ASCOLI PICENO – “Gli anni ad Ascoli sono stati i più belli della mia vita. Amo la città e il Picchio“.

Così si esprime a Piceno Oggi una leggenda del club bianconero, Giancarlo Cavaliere: “Nella città delle Cento Torri ci ho lasciato il cuore, ogni volta che torno non vorrei più andarmene. Un posto magico. Ho tatuato il mitico stemma su una caviglia”.

Giancarlo Cavaliere ha giocato nell’Ascoli Calcio dal 1989 fino al 1995. Cinquanta presenze in serie A e un goal, 169 gettoni complessivi e nove reti. E’ stato un centrocampista molto amato dai tifosi bianconeri per il suo grande senso di appartenenza e attaccamento alla maglia.

Con Giancarlo Cavaliere, noi di Piceno Oggi, abbiamo voluto fare una chiacchierata sul momento attuale dell’Ascoli Calcio e un viaggio nel passato tra ricordi e aneddoti.

Giancarlo, sappiamo che segui ancora il Picchio in televisione. Impressioni sulla stagione attuale?

“Cerco di non perdermi neanche una partita dell’Ascoli, sono sempre rimasto un grande tifoso e non smetterò mai di esserlo, ovviamente. L’inizio di campionato non è stato semplice, ho sofferto molto pure io. Quando giochi con la paura perdi fiducia e le prestazioni in campo ne risentono. In qualche match mi sono arrabbiato perché ho visto una squadra impaurita e poco cattiva dal punto di vista agonistico. Perdere fa parte del gioco, ci mancherebbe, ma i tifosi vogliono che i giocatori lascino il campo con la maglia sudata, è giusto che sia così. A volte non ho visto il giusto impegno e questo mi è dispiaciuto molto”.

Adesso l’Ascoli è guidato da Andrea Sottil, che ha preso il posto di Delio Rossi, e il neomister ha centrato subito un’importante vittoria casalinga contro la Spal al Del Duca.

“Sono molto felice per la vittoria del Picchio. A me Delio Rossi non dispiaceva, lo ritengo ancora un grande allenatore ma probabilmente, come dichiarato anche dalla società, alla squadra non è arrivata quella scossa utile per dare una svolta al torneo. Sottil è partito benissimo, una vittoria che dà anche molto morale. Speriamo che si sia cambiata rotta e che il nuovo mister possa ridare linfa e soprattutto risultati. La classifica al momento è difficile ma il campionato è ancora lungo. Ai tifosi dico di stare vicino alla squadra. Devono criticare ed essere arrabbiati quando le cose non vanno ma la vicinanza non deve mai mancare. E speriamo che presto i supporter possano tornare al Del Duca e fornire il loro importante sostegno”.

Adesso lasciamo il presente e immergiamoci in un dolce passato. Un ragazzo di Rivoli, provincia di Torino, 20enne, giungeva ad Ascoli nell’estate 1989 dopo aver giocato nel Campobasso in serie B.

“Ero arrivato ad Ascoli grazie ad Ulderico Sacchella, il vice di Eugenio Bersellini. Lui mi aveva visionato durante il match Ischia-Campobasso. Una partita in cui, a dire la verità, non avevo giocato bene ma Sacchella mi disse che ero stato molto ordinato e svolto delle belle diagonali. Mi ritrovai a giocare la serie A con calciatori che avevo visto solo nelle figurine. C’era Lorieri, Casagrande, Colantuono, Destro e tanti altri. All’epoca le squadre avevano solo tre stranieri ed io ero giunto nella città delle Cento Torri insieme ai serbi Arslanovic e Cvetković. Ero molto emozionato e carico”.

Con i tifosi bianconeri fu quasi subito feeling.

“E’ vero, nella mia prima stagione mi piace ricordare due episodi. Il primo in un amichevole contro il Teramo, prima dell’inizio del campionato, feci goal e i tifosi mi dedicarono subito un coro. Poi ripenso spesso alla prima partita in serie A contro il Napoli al Del Duca. Ero in panchina, inizialmente, e dalla Curva Sud urlavano a squarciagola il mio nome, volevano vedermi in campo. Alla fine Bersellini mi fece giocare e fu una gioia incredibile”.

La serie A, nella stagione 1989-90, era probabilmente il campionato più bello del mondo con i giocatori più forti.

