ASCOLI PICENO – “Il sisma del 2016 ha causato notevoli cambiamenti nelle falde acquifere dell’Appennino Centrale marchigiano che non possiamo assolutamente sottovalutare: da molte sorgenti spesso captate a scopo idropotabile addirittura non esce più acqua. Per preservare un bene prezioso come l’acqua e garantire misure risolutive calibrate sulle problematiche specifiche di ciascuna falda, è necessario continuare a monitorare la situazione attraverso frequenti controlli ambientali e ridisegnare al più presto un nuovo approccio gestionale dell’acqua nei territori interessati, rivedendo i piani di sfruttamento. È inoltre importate definire strumenti di partecipazione adeguati (come i contratti di Fiume e i contratti di Lago), che coinvolgano settori pubblici e privati, istituzioni, associazioni, cittadini, tecnici ed esperti per individuare le criticità e le politiche da mettere in campo”.

Questo il commento Francesca Pulcini, presidente di Legambiente Marche, riguardo i dati sulle modificazioni idrogeologiche indotte dalla sequenza sismica dell’Italia centrale nel 2016 e contenute nel dossier “Buone e cattive acque, che Legambiente lancia oggi in vista della Giornata Mondiale dell’Acquadi domani.

A seguito del sisma dello 24 agosto 2016 e nel corso dell’attuale sequenza sismica, infatti, sono state notate anomalie nel regime idrologico dei corsi d’acqua e/o nei livelli delle falde acquifere che alimentano le principali sorgenti del territorio. Per quanto riguarda le acque sotterranee, si sono verificati evidenti incrementi di portata di quasi tutte le maggiori sorgenti nell’area epicentrale. Sorgenti come Pescara d’ArquataCapodacquaFoce di Montemonaco, (per citarne alcune) alimentate dagli acquiferi dell’area dei Piani di Castelluccio e del Monte Vettore, o la sorgente San Chiodo di Castelsantangelo sul Nera hanno mostrato, nelle ore successive al sisma, aumenti di portata anche di molte decine di litri/secondo oltre che temporanee alterazioni del chimismo e sporadici aumenti di torbidità dell’acqua. Le cause di tali variazioni, sebbene i meccanismi non siano ancora del tutto chiariti e varino da sito a sito, sono riconducibili essenzialmente a modificazioni dei circuiti delle acque sotterranee: abbastanza comune ad esempio è l’apertura di nuovi sistemi di fratture ma, ancor più comunemente, è l’aumento di permeabilità d’insieme dell’acquifero come conseguenza di fenomeni di “ripulitura” delle fratture a seguito degli incrementi di pressione indotti dal sisma.

Differenti sono state le conseguenze del sisma sulle sorgenti minori o più superficiali: non sono rare testimonianze di sorgenti “scomparse” (come quella di Forca Canapine nell’ascolano, scomparsa dopo le scosse del 26 e 30 ottobre 2016 e che contribuiva con una portata di oltre 50 l/s all’approvvigionamento idrico dei comuni del Piceno) o, al contrario, di sorgenti che, da anni non più attive, hanno ricominciato a funzionare. Oltre alle sorgenti scomparse, che renderanno necessario il reperimento di nuove fonti di approvvigionamento o un aumento nei volumi captati in quelle esistenti, ad aumenti di portata corrisponderanno necessariamente diminuzioni nei tempi di residenza e di immagazzinamento della risorsa idrica. Questi effetti sono potenzialmente pericolosi in quanto predispongono i corsi d’acqua a possibili fenomeni di esondazione in concomitanza di eventi meteorologici intensi o di repentini scioglimenti del manto nevoso durante la stagione invernale e primaverile.


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