono soltanto quelle che hanno un riferimento geografico, quindi nel caso di specie
qualsiasi richiamo ad Ascoli o all’Ascolano/a (oltre che al Piceno).
Il Ministero dell’Agricoltura si è fortemente impegnato nella tutela delle altre DOP, anche nelle fasi
contenziose che si sono protratte per tutti i gradi di giudizio sino in Cassazione.
Si pensi ai casi delle recenti sentenze di Cassazione sulla tutela del “Prosciutto di Modena DOP” e sul
“Pecorino Sardo” nei quali il Ministero ha avuto posizioni granitiche ritenendo illecita evocazione
delle due DOP rispettivamente “la Culatta di Modena” e il Pecorino da tavola Pastore del Tirso Sapore
Sardo.
La esperienza maturata nei “primi” venti anni di questa DOP – la più nota della Regione Marche e
anche più popolare della Regione stessa come emerso da studi di settore – porta anzitutto a rimarcare e
biasimare la riluttanza che sino ad oggi il tessuto politico ed imprenditoriale ha avuto nel comprendere
il valore aggiunto che invece è rappresentato: 1) dal segmento agronomico-economico della
coltivazione in campo dell’oliva ascolana finalizzata ad ottenere oliva da salamoia, con tutto quanto
connesso in termini di formazione della manodopera specializzata e aumento del valore degli oliveti
(si pensi al caso “Valdobbiadene); nonché 2) dal segmento della deamarizzazione delle olive in
chiave di sostenibilità ambientale, con riduzione del consumo di acqua e senza utilizzo di sostanze
inquinanti, patrimonio già acquisito grazie alla ricerca e innovazione tecnologica degli esperti locali
del settore.
La filiera composta da questi “segmenti” ad oggi è ostacolata e bloccata dalla confusione dei nomi nei
prodotti messi in vendita, posto che nel prodotto generico, cioè non certificato DOP, viene
abusivamente utilizzato il richiamo alla parola “ascolana”, disperdendo così proprio il valore aggiunto
e dunque la sua maggiore remunerazione, che il riconoscimento “DOP” offre solo quando viene
mantenuto “l’indissolubile legame” del prodotto agricolo trasformato con la provenienza geografica
protetta.
Dopo venti anni di errori, perseverare sarebbe davvero diabolico e autolesionistico
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