“Concordo. C’era Maradona, Van Basten, Gullit, Klinsmann, Vialli, Mancini, Roberto Baggio e tanti altri. Era davvero un torneo eccezionale. Il primo anno si concluse con la retrocessione in serie B ma giocammo e vincemmo partite molto importanti. Fra tutte quella contro il Milan campione di tutto allenato da Arrigo Sacchi al Del Duca. Finì 1 a 0 con rete di Casagrande e Lorieri fece parate molto importanti. Io sono simpatizzante dei rossoneri e fu bellissimo ritrovarmi a giocare contro Baresi, gli olandesi, Maldini e compagnia bella. La serie A all’epoca era molto tecnica e poco fisica. Ci dispiacque molto retrocedere”.

Però l’anno dopo, in serie B, arrivò subito la promozione in A all’ultima giornata in una partita rocambolesca a Reggio Emilia che tu ricorderai bene.

“Eh già. Purtroppo me la ricordo. Contro la Reggiana ci giocavamo l’ultimo pass utile per tornare in serie A e io stavo sentendo troppo la partita. Feci un errore grossolano e i granata si portarono in vantaggio, poco dopo arrivò anche il 2 a 0. Mister Sonetti mi fece, giustamente, uscire ed io ero a pezzi, piangevo. Mi sentivo molto triste per aver giocato male proprio la partita decisiva. I miei compagni in campo, però, diedero l’anima e riuscimmo a pareggiare agli ultimi minuti grazie ad un rigore di Casagrande (n.d.r. 3 a 3 il risultato finale). La sconfitta del Padova a Lucca trasformò quel pareggio in una vittoria e fummo promossi in A. Una gioia grandissima anche se io mi sentivo comunque in colpa per la mia prestazione. Dopo la partita mi ricordo che accompagnai Casagrande, insieme ai miei genitori, a Torino per aiutarlo a cercare casa dato che la stagione successiva avrebbe giocato tra i granata. Una grandissima persona il brasiliano, oltre ad essere un giocatore molto forte”.

Mister Nedo Sonetti fu molto importante per te.

“Esatto, aveva unito il gruppo. Sapeva toccare le corde giuste con ognuno di noi. Mi diede molti consigli e si rivelò decisivo per la cavalcata finale e il ritorno in serie A. Un grande mister e uomo. Rispettava tutti allo stesso modo. Non faceva distinzioni tra campioni, veterani e giovani. A tutti noi chiedeva di dare il massimo e ci incoraggiava a farlo. Un peccato non averlo avuto in A l’anno successivo”.

Infatti, purtroppo, anche la seconda annata in serie A, stagione 1991-92 si concluse con la retrocessione.

“Arrivò in panchina Giancarlo De Sisti e non ci fu assolutamente feeling. Non ero in sintonia con lui e non lo erano molti compagni di squadra. Era anche arrogante nei nostri confronti. Non fu facile e infatti i risultati sul campo erano la giusta sintesi di come ci stava allenando. Arrivò Massimo Cacciatori e le cose cominciarono a migliorare ma purtroppo non evitammo la retrocessione, che peccato. E anche in quella stagione avevamo giocatori importanti come Oliver Bierhoff, Bruno Giordano, Pedro Troglio, Salvatore Fusco, Pietro Zaini e tanti altri”.

Però in quel torneo arrivò la tua unica rete in serie A, al Del Duca contro il Cagliari.

“Purtroppo perdemmo 3 a 1 e retrocedemmo con, ironia della sorte, Carletto Mazzone sulla panchina dei sardi. Però mi è rimasta la gioia di segnare in serie A e tra le mura amiche. Segnai su calcio di rigore e ho un aneddoto a riguardo. Innanzitutto giocavo con il numero 6 e non col mio tradizionale 7, inoltre il rigore doveva batterlo Oliver Bierhoff ma mister Cacciatori, dalla panchina, disse chiaramente che dovevo calciarlo io. Forse non si fidava di Oliver che veniva da un’annata alquanto sfortunata e poco redditizia. Realizzai il tiro dal dischetto e in me ci fu una grande gioia, un ricordo che porto stretto dentro al mio cuore”.

L’Ascoli disputò altri tre campionati di serie B a buoni livelli. Tutti si ricordano di un gruppo unito e compatto.

“Ed era così. Avevamo giocatori forti ma soprattutto bravi ragazzi. Bierhoff dopo il primo anno complicato si sbloccò e divenne il bomber che poi fece le fortune di Udinese, Milan e della Nazionale tedesca. In molti abitavamo insieme a Villa Pigna e legammo molto. Ho tantissime foto e molti video delle nostre piacevoli scorribande. Un gruppo fantastico tanto che abbiamo creato, in questi ultimi anni, una chat su WhatsApp dove ci teniamo in contatto”.

Impossibile non citare il Presidentissimo Costantino Rozzi, artefice di tutta questa meraviglia. Qual è il tuo ricordo?

“Parlare di Rozzi mi emoziona molto, non è facile. E’ stato per tutti noi un padre ed era davvero l’anima del Picchio. Ci coccolava ma ci massacrava quando non facevamo il nostro dovere in campo. Era sincero, spontaneo e ti diceva tutto in faccia. Impossibile non volergli bene. Diverse volte ci ha mostrato le sue aziende, ci ha fatto vedere come lavorava e anche nell’ambito imprenditoriale era una persona dal grande cuore. Ho sentito, di recente, di una possibile intitolazione dello stadio a Costantino Rozzi. Sono assolutamente d’accordo e se c’è da firmare qualche petizione, corro subito a farlo, sarei tra i primi sicuramente. Lo stadio deve chiamarsi, a mio parere, Costantino Rozzi-Del Duca. Sarebbe un giusto e doveroso riconoscimento ad una persona che ha fatto grande il Picchio e non solo”.

La morte di Costantino Rozzi, avvenuta il 18 dicembre 1994, fu premonitrice di un’annata molto amara che si concluse con la retrocessione in serie C.

“Con la morte di Costantino cambiarono inevitabilmente tante cose. Non c’era più lo spirito giusto, eravamo tutti smarriti. Ci mancava davvero un padre. Il funerale fu una cosa davvero emozionante. Ebbi l’onore di portare il feretro dalla piazza alla chiesa e viceversa. Era morta davvero una parte importante di Ascoli e del Picchio. E, purtroppo, concludemmo l’annata sportiva con la retrocessione in serie C”.

Unico lampo di quella stagione maledetta fu la finale della coppa anglo-italiana a Wembley contro il Notts County. Ma tu non c’eri.

“Probabilmente è il mio unico grande rimpianto in maglia bianconera. E fu un mio errore. In quel momento eravamo allenati da Alberto Bigon e io non avevo un buon rapporto con lui. Aveva sostituito Angelo Orazi, un mister che a mio parere meritava migliori fortune in bianconero. Con Bigon, comunque, avevo dei dissapori e decisi di non partire per Wembley dicendo che ero infortunato. Lui mi voleva ugualmente in gruppo ma rifiutai perché sinceramente non mi sentivo a mio agio. Fu un errore, col senno di poi ho capito che sarebbe stato meglio partire per Londra e vivere sulla propria pelle quell’esperienza bellissima”.

Nell’estate 1995 l’addio all’Ascoli Calcio.

“Ero davvero dispiaciuto, volevo rimanere pure in serie C e diventare anche capitano ma la società decise diversamente. Era finito un ciclo ma non l’amore. Ascoli è rimasta sempre ben impressa nella mia mente e nel mio cuore”.

Nel 2019, infatti, hai partecipato al raduno delle vecchie glorie bianconere al Del Duca e ti abbiamo visto molto felice ed emozionato.

“Fu una giornata fantastica. Rivedere vecchi amici e riascoltare i tifosi inneggiare il mio nome è stato molto emozionante. Io parlo continuamente di Ascoli e dei miei anni nella città delle Cento Torri. Non lo faccio per ‘spavalderia’ ma per vero amore. Ogni volta che ho la possibilità di tornare, non vorrei andarmene mai“.

Quali sono i tuoi ricordi su Ascoli città?

“Una città leggermente diversa da quella che è oggi ma comunque sempre bellissima. Piazza del Popolo un vero gioiello e la gente molto calorosa. Con molte persone ascolane ho ancora oggi un ottimo rapporto, anche di amicizia. Io mi fermavo spesso a parlare con i tifosi, era un vero piacere. Ascoli mi ha cresciuto e mi ha fatto diventare uomo. Devo tutto ad Ascoli”.

Che cosa auguri, infine, all’Ascoli Calcio?

“Ovviamente auguro ai bianconeri il meglio possibile. Come ho detto in precedenza i tifosi devono stare vicini alla squadra ma anche i giocatori devono capire e comprendere cosa significa indossare la gloriosa casacca bianconera. Devono studiare la storia del Club e dare il massimo in ogni partita. Il tifoso chiede semplicemente questo, impegno e sacrificio per la causa bianconera. E di conseguenza i risultati buoni arriveranno”.


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